Noi che rimpiangiamo la crisi e odiamo le serie tv

(Riceviamo con piacere e pubblichiamo. Ringraziamo il gentile Simo e, promettendogli di seguirlo SEMPRE e OVUNQUE [è una minaccia], gli facciamo un grosso in bocca al lupo)

 

SIMONE LISI

Sulla solita panchina/ufficio in Piazza Tasso ho incontrato il mio editore. Mi ha detto: vieni passiamo subito in magazzino, ti mostro il tuo libro. Siamo andati nel bagagliaio della sua auto e l’ho visto, il mio romanzo. Mi si è aperto il cuore a vedere il frutto di tanti sforzi. Ma aspetta, ha detto lui, prima di poterlo toccare devi scrivere per Il Mondo o Niente un bell’articoletto. Qualcosa sui trentenni e la crisi.

Ma io? Non saprei…

Simone, non fare il timido, con il tuo romanzo hai scritto esattamente un trattato sui trentenni (che è un’allitterazione mica da ridere), che ti ci vuole a scrivere un articolo? Al lavoro.

Se proprio insiste.

E non ti dimenticare delle crisi.

Dall’ufficio stampa mi sono arrivati subito uno o due messaggini vagamente ironici, con scritto: L’hai già scritto l’articolo sui trentenni, vero? Ce l’hai messa dentro la crisi, vero? E una faccina che fa uuhhhh.

Sudando freddo ho pensato al da farsi e che mi piacerebbe rendere tutti felici, o almeno che mi lasciassero in pace per oggi. Poi l’illuminazione: forse ho un’idea.

Sentiamo, strilla il mio editore, tirandomi una pacchina in testa, mentre parla al telefono con qualcun altro. Allora, ho riposto incassando a testa tra le spalle, non so bene come spiegare, ma io credo che se hai trent’anni, oggi ti trovi a vivere una situazione paradossale.

E sarebbe? scrive immediatamente l’ufficio stampa sul telefonino.

Credo che noi trentenni viviamo una situazione paradossale perché rimpiangiamo i bei tempi andati della crisi.

Wtf? Scrive l’ufficio stampa. E che vuol dire?

Esempio. Due trentenni si incontrano per strada e si dicono: Ti ricordi quando crollava l’economia?

E l’altro risponde: Sì che mi ricordo, com’era bello. E ti ricordi, dice all’altro, quando cadevano i governi? Che nostalgia. E vanno avanti così a parlare.

Capito il paradosso? Che avranno poi da rimpiangere?

Si, ma non basta, dice l’ufficio stampa, parlaci del libro, dov’è l’amore, dov’è la trama?

Ma vedete, provo a giustificarmi io, nella post-crisi che vive un trentenne d’oggi il canone è stabilito dalle serie televisive. Appena c’è un brandello di, non dico trama, ma possibilità di trama, subito se ne fa una serie televisiva. Se c’è anche un lontano, remotissimo filo che collega due eventi, se ne fa una serie. Tutto è tematizzato.

Cena, trentenni in crisi, vai, perfetto, ne facciamo una serie.

Fermi, rispondo alle sirene incantatrici, ma io non ho questo filo che lega le cose. Sto andando a tentoni nel labirinto di Cnosso, ho una fidanzata che in mano non tiene nessun filo ma una piastra in vetroceramica. A volte nella sala centrale del labirinto, di sera, o in quello che potremmo chiamare semplicemente ‘salotto’, organizziamo delle cene con dei vecchi amici. Sono cene in cui parliamo delle cose che ci accadono durante il giorno, di eventi quotidiani, che tuttavia sono per usare un eufemismo, strani. Ma non strani inquietanti, e non strani mortiferi, solamente intraducibili, oscuri.

Va benissimo. Serie televisiva.

Ma aspettate.

Niente da fare, serie televisiva, subito. Tieni il tuo libro e sparisci.

Mi sono allontanato dalla piazza per andare al mio part-time alle poste private e una vaga idea, che è grosso modo questa: che noi trentenni di oggi facciamo lavori che non amiamo, ma allo stesso tempo pensiamo che se mai dovessimo fare lavori più attraenti, che so, lo scrittore, finiremmo per odiare anche quello. Finiremmo per sentirci soffocare con questi editori e uffici stampa.

Lampeggia il telefonino. Non ci siamo.

Ci sentiamo tra sei ore, scrivo all’editore, in pausa pranzo finisco l’articolo sui giovani e la crisi, poi mando tutto a Il Mondo o Niente.

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