God’s Favorite Customer: stop, era buona la prima

STEFANO PATRIZIO

Father John Misty, God’s Favorite Customer, Sub Pop – Bella Union, 2018, CD 14,49 €

Era una notte buia e tempestosa. All’improvviso riecheggiò uno sparo.

Nel 2015 è uscito l’album I love you, Honeybeardi Father John Misty, nuova incarnazione scenica di Josh Tillmann, già batterista dei Fleet Foxes, valente turnista, cantautore col proprio e altri nomi. Lo sparo che riecheggiò nel 2015, tra gli altri spari, era I love you, Honeybear.

Ormai al secondo disco completo come FJM, Tillmann crea un disco uniforme e bizzarro, completo, una raccolta di staccate canzoni che creano un concept album, con alcune vette raggiunte (Bored in the USA, ad esempio) che ne dimostrano la vivace creatività, la facilità nella composizione melodica e la capacità di arrangiamento, la delicatezza e la perspicacia dei testi e una naturale tendenza a prendere simpaticamente per i fondelli l’uditorio, ammaliando, commuovendo, comprendendo, deridendo.

Tutte queste doti innate le riversa anche nel suo lavoro successivo,Pure Comedy. Disco tutto incentrato su una lunga invettiva composta all’indomani dell’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, un pezzo ipertrofico di 16, 17 minuti, attorno al quale inevitabilmente finisce per ruotare tutto il resto dell’album. Album che, a differenza dei due precedenti, però, è brutto.

Lo è perché pur mantenendo TUTTE le caratteristiche degli altri, finisce per deludere. Le melodie sono chiaramente stilisticamente ineccepibili e di qualità, solo meno belle. I testi sono tutti intelligenti, commoventi, interessanti e quant’altro, solomeno di quelli di prima. Danno meno, sotto tutti i punti di vista, politici, satirici, emotivi, intellettuali. Buoni, ma meno.

God’s Favorite Customer, uscito a giugno di quest’anno, prosegue su questa strada. È un disco molto ben fatto, molto disegnato attorno al gigantesco ego del proprio autore che anche in queste tracce non si esime dal parlare dell’argomento che meglio conosce, seppur con toni molto diversi dai precedenti. Sicuramente è apprezzabile artisticamente ed è emotivamente possibile relazionarsi all’operazione di autodistruzione del proprio personaggio vincente, che lascia intravedere un’introspezione con cui a tratti si può empatizzare. Certo ci sono ancora meno “storie”, si parla proprio di Mr. Tillmann(come da titolo della traccia 2). Non si può negare che sia coerente, solido, curato, faticato.

Ma è brutto. O meglio, non è brutto affatto in sé, lo è se tre anni fa hai pubblicato qualcosa di notevolmente migliore, sorprendente, abbagliante. È brutto perché lascia poco, né grandi emozioni né grandi suoni. Non regala voglia di ascoltarlo ancora e ancora e ancora.

Non aiutano certe scelte, come ad esempio un certo uso dello slapback delayper il canto che fa tanto John Lennon di Instant Karma,il mellotron, un’atmosfera che non riesce a saper né di retrò né di vintage ma solo un po’ di naftalina. Suona un po’ maniera. Che poi è peggio di tutto se è maniera di sé stessi. È avvoltticciolato, arzigogolato, autoreferenziale. Bellino, ben fatto, sei e mezzo.

Però viene una prece, viste le doti indubbie e indiscutibili del proprio autore: che il prossimo non sia un disco bellino, ben fatto sei e mezzo. Che il prossimo, magari non tra un anno, sia un disco bello. Perché noi ti critichiamo ma we (still) love you, Honeybear.

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