ISOMETRIE

ROBERTO CAGNOLI

Zeta allora guardava, costruiva oppure immaginava di costruire, voleva vedere dentro per capire com’era fuori. (…) Attento, curioso e vigile sull’intorno: le strade, le case, le persone, e le case lungo le strade e le persone che escono dalle case, e le case sulle strade che portano alle case e le case delle persone che attraversano strade, e via così”. Per il nostro Racconto del Mese, Roberto Cagnoli ci parla delle persone, delle case, delle strade, delle città: delle persone che sono nelle case, delle case che sono nelle strade, della strade che sono nelle città. Delle città che cambiano, si duplicano, si adattano. E delle persone che resistono. Eppure, come le città, cambiano. 

 

Il rumore sordo di sfregamento, sabbioso, poi una leggera torsione. Alcuni frammenti di intonaco sul marciapiede. Un altro rumore: asciutto, definitivo. Tutta la parete ora era a sbalzo sulla strada con i pilastri leggermente prolungati verso l’alto, come dita protese.

Poche centinaia di metri più avanti un altro movimento: falde di tetto, diverse inclinazioni, l’inizio di una rotazione.

Ai limiti dell’abitato, in silenzio, l’asfalto tiepido si espande, a prolungare strade mai pensate.

Zeta è fermo sulla scala, guarda verso il basso, poi in alto: è diversa, se n’è accorto subito. Percettivo, ipersensibile, sente col corpo. Ventisei anni, forse ventotto, asciutto, vestito largo, sguardo scanner.

Gira, tocca le pietre, i mattoni tiepidi, la calce; ascolta – ausculta è la parola giusta – le vibrazioni della città.

Uno spazio annerito annichilito, i volumi devianti delle concrezioni, gli acciai reticolari e ossidati: tutto lì davanti. Zeta, in piedi nello spazio, vuole capire, ma i perché sfuggono.

La notte scorsa anche la scalinata della piazza si è duplicata come una cellula, gli altri adattano i propri sguardi bassi ai cambiamenti fingendo di non vedere. È una popolazione incapace di accettare la città come terza e di subirne la vitale evoluzione.

Zeta invece confronta con attenzione i parametri, stabilisce dei rapporti di forma, sente, è vero, in modo differente, ma è la sua natura.

E gli altri ricercano scopi dimenticati dietro ad un obiettivo, sì ma qual è l’obiettivo, il fine?

Non udire i gorgoglii grevi dei terra-tetto che si spanciano fuori piombo? Non notare i profili di acciaio che si arrampicano sulle facciate di marmo delle basiliche? Non accettare parcheggi che si interrano? Non considerare la possibilità che la città sia consapevole? NON.

Quindi saturare le strade di veicoli, seguendo impossibili istruzioni di navigatori satellitari senza satellite, che ripetono accorati “tornate indietro quando potete”, “tornate indietro se potete”, “tornate”.

Allora flussi di caos su ruote circondano in senso antiorario gli edifici e poi, sì, poi bisogna fare attenzione alle rotonde senza uscita, loop improbabili intasati di auto in perenne rotazione, senza conoscere più il tempo.

La città si difende.

Dehors, bovindi, bifore e lesene, contrafforti, merli guelfi (e ghibellini), piedritti, catene

Tadao Ando, Mies, Alberti. Gaudì aveva già visto e sapeva.

 

Zeta cammina lungo la strada attento ai bordi mobili dei marciapiedi, ripensa e osserva, osserva continuamente e annota.

E ricorda. “Studia, cresci, mangia, studia, impara, dormi, studia, guarda…” era sua madre, instancabile motore e alle volte tormento della sua ancora vicina giovinezza – e il padre, vabbè, poche parole, ridotte gradazioni di colore e sempre le stesse.

Zeta allora guardava, costruiva oppure immaginava di costruire, voleva vedere dentro per capire com’era fuori. A scuola insomma, così così, da sempre nell’infinito popolatissimo luogo del “si può fare di più”, però attento, curioso e vigile sull’intorno: le strade, le case, le persone, e le case lungo le strade e le persone che escono dalle case, e le case sulle strade che portano alle case e le case delle persone che attraversano strade, e via così.

 

La struttura in cemento armato, dagli strati fondali al seminterrato su fino ai piani, diviene instabile, controllata forse dalle sequenze numeriche che l’hanno progettata. Minuscoli fremiti di lunghe armature, avvitamenti orizzontali, connessioni liberate da vincoli statici e dinamici, distacchi parziali di copriferro e ferri scoperti, ruggini esposte, tensioni incontrollate: le verifiche non si verificano più nei baricentri impazziti. Fuori piano. Fuori tutto.

Una superfetazione continua produce deviazioni.

La trasformazione diventa evidente negli elementi architettonici, con simboli, cornicioni, dettagli, che si modificano o che nascono spontanei: sbalzi barocchi su capannoni industriali, capitelli corinzi che sostengono viadotti, la cupola che diventa piramidale, i campanili che ruotano in orizzontale.

E ancora: svincoli autostradali che mutano in vincolati, enormi condomini che perdono portoni di accesso, silenziosi come cumuli di loculi.

 

Monopoli, il gioco. Ora Zeta c’è dentro: Corso Magellano, Parco della Vittoria, Vicolo Stretto. Zeta prende tutte le carte delle probabilità e degli imprevisti, costruisce case, alberghi, compra stazioni, va in prigione direttamente e senza passare dal via, ritorna al Vicolo Corto.

 

Il ponte si fa sghembo, le arcate non combaciano più sollecitate da movimenti invisibili delle pile. Ma tengono però un’inconsueta stabilità, dovuta forse alla loro forma o alla coesione mutante. Quella delle enormi pietre divenute collosi parallelepipedi.

 

Ora tutto sembra un cubo di Rubik: niente è al suo posto, bisogna fare qualcosa.

Diciamo che si potrebbe forse, con un minimo di impegno, rettificare le direzioni sbagliate, allargare le curve. Insomma decomprimere, dilatare. Questo pensa Zeta, in piedi, alto sui tetti mobili.

Laterizio e fibre di carbonio, le pareti si curano, leniscono i propri danni e le esfoliazioni dovute al tempo e all’aria acida. Si espandono rotolando su se stesse, producono fabbricati difficili anche da pensare. Decidono cosa sono e come esserlo. Antropico inverso.

 

La stanchezza è immensa, un sovraccarico gravitazionale: Zeta si stende con movimenti rallentati sulla piana. Così, supino. Lentamente capisce che è lì, che è quello il posto, le mani, i piedi, diventano periferie difficili, banlieu, zen, Scampia: le allarga, si allunga in nuovi quartieri già degradati.

Il corpo si espande, si schiaccia e prende nuove forme, geometrie inconsuete: comincia a sentire la vita fluire, ma non la sua, quella degli abitanti, del traffico. Il fiume ora lo attraversa al contrario, gli affluenti come arterie. La piana lo accoglie caldo, assapora la sua espansione, fa parte del paesaggio.

Gli occhi di asfalto sono percorsi da migliaia di mezzi mobili di tutte le tipologie. Nelle sue vene fluiscono persone, circonvallazioni e raccordi prendono vita rapida dai suoi fianchi, i polmoni respirano la terra, cementi nuovi ricostruiscono quartieri che sono lui stesso.

Ferrovie, binari, sottopassi, pensiline. Ed ecco davanti o dentro il significato chiaro di che, di cosa: ognuno è una città.

A vita nuova restituito.

Articoli recenti

Commenti recenti

Archivi

Categorie

Meta

ilmondoniente Written by:

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *