IPOTESI DI UNA SCONFITTA: UN LIBRO CHE NON PARLA A TUTTI

RAFFAELE NENCINI

Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta, Einaudi 2017, pp. 386, € 19,50

Non parlo a tutti.

Parlo a chi ha una certa idea del mondo e della vita

e un certo lavoro in esso e una certa lotta in esso e in sé.

Franco Fortini, Scrivere chiaro

Nella grammatica degli affetti dei nostri molti lettori ci sono, ne sono certo, queste bellissime case, così cariche di personalità: rispecchiano le storie dei proprietari, delle loro famiglie. Il parquet a lisca di pesce, bei quadri alle pareti, sugli scaffali tanti libri importanti, moltissimi Adelphi, la Cambridge Modern History, magari addirittura l’Enciclopedia Einaudi. Chi le abita ha gusti musicali raffinati e coltiva un’acuta ironia. È addirittura convinto di avere delle idee.

Non è a loro che parla questo libro, con la sua teoria ininterrotta di autostrade, capannoni, agenti commerciali, caselli del pedaggio, call center, lavori precari. Con questo orizzonte contratto, con queste prospettive limitate, con tanta manifattura ma pochi operai, con i lavori a percentuale, con il terziario che si impone come modello fondato sulla compressione salariale. I lavori buoni blindati, i lavori meno buoni ambitissimi, il welfare familiare. Non è a loro che parla, perché – come mi è stato detto – il libro ha dei problemi: ecco, chi è in cerca di una narrazione che non abbia problemi, che porti la luce tra le tenebre, che conquisti il pubblico dispiegando tutta la sua geometrica potenza o che domini in ogni sua provincia la sublime lingua borghese, forse non sta cercando questo libro. Ma, in fin dei conti, non è un dramma, di libri capaci di produrre questi effetti ce ne sono molti. Questo ha altri, evidenti, meriti. Non se ne sfugge: Ipotesi di una sconfitta è un romanzo notevole. La sconfitta invocata nel titolo è quella della civiltà del lavoro, della repubblica fondata sul lavoro, è la sconfitta della cultura dei padri, le cui macerie fumanti connotano il paesaggio emotivo che siamo obbligati ad attraversare. Il secolo del lavoro non si conclude dunque con la fine del lavoro come compimento della civiltà industriale, ma con la sua viralità, la sua tossicità: se c’è qualcosa che finisce è l’illusione che attraverso il lavoro ci si possa emancipare. Ciò che resta sono i costi di quell’illusione. Nell’infanzia dell’autore c’era l’esempio del padre, conducente di autobus, della cui divisa era possibile andare orgoglioso; nella sua età adulta ci sono questi

palazzi costruiti come in una specie di comunismo dell’Est europeo affidato alla spietatezza del mercato, non esisteva il partito ma la ‘ndrangheta, ed era dappertutto: nelle costruzioni che sfilavano ai lati, nelle villette, nei giardinetti comunali, nei cassoni dei camion di movimentazione della terra, nelle pale degli escavatori che come aracnidi velenosi sbucavano dai muri di cinta dei loro intoccabili capannoni, nelle carcasse delle auto bruciate; la ‘ndrangheta era nell’asfalto sconnesso o sbriciolato, nelle saracinesche chiuse, nei bar aperti dalle insegne scialbe e in quelle splendenti dei ristoranti, nell’euforia spensierata dei brindisi, nel pane, nella frutta e verdura dei piatti, nella pattumiera adagiata sugli usci o al sicuro dentro i cassonetti, nella cupezza delle luci complici – oneste ma complici – accese in tutti gli appartamenti, dove la vita continuava come se fossimo davvero in una democrazia liberale […].

È proprio in questa interminabile brutta periferia di Milano che si estende per tutta l’Italia e che colonizza ogni ambito della vita che si dispiega la tragedia del precariato come unica condizione di possibilità dell’esistenza. Quasi come un’opzione politica, a essa Falco contrappone la scrittura: la scrittura come via di fuga dal lavoro, come strategia di sopravvivenza e come elemento indocile che eccede il momento totalitario dell’ordine neoliberale. Il divenire romanzo della vita è qui reso possibile oltrepassando la soglia che divide la scrittura dalle condizioni materiali della scrittura: l’autore che si mostra nudo e ci indica la speranza che nella letteratura sia possibile trovare la forza per ridimensionare l’entità della sconfitta.

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