L’Innominabile attuale: Un’altra fine del mondo

CATERINA ORSENIGO

 

Roberto Calasso, L’innominabile attuale, Adelphi, 2017, €20,00

Si è parlato da queste parti, ormai diverse settimane fa, della silenziosa sensazione di fine del mondo imminente. Una fine data da una Terra, Gaia, che risvegliandosi ricaccia l’Uomo nella sua immanenza geologica. Tanta fatica per rendere il Mondo un ente fuori da lui e ora l’Uomo, facendosi esso stesso forza geologica distruttiva, si ritrova vittima terrestre di questa catastrofe tutto sommato naturale.

Eppure questa percezione è sottile e ovattata e l’uomo si muove nel frattempo stordito, con “la sensazione di non sapere ogni giorno dove sta mettendo i piedi”, in un Attuale che Calasso ha definito Innominabile.

Veniamo dunque a lui, l’essere descritto da Calasso nel suo ultimo libro: l’Homo secularis. Una specie a cui tutti più o meno apparteniamo, quanto meno in questa parte di mondo.

Si tratta di un uomo che ha cancellato il divino dal proprio orizzonte e che cammina cieco, incapace di percepire un oltre, di intuire un altro da sé minimamente trascendente. Come un Turista si limita a visitare tanto i luoghi quanto la vita, quasi non ne fosse mai davvero chiamato in causa – eppure infelice nell’inconsistenza che comunque avverte. Ma soprattutto egli, che non vede l’invisibile, non può concepire nulla al di fuori di quello che ha di fronte gli occhi: non la morte, che diventa tabù, non un mondo diverso da quello della società in cui vive, perché in essa è immerso come in un mare e dunque solo in essa può credere.

Frattanto, egli smette lentamente di interpretare, come riscontra Harari – citato appunto da Calasso – e si limita sempre più a registrare dati, e a condividerli lasciando che sia il caso o un algoritmo a dare significato e costruire connessioni per lui. Resta solo il nudo dato. E il turista che guarda il mondo da dietro una balaustra e non crede in niente, se non nella società stessa, autotrofa, non può che guardare da lontano la fine del mondo di cui parlavano Danowski e De Castro e accompagnarla, fal canto suo, con la fine dell’uomo significante.

Una “fine del mondo” si può trovare in un film di Lars Von Trier o in libro di Cormac McCarthy e può sembrare vicina, ma di certo non riguarda direttamente il singolo uomo-turista: perché lui non ci può credere davvero, non può credere che qualcosa di invisibile lo concerna. Toccherà ad altri, più in là. Egli così si trascina indolente verso la rovina: tanto un mondo dopo in cui lui e soprattutto la società non siano previsti sicuramente non esiste.

Eppure Gaia irrompe e sempre di più irromperà nella quotidianità. Ma è più simile al Terrorista, figura anch’essa citata ne LInnominabile attuale, e in comune con esso ha il committente ultimo delle condanne: il caso.

E cosa fa più paura? L’uccisione significante o l’uccisione casuale? Perché il caso è il più ampio dei significati. Davanti all’uccisione significante, l’insignificante può ritenersi protetto dalla propria insignificanza ma davanti all’uccisione casuale, l’insignificante si scopre particolarmente esposto appunto per la propria insignificanza. (…) Il terrorismo significante non è la forma ultima di terrorismo, è la penultima. L’ultima è il terrorismo casuale, la forma di terrorismo più corrispondente al dio dell’ora”.

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