The Ghost of Tom Joad: chi ha compagni non morirà

STEFANO PATRIZIO

Bruce Springsteen, The Ghost of Tom Joad, Columbia Records, 1995, CD 7,99€

 

The Ghost of Tom Joad è sicuramente, insieme a Nebraska e in parte Born in the USA, il disco più esplicitamente politico della carriera di Bruce Springsteen: giudizio condiviso da due decenni di critica e analisi musicale. Se Youngstown è praticamente un unicum della produzione, laddove il Boss abbandona il racconto diretto della storia delle persone (come invece accade nelle più classiche Across the border, Highway 29), ancora più peculiare e interessante è la title track The Ghost of Tom Joad.

Il Tom Joad ricordato nel pezzo è ovviamente il personaggio di Furore di Steinbeck, poi passato nelle varie trasposizioni cinematografiche (ciao James Dean). Pare che, nelle interviste nel periodo di uscita del disco, Springsteen confessò di non aver neanche letto il libro “ancora”. Nella canzone, Tom Joad diventa, dopo morto, il testimone oculare e cronista delle vicende e delle (s)fortune di tutti coloro che, al suo pari, si perdono sulla strada inseguendo il Sogno Americano e che pertanto rappresentano il fallimento dello stesso. Nella canzone Tom osserva, da fantasma, le vittime del nuovo capitalismo, poliziotti che picchiano ragazzini (neri), gente senza lavoro e senza libertà. Osserva il 1996, che assomiglia abbastanza al 2018.

Ma c’è un passo successivo, corrispondente alla crescita letteraria del personaggio che Springsteen inventa totalmente. Il monologo di Tom Joad alla madre qui trasfigura in una dichiarazione di appartenenza umana, culturale, politica, antropologica. Da (finalmente) morto, Tom Joad non solo è un testimone, è uno spirito unitario. È negli occhi di tutti coloro che camminano su quell’orlo di abisso che è il Confine (come nelle citate Across the border e Highway 29), varcato “verso il Nord da braccianti e spacciatori messicani in cerca del mito americano, e verso il Sud da esuli, vagabondi, sognatori e criminali nordamericani in cerca di alternative assurde all’assurdo e all’insensatezza della realtà”1.

Mi è venuto in mente esattamente questo passaggio finale di canzone domenica notte, o lunedì mattina a seconda di come si voglia leggere l’orologio, guardando i risultati elettorali. Non molto dissimile è quel che accade nel 2018 italiano, laddove ci sono masse di persone che si spostano verso questa promised land (fanno notizia quelle che arrivano via mare, che sono una minoranza) e ci sono le persone che da questa parte di mondo scappano alla ricerca della propria promised land altrove. Ma ancora di più mi è tornato in mente perché Tom Joad, testimone ed anima, in quanto compagno di tutto questo sciabordare umano è ancora vivo. Perché chi ha compagni non morirà.

E quindi mi è venuto da pensare che anche nel solo condividere le cattive notizie attaccati ad un divano e delle birre, riuniti davanti al manifestarsi della più grande affermazione elettorale della Destra Sociale nella storia repubblicana, sia un inizio, piccolo. Perché nell’insignificanza di un gruppetto di sette, otto persone che elaborano collettivamente un lutto vi è un inizio di significanza della parola “compagni”. E chi ha compagni non morirà.

1Alessandro Portelli, citato in https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=5204

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