PLAY IT AGAIN, JOÃO: RESOCONTO DI UNA JAM SESSION

STEFANO PATRIZIO

Lisbona è conosciuta internazionalmente per molte cose tra cui, in ordine sparso, il baccalà, i salatini fritti, il Benfica, la torre di Belem, i vicoletti le stradine le case basse, il fado, il tram, i pastéis de nata. Le viste sul Tejo. Il ponte 25 aprile. Le tascas. Eccetera. Sicuramente è meno nota per la sua scena musicale alternativa di genere Contemporary Improvisation, che più ci si aspetterebbe a New York City, Boston, Londra e Berlino.

Sono stato in un concerto di Free Impro a Lisbona, a seguito di un’amica che è particolarmente addentro alle attività underground e auto-prodotte della città, seguendo alcuni dei gruppi di promozione che la animano da qualche anno, da quando lei è tornata dal Brasile. La cricca di visitatori, che oltre l’amica e me vedeva altre due persone, un’altra portoghese e una invece italiana, era stata avvisata che il luogo sarebbe potuto essere (parole testuali) «bello, ma di certo un po’ hipster, un po’ fighetto». Dopo la camminata per quartieri di cui non riferirò il nome (andateci e cercateveli, non siamo su tripadvisor), siamo arrivati in una stretta strada costeggiata da caseggiati alquanto alti, sui cinque-sei piani, da un lato e un fabbricato un tempo adibito a uso industriale, in parte convertito in uffici in parte abbandonato. Strada chiusa in fondo da un condominio, quasi totalmente illuminato, a disegnare una piazza cul-de-sac con funzione di parcheggio. Al piano terra degli edifici, solo due luci tra le saracinesche chiuse e le insegne spente: l’entrata di un posteggio privato e la nostra destinazione.

La nostra destinazione era sostanzialmente un garage, forse un ex esercizio commerciale, dotato di corto bancone da bar presso l’entrata ove venivano servite bevande, e un ampio stanzone seminterrato che era il locale predisposto per i concerti. Nulla vi era, tra ambiente e popolazione, di hipster o di fighetto, piuttosto a destare la sorpresa della cricca era la quantità, quasi totale, di ragazzi portoghesi, cosa che negli altri luoghi di ritrovo frequentati, di norma, non accade. Il concerto prevedeva che i partecipanti alle varie jam sessions venissero sorteggiati tramite il lancio di un dado, per definire il numero dei musicisti presenti sul palco, e una pesca da cappello di paglia con i nomi per scegliere i membri effettivi. Intendo “il concerto prevedeva” perché, come d’uso nelle jam di Contemporary Improvisation, la “regola” era esattamente proprio questa, solo questa: il sorteggio. Non era previsto un piano esecutivo, i musicisti non si parlavano prima di iniziare a suonare, per cui il programma del concerto era esattamente questo, il sorteggio. Dal punto di vista musicale, sul quale starò a soffermarmi poco, vi sono stati dei momenti nell’esecuzione molto interessanti. Generalmente si sono evitati riferimenti espliciti alla tonalità, alcuni dei musicisti hanno dimostrato delle ottime idee e almeno due degli ensemble, nonché il mega-gruppo che ha suonato nel finale con quasi tutti i partecipanti alla jam, hanno avuto un ottimo affiatamento, con interessanti slanci anche emozionanti e comunicativi.

La Jam session

Dopo il concerto ho potuto parlare con la ragazza promotrice e organizzatrice delle jam sessions in questo spazio, ottima violinista. Lei mi ha spiegato che tutti, tutti, tutti, i partecipanti, per lo meno di questa serata ma anche alle serata di questo tipo in generale, sono portoghesi se non proprio lisboeti, e tutti hanno avuto esperienze di vita e studio all’estero, in particolare a Londra ma per lo più a Berlino, vero punto di riferimento culturale. Mi ha anche spiegato che questo garage non è affatto l’unico spazio in cui avvengono questi concerti, che negli ultimi cinque-sei anni sono nati almeno una decina di spazi che offrono settimanalmente, a cadenza più o meno regolare, altre occasioni di questo tipo, con varie modalità, e che esiste, secondo lei e secondo l’amica che qui ci ha accompagnato, una vera e propria scena lisboeta della Contemporary Improvisation, che coinvolge un discreto numero di musicisti nella città, certo non paragonabile a quella newyorchese o berlinese, ma di certo rilevante per Lisbona. La riflessione che sorge da questo colloquio è che, al pari certamente di New York e Boston, nella Contemporary/Free Improvisation stanno trovando linguaggio di espressione alcuni elementi di una generazione, per lo più bianchi non ricchi, che fa il paio con il linguaggio hip hop dei neri non ricchi, che altrimenti non avrebbero un linguaggio a disposizione per la propria espressione musicale, poiché la maggioranza degli altri sono stati culturalmente occupati.

C’è qualcuno che parla di “gentrificação”.

Semplificando, così come sta accadendo negli Stati Uniti, vi è la sensazione che determinati stili musicali siano diventati territorio di conquista e occupazione. Una prova, di certo non statisticamente scientifica, è che la colonna sonora della miriade di ristorantini tipici – tanto tipici quanto nuovi visto che neanche dieci anni fa non ve ne era in Lisbona neanche un quindicesimo nei quartieri più sottoposti a gentrificazione violenta e rapida come Alfama, Baixa, Barrio Alto e Chiado – comprende la versione stereotipata del fado e il jazz anni ‘50, tipicamente il bebop. Il bebop, che i neri americani hanno superato da almeno quattro decenni, che ora si insegna nelle Università e nei Conservatori da entrambi i lati dell’Oceano Atlantico (e in Australia pure), il bebop che è la “cosa nuova” anche in Italia e anche in Portogallo, non essendoci una tradizione, né consolidata né superata. Il bebop che i (maschi) bianchi americani vogliono sentire mentre mangiano perché è “culturale” e “inclusivo”, il bebop genere musicale istituzionalizzato e sottoposto a whitewashing come raramente altro genere in precedenza (forse il blues? ma sono veramente troppi i richiami alla droghe, specie quelle pesanti, per poterlo veramente dire sbianchettato del tutto), vivisezionato nelle scuole, depotenziato del proprio valore rivoluzionario e identitario.

Sempre senza nessuna pretesa di scientificità, è quello che succede anche a Firenze, per dire un posto qualsiasi, nei localini più destinati ai turisti con il menù scritto immancabilmente col gesso sulle lavagne finte o le colonne e i muri dipinti di nero. C’è sempre, a un certo punto della playlist in filodiffusione nelle casse Bose da svariate centinaia di euro l’una, il solito pezzo di John Coltrane, una My Funny Valentine in versione tagliata di Miles Davis, un po’ di Duke Ellington, un paio di piano solos di Bill Evans.

Sempre senza nessuna pretesa di analisi scientifica, sembra che il bebop, il Jazz tonale, la Bossanova, siano diventate le colonne sonore della gentrificazione. Sono generi musicali che sono stati, tramite lo stesso meccanismo di appropriazione a cui sono sottoposti gli immobili, completamente svuotati (nel caso delle abitazioni delle persone, nel caso della musica dei contenuti) e rubati, strappati dalle mani, per essere consegnate, a un prezzo variabile ma pur sempre (per loro) conveniente, a una classe sociale più agiata, famelica e ingorda. Il rifugio, in America come in Portogallo, o per lo meno a New York come a Lisbona, è in un linguaggio volutamente strambo, storto, dissonante e casuale, che necessita, più che di competenze specifiche, di voglia di ascoltare e di cogliere quel che di buono possa nascere dagli accostamenti casuali.

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Stefano Patrizio Written by:

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