140

GIULIA SABELLA

“Stefano muove le dita lentamente, sfogliando i vinili con i polpastrelli. È entrato nel negozio con un obiettivo ben preciso ma non vuole privarsi del piacere di immergersi in quelle cassette di legno disposte una accanto all’altra, quasi indistinguibili tra di loro se non fosse per la lettera bianca che portano sul fianco”. Giulia Sabella torna con noi per il secondo Racconto del Mese. Con “140” ci parla di vinili, walkman, e della musica che ci salva. Da adolescenti e per sempre. 

 

Stefano muove le dita lentamente, sfogliando i vinili con i polpastrelli. È entrato nel negozio con un obiettivo ben preciso ma non vuole privarsi del piacere di immergersi in quelle cassette di legno disposte una accanto all’altra, quasi indistinguibili tra di loro se non fosse per la lettera bianca che portano sul fianco. Eccolo allora chino su quella contrassegnata dalla lettera “V”: le sue dita sfiorano Van Halen, Vasco Rossi, Ornella Vanoni, ma è quando tocca The Velvet Underground and Nico che si blocca, sentendo quasi una scossa elettrica che gli corre lungo il braccio. Non è quello il motivo per il quale è uscito prima da lavoro e si è infilato nel negozio alle 18,30 in punto, nella sicurezza di potersi godere un’oretta tutta per sé in quel negozio polveroso, sotto gli occhi dei ragazzini che lo guardano come se non avessero mai visto nessuno in giacca e cravatta. No, non è venuto lì per quello, ma mentre tiene in mano il vinile già lo vede nello scaffale del suo salotto, insieme a The Name of This Band is Talking Heads, Concerti Brandeburghesi e Buon Compleanno Elvis, in mezzo a una tale ammucchiata di generi che una volta una tizia che aveva portato a casa gli aveva chiesto ridendo se quei dischi li avesse comprati a caso. Stefano si era limitato a sorridere, aspettando che lei finisse il bicchiere di vino per accompagnarla alla porta, perché purtroppo la mattina dopo lo aspettava una levataccia.

Adesso Stefano tiene tra le mani quel vinile e con gli occhi segue la forma della banana in copertina. Lo rimette al suo posto. No, non è venuto per quello. Lo prenderà la prossima volta, e se anche non lo dovesse trovare ne comprerà un altro. La sua lista è ancora lunga. Va quindi a passo deciso verso la cassetta contrassegnata dalla lettera “C” dalla quale sfila Disintegration dei Cure (il cui nome completo sarebbe “The Cure” ma il gestore del negozio ha deciso di eliminare arbitrariamente tutti gli articoli determinativi dalla disposizione alfabetica degli artisti). Stefano porge disco e carta di credito alla ragazzetta con i capelli rosa che sta dietro alla cassa.

«Va bene se uso il contactless

Stefano fa cenno di sì senza neanche guardarla. Lei passa la carta, si sente un trillo di conferma. «A presto» dice, porgendogli il sacchetto. Lui esce dal negozio e, mentre si avvia alla fermata del bus, un numero gli rimbalza nella testa: 140. Quello è il suo centoquarantesimo vinile. Il primo l’ha comprato nel luglio del 2005: un vicino di casa aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse in cartoleria e allora aveva accettato quel lavoretto estivo, sapendo che l’alternativa sarebbe stata quella di passare le vacanze a ciondolare al campino di calcio insieme agli amici dell’oratorio. Con quel lavoro arrivò anche il suo primo stipendio (se così si possono chiamare i pochi soldi consegnategli dentro una busta da lettere con sopra il suo nome). Come la prese in mano, chiese al vicino di poter entrare più tardi la mattina dopo. «Ti ho appena pagato e tu già vuoi andarti a ubriacare?» rise quello, dicendogli che non ci sarebbero stati problemi se si fosse presentato a lavoro per le 11. Quella sera Stefano andò a letto presto e la mattina dopo si alzò, andò alla stazione, salì sul treno delle 7,45 e in meno di mezz’ora arrivò ad Arezzo. Andò a piedi fino al corso, entrò in un negozio di dischi e indicò al cassiere il vinile di Nevermind che stava in vetrina. Con la busta di plastica in mano tornò quindi alla stazione appena in tempo per salire sul treno delle 8,56. Arrivò a casa che non erano neanche le dieci. L’appartamento era vuoto. Andò in camera sua, liberò una mensola e ci appoggiò il vinile. Pensò che avrebbe dovuto comprare anche un giradischi, ma non era un acquisto urgente. Quell’album lo conosceva a memoria, avendolo ascoltato una infinità di volte grazie a una musicassetta che gli aveva copiato la Francesca, la sua compagna di classe che aveva la sorella più grande che suonava la chitarra e che i fine settimana andava al Cencio’s e alla Flog. No, lui non voleva solo ascoltare la musica, voleva possederla. E ne aveva abbastanza delle musicassette copiate, con l’elenco delle canzoni scritte a penna, e dei CD più o meno taroccati che a un certo punto, inevitabilmente, iniziavano a perdere colpi e a saltare dentro allo stereo.

Fu da quel luglio del 2005 che iniziò a comprare un vinile per ogni busta paga che riceveva, ognuna delle quali corrisponde a un artista, un disco, una canzone. Anche adesso che non lavora più nell’edicola del vicino, che lo stipendio non gli arriva dentro una busta stropicciata, che ha cambiato città, e ha perso di vista la Francesca e metà degli amici del campino, ancora adesso il primo lunedì di ogni mese lui va in un negozio di dischi e compra un vinile. Li tiene nella libreria del salotto, disposti in ordine di acquisto. Ecco allora Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles accanto all’Ingresso libero di Rino Gaetano, o Is this it degli Strokes costola contro costola con Socialismo tascabile degli Offlaga Disco Pax. Ha anche un giradischi, messo in bella mostra su un mobiletto accanto alla libreria, ma non lo ha mai usato. Non suona nessuno strumento, va ai concerti solo quando lo invitano gli amici e neanche saprebbe dire qual è il suo genere preferito.

La sua passione per la musica è nata quando era bambino, con lo zio Corrado che un Natale gli regalò un walkman. Era piccolo, nero, compatto, di quelli che si potevano mettere in tasca e che servivano non solo ad ascoltare la musica ma anche a registrate i suoni, le voci, i rumori. Con la sua paghetta Stefano riuscì a farsi una piccola collezione di cassette che comprava in edicola. Per lo più erano sigle dei cartoni e lui teneva quel piccolo tesoro in una scatola da scarpe, decorata con gli adesivi che trovava con le merendine. Quando tornava a casa da scuola andava in camera sua, si metteva le cuffie e passava le ore ad ascoltare quelle canzoni, togliendo i libretti dalle custodie e leggendo i testi. Il mondo che stava fuori non esisteva più: non c’era la maestra Lidia, con l’occhio strabico e la voce gonfia, Francesco della V B che lo prendeva in giro per le sue scarpe, suo padre che gridava e sua madre che, ogni tanto, piangeva. La notte si sdraiava sul letto con le cuffie sulle orecchie, il volume al massimo, e si addormentava così, senza neanche accorgersi che la cassetta era finita e che avrebbe dovuto cambiare lato. La mattina si svegliava, frugava tra le lenzuola alla ricerca del mangianastri, lo apriva e rimetteva la cassetta al suo posto insieme alle altre.

Poi un sabato, tornato da scuola, mise la mano sotto al letto per prendere la scatola ma il mangianastri non c’era più. Contò le cassette: non ne mancava neanche una ma il walkman era scomparso. Iniziarono a tremargli le mani. Era sicuro di averlo messo lì quella mattina stessa, appena alzatosi, prima di colazione. Tolse le lenzuola per controllare che non fosse finito da qualche parte, ma non c’era. Iniziò a buttare all’aria tutta la stanza, cercò anche nello zaino, ben sapendo che mai si sarebbe azzardato a portare quel suo tesoro a scuola. Andò in cucina, dove sua madre stava finendo di preparare il pranzo.

«Avete visto il mio walkman?»

Sua madre non rispose. Continuò a girare il sugo, dando le spalle al figlio e al marito, quest’ultimo già seduto a tavola e guardava la televisione con la sigaretta in bocca.

«L’ho preso io» disse suo padre, senza staccare gli occhi dallo schermo. Stefano lo fissò titubante.

«Quando hai fatto me lo puoi ridare, per favore?»

Il padre lo guardò.

«Ma chi ti credi di essere, il figlio di Onassis?».

Stefano rimase perplesso. Non aveva la più pallida idea di chi fosse quel signore. Il padre iniziò ad urlare. «L’ho preso e l’ho venduto e ringraziami che penso alla famiglia». Si voltò poi verso la moglie che continuava a girare il sugo dandogli la schiena. «Tuo fratello sa in che condizione siamo? Invece di fare il riccone in Germania e regalare queste cazzate al nipote potrebbe mandarci dei soldi, quello stronzo».

«Corrado ci fa vivere nella casa di mio padre senza chiederci niente» disse lei senza togliere gli occhi dalla padella. Il padre si alzò di scatto. «E chi è che vi dà da mangiare? Chi è che vi veste? Io o Corrado?»

«E chi è che si gioca tutto?» urlò lei, «che si vende anche le mutande? Chi è che tutte le sere va via, neanche so dove, e poi sono io quella che deve rispondere al telefono perché tu non hai neanche più il coraggio di alzare la cornetta?».

Stefano si voltò e lentamente tornò in camera sua, sperando che i genitori non si accorgessero della sua assenza. Chiuse la porta della camera, si sdraiò sul letto sfatto e mise la testa sotto le coperte. Prese una delle cassette e iniziò a leggere l’elenco delle canzoni. Chiuse gli occhi e canticchiò così, non seppe nemmeno lui per quanto, fino a quando non sentì le urla cessare e la porta di casa sbattere.

Stefano è in salotto, seduto sul divano con le gambe allungate sul tavolino. L’ultimo raggio di sole della giornata filtra dalle tende e si allunga sul suo grembo, dove tiene il posacenere. La sigaretta che ha tra le dita si è spenta ma lui non se n’è ancora accorto: i suoi occhi sono come bloccati sul vinile che ha in mano. “And it’s so cold, it’s like the cold if you were dead, and you smiled for a second”.

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