Messico e Nuvole

GIADA TOMMEI

“Già: le abitudini. Quando è che erano diventati così normali? Si chiedeva Raniero tra una foglia d’insalata e l’altra. Quando avevano smesso di sentire quella voglia di vivere che fino a qualche tempo addietro – ormai forse troppo – li teneva insieme così stretti che bastava uno sguardo d’intesa a una noiosa cena di famiglia per sentirsi quell’abbraccio bollente dentro la pancia che dice “dai su, tra poco è finita e noi torneremo a casa a berci un bicchiere brindando a questa noiosa serata!”. Quando avevano, esattamente, smesso di ridere? E di chi era la colpa?” Giada Tommei per il Racconto del Mese di dicembre ci parla di abitudini e amore, noia e normalità. Speranza e solitudine.

 

C’erano troppi spifferi, in quella casa. Troppi, decisamente: nelle serate particolarmente ventose l’aria fredda penetrava all’interno delle stanze servendosi di ogni anfratto possibile, come un verme che si intrufola all’interno di una mela succosa sventrandone la polpa con estremo disinteresse.

“Il lombricone?”, chiese lei finendo di cospargere l’insalata di olio novo indicando i piedi della porta di ingresso, troppo vicina al tavolo da cucina viste le modeste dimensioni dell’appartamento. “Il paraspifferi, dici? Non so, l’avrà di nuovo mangiato il gatto”.

Il Tg proiettava le solite identiche immagini di morte e vita mixate insieme come i piatti che stavano mangiando: tanti sapori, che poi alla fine non distingui più cosa stai masticando. Raniero guardò Laura. Era bella come dieci anni fa, seppur con qualche segno di fatiche e delusioni e sforzi a solcarle volto e nocche.

La carne era troppo ben cotta: un viziaccio, quello della moglie, che decideva la cottura a seconda dei propri gusti. “Anche stasera ciabatta alla piastra”, bofonchiò ridendo. “Senti, tu torni prima e tu te la cucini va bene?”, tuonò lei.

Rispondeva a tono, Laura, ma non era arrabbiata: era il suo modo per controbattere quando sapeva di aver torto, Raniero di questo aveva sempre riso. Non quella sera, però. Quella sera era pensieroso.

Affettò un’altra fetta di pane, per staccarne la mollica a poco a poco e portarsela tra le labbra svogliatamente. La forchetta gli cascò di mano un paio di volte, facendo schizzare il condimento sulla camicia. Laura guardava ora lo schermo ora il marito, per poi passare velocemente lo sguardo sul piatto. “Oggi a lavoro m’han fatto dannare”, disse. “Ah, sì?”, rispose Raniero sperando che la conversazione non virasse di nuovo sulla noiosa quotidianità della moglie che ancora, dopo 20 anni passati a lamentarsi ogni sera non aveva trovato la forza di licenziarsi, troppo ancorata alle abitudini per cambiare aria. Già: le abitudini. Quando è che erano diventati così normali? Si chiedeva Raniero tra una foglia d’insalata e l’altra. Quando avevano smesso, di sentire quella voglia di vivere che fino a qualche tempo addietro – ormai forse troppo – li teneva insieme così stretti che bastava uno sguardo d’intesa a una noiosa cena di famiglia per sentirsi quell’abbraccio bollente dentro la pancia che dice “dai su, tra poco è finita e noi torneremo a casa a berci un bicchiere brindando a questa noiosa serata!”. Quando avevano, esattamente, smesso di ridere? E di chi era la colpa? Forse anche Laura se l’era chiesto, come Raniero: certo è che lei, di carattere, tendeva ben poco ad accettare i problemi perché ben poco tendeva a volerli risolvere. Era il classico animale che dorme ogni inverno nella stessa grotta e percorre d’estate la stessa strada di caccia: e, se in quello stesso percorso, gli animali una stagione scarseggiano, torna a casa a bocca asciutta piuttosto che svoltare verso una via sconosciuta.

“Mi garberebbe sapere perché mi rispondi a monosillabi, stasera”, insisté lei mettendo su la moka. “Te l’ho detto, sono stanco”, rispose lui.

“Stanco di te”, avrebbe voluto aggiungere. “Stanco di noi, stanco della mia doppia vita”: Sì perché ogni sera, Raniero, aveva in mano la vita di Laura. Ogni cena si riproponeva di dirglielo e mettere fine a quella lenta morte. Arrivava a casa, si toglieva il cappotto e pensava: “Questa sarà l’ultima sera che vedrò questa casa”. Poi si sedeva, la guardava e ogni parola si sbloccava in gola come quella spina di sogliola che, cane del mondo, gli rimase conficcata nella trachea l’estate del 2014 portandolo in pronto soccorso in codice arancione. Quella sera Laura si era spaventata tanto: gli disse che aveva paura di vederselo morire così, davanti gli occhi. “Raniero! Resisti per l’amor di Dio!”, gridava battendogli i pugni sulla schiena per cercare di farlo respirare, mentre in vivavoce contattava i soccorsi.

Resisti, Raniero. Se l’era ripetuto così tante volte che quasi aveva perso il conto. Se lo era ripetuto come un mantra, fino a che quella mattina al bar accanto l’officina non era arrivata Marzia, cinquantenne divorziata e da poco trasferita a San Pierino, che con occhiate insistenti gli aveva fatto perdere il capo. Lo aveva, e quello sì che lo aveva fregato, fatto sentire unico.

“Dannato sia l’animo umano e tutti i discendenti”, aveva urlato una sera appoggiato al volante della sua auto, prima di rientrare in casa dopo un aperitivo d’amore con Marzia. Erano bastati un bigliettino lasciato sotto la bustina dello zucchero ed un paio di “come stai oggi?” a fargli dimenticare Laura. “Perché diamine quella fiamma non l’aveva riaccesa lei, invece di aspettare che lo facesse qualcun’altra?”, bofonchiava piangendo ed arrabbiandosi ancora di più per quelle lacrime che agli uomini, come suo padre lo canzonava da ragazzo, non si addicevano affatto. E così gli aperitivi divennero cene, e poi sere fino a tardi e poi trasferte di lavoro che dio solo sa come faceva Raniero a giustificare a Laura una trasferta di lavoro ogni 20 giorni quando non era che un garzone di bottega al “Car repair” della vicina Pistoia. A volte pensava: “Stavolta se ne accorgerà, diamine: mi dirà che sono un farabutto, mi prenderà il telefono, leggerà i messaggi di Marzia che mi parla di passione e desiderio e, con qualche schiaffo in faccia, mi butterà fuori di casa. E allora io, affranto e stanco, non avrò che da contare i sensi di colpa che suoneranno ad ogni mio passo, almeno fino alla porta di casa di Marzia”: Ma Laura era sempre lì, dopo ogni scappatella e ad ogni fine giornata, intenta a metter in tavola la cena e lamentarsi della giornata o parlare dello “Stasera in Tv”. Così, tanto per dire qualcosa.

Insomma, quella sera della vigilia di Pasqua Raniero sembrava un gatto chiuso in un appartamento: dopo la cena andava su e giù per l’appartamento avvicinandosi alle finestre sbarrate. Guardava giù e pensava: “Forse se mi butto, mi farei molto male e allora il dolore mi darebbe l’alibi giusto per fare quello che mi pare”. Però poi pensava a ciò che si sarebbe perso e dunque di nuovo tornava quell’orribile duello a colpi di morsi tra coraggio e felicità. Quel giorno, però, sembrava diverso: l’irrequietudine pareva mangiarlo vivo come un tarlo famelico su di una madia antica a casa di una nonna qualsiasi. Che fosse lo spirito della rinascita religiosa, tipica di quella festività? “Bazzecole”, pensò bestemmiando. “Io a Cristo non ci ho mai creduto”. Forse era solo che, arrivato ad un certo punto, quello che si ha dentro pare non poter esser più celato. È come quando costringi un bimbo vispo a sedere a tavola, mangiando composto la merenda mentre tutto intorno i coetanei ridono e corrono e saltano e lui ancora lì fermo a mangiare quel pane e marmellata che sembra non finire mai vuoi per la dimensione vuoi per i morsi troppo piccoli. Arriva un attimo, e giuro è questione di poco, in cui il tavolino si ribalta, il cibo viene lanciato ed il bimbo già ha preso il largo su per la collina correndo come un forsennato al suono di “Vieni qui! T’ho detto vieni!”.

“Vieni Raniero?”, chiamò Laura dal salotto. “C’è quel programma bellino sull’Alaska!”, disse contenta. “Ci vorrei ma esse’ io in Alaska”, pensò rabbioso. “Ora vengo, un minuto”, rispose invece. Camminando dal tinello al divano c’erano 7 passi: li aveva contati le innumerevoli volte in cui era partito deciso per dirle basta. Di solito arrivava al terzo e già aveva abbandonato l’idea: quel giorno era già al quarto e sembrava essere deciso. Quinto: “che diavolo mi sta succedendo?”.  Sesto: “Ci siamo!”. Settimo: “Laura, ti devo…”.

Cadde a terra come quei cartelli di legno improvvisati per indirizzare i pellegrini alla meta, che alla prima tempesta si spezzano in due senza che nessuno si accorga di loro lasciando così i turisti nel buio più totale. Era stato un attimo, così come un attimo doveva essere nel proferire quelle fatidiche parole “Laura-ti-devo-parlare”. Il braccio, a dire il vero, gli aveva cominciato a far male già dal primo, di passo: ma non ci aveva fatto molto caso. Arrivato allo schienale del divano, appena scorsi i capelli dorati raccolti in uno chignon il suo cuore aveva smesso di battere. Un rantolo, un respiro spezzato e poi gli occhi chiusi. Pensava di avere in mano la vita di lei, dimenticandosi che, oltre ogni congettura, era semplicemente la vita ad avere in mano lui. “Raniero! Raniero! Che hai fatto?”, urlava Laura. I vicini accorsero e l’ambulanza arrivò prontamente. Ma per Raniero, ormai, era troppo tardi. Troppo tardi.

“C’eravamo tanto amati”, disse Laura piangendo al funerale. “Da sempre, senza mai smettere”, sottolineava dolorante. Raniero fu seppellito tra terra e bugie. Marzia, poco lontano, ascoltava “Messico e Nuvole” e quasi un po’ si preoccupava. Erano ore che Raniero non le rispondeva: “Forse, questa volta, lo farà davvero”, pensò. E, speranzosa come non mai, alzò il volume della musica immersa nella sua canzone preferita. “È solo questione di tempo”.

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