The OOZ: ti amo, poi ti odio, poi ti apprezzo

STEFANO PATRIZIO
King Krule, The OOZ, True Panthers Sounds – XL Recordings, 2017, CD 17,99€

 

 

C’era una volta un ragazzetto nato e cresciuto nella zona sud di Londra, laddove quando lui nasceva c’erano i poveracci e gli immigrati e mentre cresceva l’onda gentrificatrice. Il ragazzetto era magrolino, rossiccio, faccia da vorrei esser un hooligan ma peso meno di una piuma di piccione, e non aveva nessuna voglia d’andare a scuola. Addirittura i suoi genitori, ovviamente separati, lo portano al centro per le malattie mentali perché, via, un po’ pazzo deve essere. Poi il ragazzetto cresce, scopre il proprio talento artistico, fa fortuna e successo e tutti felici e contenti. Fine della storia? No, not really.

King Krule all’età di 23 anni ha pubblicato, non più tardi di qualche mese fa, il suo terzo disco. Di nuovo usando lo pseudonimo, a differenza dell’album uscito nel 2015 col proprio nome vero. Quindi forse The OOZ è il secondo. Ed è il secondo perché riprende quel filo discorsivo del primo, il disco del 2013, con quelle stesse atmosfere, quel sound, quella mistura combinata di elementi e influenze e suoni e parole provenienti dal punk tanto quanto dal jazz tanto quanto dall’hip hop. È il secondo perché, a differenza dell’album pubblicato a proprio nome, ritorna al gigantismo, alla lunghezza. All’ansia di cambiare scena e mettere altra roba.

E che la storia un po’ coming of age alla Billy Eliot non fosse esaurita sta nel fatto che queste storie, in cui ci si identifica, fanno ridere e simpatizzare. Danno identificazione. Il problema è che King Krule no. Anzi, personalmente mi suscita tanta e sincera gelosia.

Sono assai geloso che questo qui, all’età in cui normalmente si è appena smesso di lottare coi brufoli, girava mezzo mondo e sbancava il Letterman. Sono geloso del suono delle sue chitarre. Della bravura del batterista. Delle sue braccine secche, anche più delle mie (e ce ne vuole). Della sua faccia senza un pelo di barba, mascella squadrata e definita, dei suoi capelli rossi da diavolaccio, sbruffone inglese con le ginocchia sbucciate. Sono geloso che faccia una musica fighissima, intraprendente, personale. Nuova. Della sua voce profonda e un po’ sgraziata che diventa tratto distintivo suadente. Sono invidioso dei suoi 23 anni. Sono invidioso della qualità dei suoi videoclip. Sono invidioso perché tutto della narrazione della sua vita, artistica e privata, corrisponde alla versione positiva dell’immaginario creato da Trainspotting, film con cui io sono cresciuto e lui no, perché ci sarà pure nato e cresciuto, in Gran Bretagna coi cieli grigi e i muri di mattoni rossi ma in un altro momento e quel film non gli appartiene.

Ma è chiaro che ognuno di questi motivi di invidia e gelosia è anche diretto motivo di stima e apprezzamento. È chiaro che queste ed altre ottime ragioni per volergli spaccare la faccia, in una lotta tra rachitici, sono tutte ottime ragioni per amare lui e la sua musica.

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