IL CONCERTO DIONISIACO DI NICK CAVE A LUCCA

CATERINA ORSENIGO

Anche se di solito è il ben più competente Stefano Patrizio a parlare di musica dischi concerti, del concerto di Nick Cave parlerò io perché ho avuto la fortuna di andarci e lui no.

Una grande fortuna, del resto, perché è stato un concerto bellissimo. Forse uno dei più bei concerti della mia vita.

Nick Cave si è esibito il 17 luglio al Lucca Summer Festival, con i suoi Bad Seeds.

Molti dei brani suonati, molta dell’energia abissale con cui li ha suonati, vengono dall’ultimo disco, Skeleton Tree: l’album, accompagnato nel 2016 dal bellissimo film di Andrew Dominik, One more time with feelings, passa attraverso un dolore lacerante – la morte del figlio di Nick Cave, precipitato da una scogliera a Brighton durante l’incisione del disco – e lo ricompone in un’opera che sa di sguardo dritto negli occhi del vuoto e di profondità cavernose e assolute.

Skeleton Tree si alterna ai suoni viscerali e dirompenti degli anni ’80, con From her to eternity e Tupelo, ripercorre i ’90 passando dal ruggito di Red right hand a Into my arms, fino a Push the sky away del 2013, come se la lacerazione e il silenzio di questi ultimi anni e di questo ultimo disco dovessero incontrarsi e mescolarsi con ognuna delle energie che dagli anni ’80 a oggi hanno percorso la voce del cantautore australiano – se non per amalgamarsi, perché ogni spinta mantiene il proprio tono, certamente per intrecciarsi: nell’alternarsi di passato e presente prende corpo un tutt’uno compiuto, il concerto stesso, che raccoglie una babele di spinte ed energie facendone qualcosa di immenso, di magico e sciamanico.

Nick Cave era lì con tutto se stesso, con tutti i suoi inferni e le sue dolcezze.

Ha preso energia dal pubblico e ne ha dispensata. Quando l’energia era già molto alta, le ha fatto fare un’impennata dopo l’altra.

Con The weeping song si è immerso nella platea rompendo le fila di qualsiasi ordine fosse stato trattenuto fino a quel momento dal senso del dovere dei guardioni e dall’esitazione del pubblico. Nessuno più al proprio posto.

Poi è tornato sul palco e ha portato con sé il pubblico. Immaginatelo che aiuta qualcuno a salire, ricaccia giù qualcun’altro e soprattutto tira manate ai guardioni che ancora si trincerano nel loro ruolo di paladini dell’ordine. E poi dirige il pubblico che ormai ha attraversato la quarta parete del palco e come schiera di baccanti pende dalle labbra di questo Dioniso e lo segue nel canto, nel rito, si fa offerta sacrificale esso stesso, trasmette la potenza esplosiva e catartica del rito alla platea intera, la ipnotizza, continuando a spingere via il cielo.

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