PIERRE BAYARD: COME PARLARE DEI LIBRI CHE NON SI SONO LETTI

RAFFAELE NENCINI

Pierre Bayard, Comment parler des livres que l’on n’a pas lus?, Les Éditions de Minuit, 2007, pp. 198, €15,20

 

Credo che esistano molti modi per recensire un libro, non saprei dire se siano infiniti, certamente sono più di quanti ne potrei elencare; ma il fascino della catalogazione è così potente che dovrete mostrare pazienza poiché, sebbene non possa riuscire esaustivo, penso proprio che cederò alla vertigine della lista: abbiamo le schede di lettura, le sinossi, le recensioni polemiche, le recensioni entusiaste, le recensioni distratte, le recensioni attente, e poi, molto raffinate, le recensioni che parlano d’altro (queste ultime, in certi casi, sconfinano nel personal branding). Si possono creare anche altre tassonomie: secondo i target di riferimento avremo, per esempio, le recensioni che escono sulle riviste degli accademici, le recensioni giornalistiche, radiofoniche, televisive, dell’internet. Leggiamo recensioni lunghissime, brevissime, in prosa e in poesia, in verso libero e in metrica codificata, recensioni in forma di fumetto o di haiku.

C’è però un’insiemistica che mi pare doveroso menzionare tra le più rilevanti: quella che vorrebbe solo due grandi gruppi, ovvero i libri che si sono letti e quelli che non si sono letti. Capita infatti tutti i giorni a molti di noi di dover parlare di libri che non si sono letti, talvolta li dobbiamo recensire, e più spesso di quanto a una prima analisi si sarebbe propensi a credere sono proprio quelli su cui riusciamo ad avere gli scambi più proficui. O almeno questa è la tesi di Pierre Bayard, scrittore e accademico francese che una dozzina di anni fa divenne celebre in tutto il mondo con la pubblicazione di Comment parler des livres que l’on n’a pas lus?. Con questo, che ormai è un classico vorrei dire della critica letteraria, l’autore si interroga sui diversi modi in cui si può non leggere un libro, sulle situazioni delicate in cui ci si può trovare quando si è tenuti a parlarne e sugli espedienti da mettere in campo per essere all’altezza delle circostanze. Quello che mi sembra il punto qualificante del discorso è la critica, mossa da Bayard, alla concezione secondo cui sarebbe necessario computare un libro dalla prima all’ultima parola, prima di parlarne; viceversa, può essere molto più utile avere su un argomento, e sui libri che lo trattano, una visione d’insieme. Talvolta può bastare scorrere un libro, conoscerne il contenuto attraverso la lettura proposta da un altro autore, o magari leggerne alcune parti.

A ben vedere, questa è una posizione piuttosto tipica della cultura francese contemporanea. È possibile percepirvi l’eco dei diritti del lettore enunciati circa trenta anni fa da Daniel Pennac: tra di essi comparivano il diritto di non leggere, il diritto di non finire il libro, il diritto di saltare le pagine. Possiamo anche sorridere dinnanzi alla tenera sfrontatezza di certe formulazioni, ma credo sia inevitabile fare i conti con una verità essenziale: la gran parte del nostro sapere risiede in libri che non abbiamo letto, o che abbiamo letto solo in parte. Sarebbe infatti molto difficile affermare che la tesi di Weber circa la secolarizzazione della grazia nella dottrina di Calvino sia  conosciuta solo tra chi abbia faticato a lungo sulle pagine de L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, o che occorra aver studiato attentamente La ricchezza delle nazioni per schierarsi contro la mano invisibile di quel porco di Adam Smith.

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