AND IN THE END, THE LOVE YOU TAKE IS EQUAL TO THE LOVE YOU MAKE

RAFFAELE NENCINI

Ai limiti di una scrittura ombellicale sono giustamente opposte varie considerazioni, che qui non andrò a scimmiottare. Sarebbe tuttavia un errore dimenticare che la scrittura, ogni scrittura, è una pratica, che si esperisce date alcune determinazioni sociali. Da ciò un materialista non può prescindere. Io (per esempio) nell’ultimo anno credo di aver esplorato più che a sufficienza certe altre pratiche e ho il fondato sospetto che il nostro folto pubblico abbia presente a cosa mi stia riferendo. Basti dire che in questi ultimi mesi penso di avere iniziato a pagarne il conto: in termini di solidità emotiva, di capacità di concentrazione, di ossessioni paranoiche e di continuo stato di spossatezza. Tutto questo per dire che sarebbe irrealistico pensare che il mio contributo a questo blog possa continuare a seguire le solite strade di sempre. Avrà, ha già avuto, le sue sbandate.

 

The end doveva essere l’ultima canzone dell’ultimo disco dei Beatles e invece è la penultima del penultimo disco. Suppongo che episodi del genere capitino molto più spesso di quanto si venga a sapere, anche se dicono che Paul McCartney si sia arrabbiato molto scoprendo l’ordine definitivo dei brani. Per quanto invece riguarda la progressione discografica, quando fu pubblicato Abbey Road nessuno pensava che le registrazioni poi confluite in Let it be sarebbero diventate un disco. Tant’è che quando l’ultimo album giunse ai negozi, la band si era già ufficialmente sciolta da circa un mese.

Ma stiamo facendo filologia. The end è il canto elegiaco scritto da McCartney per i Beatles o, come diceva il mio amico Lorenzo Cicchi quando eravamo al liceo, la canzone in cui si condensa “il loro messaggio”. A conclusione del lungo medley del lato B una salomonica sentenza chiude i conti con la storia della più grande band di tutti i tempi e suona come un commiato dalle legioni di fan di tutto il mondo: “and in the end/ the love you take/ is equal to the love you make”.

È a ogni modo molto probabile che stia ripetendo cose fin troppo note ai lettori.

REPRISE: Giunti a questo punto, si sarà inevitabilmente prodotta una selezione naturale per cui chi non avrà abbandonato la lettura vorrà concedere tutto il necessario alle incontinenze che talvolta mi posseggono. Per parte mia, mi sentirò autorizzato a ricambiare la cortesia calando il carico da Novanta.

Quando eravamo alle superiori, io e Stefano Patrizio facevamo parte della risoluta schiera di fanatici beatlesiani che popolavano il liceo Galileo. Erano gli anni dell’onda lunga del grunge e, per quanto combattive fossero le nostre fila, eravamo comunque minoranza. La mia fidanzata dell’epoca aveva il poster di Kurt Cobain in camera e non capiva i miei sproloqui su Sergeant Pepper’s lonely hearts club band. Il mio compagno di classe Lorenzo Bellia non perdeva occasione per fare ironia sulla compostezza della batteria di Ringo Starr e ai concerti delle occupazioni nessuna cover band suonava i Beatles. Probabilmente questa (paradossale) condizione minoritaria fece da cemento ad alcune delle mie più antiche amicizie. All’alba dei miei sedici anni, fu Andrea Manetti a infondermi la temporanea convinzione che Day tripper fosse la migliore canzone dei Beatles e, per estensione, la migliore canzone di tutti i tempi. Neri Torcello un pomeriggio primaverile dell’anno 2000 ci parlò a lungo della sessione ritmica di Taxman. Quando ci arrivò la notizia della morte di George Harrison io e Stefano eravamo nel corridoio principale del piano terra di scuola nostra.

Stefano Patrizio, prenditi tutto il tempo di cui hai bisogno, hai tutto il nostro sostegno, ma – ti prego – non obbligarci a pensare che sia finita qui. Questo blog ha bisogno di te.

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