PORNOSTAR

MATTEO CECCHI

«Cha cha cha, zum zum – Teknikova qualsialtro (qualsiasi altro) e ognunque (ognuno ovunque) – Niente di nuovo sotto nessun sole». Sotto il nostro sole, invece, c’è una grande novità. Il nostro primo Racconto del Mese. “Pornostar” di Matteo Cecchi.

 

«Il fatto che mi piaccia essere frustata non vuol dire che tu mi debba colpire così forte.»

«Oh, beh… Sai com’è…»

«Sei un idiota.»

«Scusa. Non ti arrabbiare. Tieni, colpiscimi tu.»

La schiena di Carolina era piena di righe viola. A volte Honoré esagerava. Veniva dalle Pleiadi e si faceva chiamare così. Era un nome piuttosto insolito su Venere.

«Carolina?»

«Uhm?»

«Io ho ancora voglia.»

«Io no. Arrangiati da solo.»

«Dai. Prendi la frusta.»

«No.»

Honoré si mise a quattro zampe. Strinse la frusta fra i denti e la porse a Carolina. Era nudo. Bruciature di sigaretta, lividi di tacchi sul culo abbronzato. Tutti i muscoli tesi e coperti di sudore. Aveva un corpo bellissimo. Per infiltrarsi fra gli umani aveva dovuto assumere il loro aspetto e aveva scelto quello migliore possibile.

Carolina sedette sul divano. Accese una sigaretta. Erano sposati da sei mesi. Non sapeva che Honoré fosse un Alieno. Sbuffò il fumo e guardò oltre la finestra. Dune sabbiose. Il grande Lago-Mare artificiale. Oasi di grattacieli abbandonati che svettavano qua e là, sparpagliati nel deserto. «Dobbiamo prendere una decisione» disse.

Honoré sputò la frusta e si inginocchiò davanti a lei. «Che decisione?» chiese. Poi schioccò le dita e l’olovisore si accese. Immagini di una grassona platinata che torturava due adolescenti magri, glabri, scheletrici.

Carolina passò il dorso di una mano sul naso e si pulì il sangue. «Dobbiamo decidere chi è che domina fra noi» mormorò, con lo sguardo incollato sul deserto.

«Non possiamo continuare a scambiarci i ruoli?»

«No. A me non piace fare la schiava.»

Honoré leccò gli stivali di Carolina e cominciò a masturbarsi. Era una spia. Stava raccogliendo informazioni sugli uomini per conto del suo governo. Ma non aveva cattive intenzioni. Doveva solo capire come funzionava il teletrasporto, l’ingegneria genetica, la terraformazione dei pianeti. Ma anche robe più banali, tipo gli origami. Fare un buon caffè. Il kitesurf. Dipingere a olio. E sapere se i cittadini del sistema solare fossero al corrente dell’esistenza di quelli delle Pleiadi.

Abitava una casetta niente male, con giardino e posto-razzo. Si fingeva una persona semplice, schiva. Il venusiano-medio: ottima spugna, buona forchetta. Taciturno. Lavorava in un centro di ricerche di medicina aerospaziale. I colleghi lo consideravano un tipo strano, affabile, un po’ affettato. Patito di informatica e piuttosto inetto alle relazioni sociali. Vestito sempre in maniera troppo formale. Con tonnellate di gel spalmate fra i capelli. Giacchette di tartan a costine. Scarpe comode, pantaloni larghi di velluto. Mai un minuto di ritardo. Mai un giorno di malattia. Un impiegato modello.

A fine turno tornava a casa, stappava una birra. Mangiava alghe, frutta, miele. Formaggio. Mai carne. Redigeva scrupolosamente il rapporto del giorno e lo trasmetteva ai suoi simili. Carolina invece lavorava al Bureau Filoalieno, uno dei tanti istituti che cercavano di scoprire forme di vita intelligente nel cosmo. Anche se non avevano uno straccio di prova, gli scienziati del Bureau erano convinti di non essere soli nell’universo e non vedevano l’ora di poterlo dimostrare. Inviavano sonde, diffondevano messaggi nello spazio. Origliavano il rumore cosmico e si consumavano gli occhi al telescopio. Ma l’unica cosa che avevano trovato era una muffa fucsia che, dicevano, proveniva da Orione. Honoré li trovava divertenti.

Carolina si alzò dal divano. Raccattò un vibratore. Lo infilò in bocca al marito e disse «Forse dovremmo prendere qualcuno», mentre i due teenager scheletrici si ribellavano e violentavano la grassona.

«Un ostaggio?» domandò Honoré, senza smettere di succhiare il vibratore.

«No, basta rapimenti. Troppo complicato» rispose Carolina, «Meglio comprare un sintetico. Giovane. Nero. Minimo venti centimetri di manico».

«Non credo che possiamo permettercelo.»

«Pfff…»

Carolina schioccò le dita. L’olovisore si spense. «Perché hai spento?» le chiese Honoré, «Insomma si può sapere cos’hai?».

Carolina non rispose. Le frustate sulla schiena le bruciavano da impazzire. Scrollò le spalle. Si chinò e spense la sigaretta sul culo di Honoré. Lui si eccitò. Le saltò addosso e la sollevò da terra. La penetrò così, reggendola fra le braccia, e dopo essere venuto la scaraventò sul divano. Era felice. Sulle Pleiadi non esisteva niente di simile a un orgasmo.

Guardò dalla finestra. C’era una ragazza in topless appoggiata alla staccionata del giardino. Portava gli occhiali da sole. Un tanga bianco. Un cinturone con manette e manganelli. Una pistola. A Honoré sembrava d’averla già vista. Si insospettì. Sgusciò dietro le tende e continuò a osservarla. Nell’ultimo messaggio i superiori lo avevano messo in guardia dal controspionaggio terrestre.

«Carolina?»

«Sì?»

«Tu credi veramente agli Alieni?»

«Sì.»

«Ne hai mai visto uno?»

«No. E tu?»

Honoré sorrise. «Nemmeno io» rispose. Continuò a guardare dalla finestra. Un energumeno coperto di borchie si avvicinò alla ragazza con gli occhiali da sole. La baciò. Le agganciò un guinzaglio al collo e la portò via. Honoré tirò un sospiro di sollievo.

Carolina si rimise a sedere sul divano. «Li invidio» sussurrò.

«Chi?»

«Gli Alieni.»

«In che senso?»

«Nel senso che vorrei essere una di loro. Più ci penso e più sono convinta che darei tutto quello che ho per essere diversa da ciò che sono. Intendo: per non essere solo una donna. Una umana. Mi capisci?»

«Più o meno.»

«Voglio dire… Non è il massimo condividere il quaranta percento del proprio corredo genetico con una banana. Non so se gli Alieni esistano. Ma se esistessero…»

«Se esistessero… Cosa?»

«…il fatto che non siano umani li renderebbe comunque migliori di noi. Non trovi?»

«Non saprei. Se tu fossi un’Aliena, magari, vorresti essere un’umana.»

«Perché?»

«Così… Tanto per cambiare.»

Carolina si alzò di nuovo dal divano. Sculettò verso il bagno, battendo forte i tacchi sul pavimento. Entrò e chiuse la porta a chiave. Honorè resto solo. Si pulì lo sperma con un fazzoletto. Fissò i collage appesi alle pareti. Biglietti di razzo-bus, ritagli di giornali. Vecchie fotografie. L’orologio a muro segnava mezzogiorno. L’ora del rapporto quotidiano.

Andò in cucina e svitò il dente finto. Lo scaldò nel forno a microonde e lo riavvitò al suo posto. Trasmissioni telepatiche attraversarono il suo cervello: «L’umanità non possiede alcunché di utile al Governo. Fine della missione. Tutti gli agenti segreti devono riunirsi sulla Terra e prepararsi al rimpatrio. Il punto di ritrovo è Wapakoneta, contea di Auglaize, Ohio, Stati Uniti d’America».

Honoré restò impietrito. La prospettiva di tornare a casa gli dava la nausea, lo faceva sentire come una stella che muore. Meno vivo. Svitò il dente e lo tenne in mano. Lo guardò. Scottava ancora e il bruciore gli provocò piacere. Strizzò forte i capezzoli e ricominciò a masturbarsi.

Adorava venire. Venere. Scopare. Leccare. Calpestare, essere calpestato. Il Lago-Mare. Baracche di pescatori. Discariche. Cacche di gabbiani. Cadaveri di delfini. Adorava tutto questo. E amava Carolina. Sapeva che lei aveva una relazione con il suo capoufficio ma non era geloso. Pensò al suo pianeta. Stelle blu. Nane brune. Giganti azzurre. La costellazione del Toro. Riproduzione per gemmazione. Altri piccoli individui che fuoriescono lentamente dal proprio corpo, si staccano, crescono. Niente sesso.

Prese un pennarello e imbrattò l’anta del frigo scrivendo «Scalpo», «Strobo», «Shlomo», «Zoommare su – tiramisu». «Cha cha cha, zum zum – Teknikova qualsialtro (qualsiasi altro) e ognunque (ognuno ovunque) – Niente di nuovo sotto nessun sole». «Quando io batterò le mani tre volte bio-brick boom – Venere beat compatibile e scarti».

Il dente finto era l’unico legame che gli restava con i suoi simili. Il solo modo che loro avevano per risalire a lui. Bofonchiò «Non ho più niente in comune con voi» e lo buttò nel tritarifiuti del lavandino.

Tornò in salotto continuando a masturbarsi. Schioccò le dita, l’olovisore si riaccese. I due adolescenti avevano rinchiuso la grassona in una gabbia per animali. Le colavano addosso gocce di cera. La grassona piangeva. Honoré si nascose dietro le tende e sbirciò di nuovo dalla finestra. Dune. Vento. Razzi che solcavano il cielo. Una nana che sculacciava un anziano. Un incappucciato montava una cinese nuda, che teneva in bocca un morso da cavalli. Tutto tranquillo, niente controspie. Carolina uscì dal bagno. Aveva rasato i capelli a zero e col rossetto nero si era scritta in testa «Scrofa».

Honoré scoppiò a ridere e gridò «Sei pazza! Pazza! Sei completamente pazza!». La trovava magnifica. Carolina sorrise. «Devo parlarti» disse.

«Spara.»

«Ho appena scoperto una cosa.»

«Cosa?»

«Siamo in tre.»

«Cioè?»

«Indovina.»

«Hai comprato un sintetico senza dirmi niente? O un robottino?»

«Ma no… Scemo. Non ci arrivi?»

«Uhmmm… No.»

«Sono incinta.»

Honoré smise di andare su e giù con la mano. Raggelò. Che creatura sarebbe venuta fuori? Corse in cucina e osservò il buco del trita-rifiuti. Carolina gli gettò le braccia al collo, lo baciò. Lui impallidì e balbettò «È mio? Sei sicura?».

«Certo che è tuo» rispose Carolina. «Se non ti fidi facciamo un controllo del DNA». Poi fissò gli occhi di Honoré. Vi scorse una disperazione infinita.

Si allontanò dal marito e dopo un lungo silenzio disse «Lo sapevo. Voi uomini siete tutti uguali».

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