TRA IL PUNK E L’ABISSO. UNA CONVERSAZIONE CON FEDERICO FIUMANI

GIOVANNA DADDI

Per i lettori che non sanno di chi stiamo parlando: Federico Fiumani è stato, ed è, con i Diaframma, un pezzo fondamentale della New Wave nata a Firenze negli anni Ottanta. Noi, che non abbiamo vissuto personalmente quegli anni, ma che li abbiamo conosciuti dalle canzoni, dai libri, dai racconti di chi c’era, siamo cresciuti con una sorta di mito nella testa. La scena artistica fiorentina degli anni Ottanta è diventata leggenda, legittimamente. Firenze era una fucina di creatività a quel tempo. Erano gli anni del Tenax, di Luca Flores, dei locali, dei Litfiba, dei Neon e, appunto, dei Diaframma. Una specie di rinascimento in chiave post punk che ha lasciato un fiume di nostalgia e di senso di superiorità malcelato. Negli anni, dopo quella perla della New Wave che è Siberia dei Diaframma, Fiumani ha scritto ancora e ancora, noi fan sappiamo a memoria le sue canzoni, i suoi testi per noi hanno un significato recondito che rimanda a mille sensazioni, e che lascia sempre, nell’interrogativo continuo su «cosa voglia dire», la consolazione identitaria di quelli che si sentono sempre un po’ fuori posto. Ha scritto Labbra Blu. La scena indie lo ha ascoltato e rispettato. E adesso è tornato. Intendiamoci, non che se ne sia mai andato. Ma è uscito un nuovo album, L’Abisso, che ha il carattere e il tiro dei suoi pezzi storici e che ci racconta qualcosa di vivo e pulsante, un ritorno, perciò, dopo alcuni anni di silenzio dal punto di vista della produzione. Anni comunque caratterizzati da un’intensa attività live: concerti frequentissimi, un po’ in tutta Italia, a riprova che i Diaframma e Fiumani non sono solo una realtà fiorentina, ma hanno superato i confini.

Così abbiamo deciso di intervistarlo, ed ecco qua: una chiacchierata di più di un’ora, davanti ai giardini di Campo di Marte, in un pomeriggio piuttosto freddo di gennaio.

 

Federico Fiumani in splendida forma.

 

L’abisso è qualcosa di negativo, nel senso comune, ma è anche la profondità più irraggiungibile: qual è il significato che ti si adatta di più? La maturità porta a riflettere e scavare nel passato, in senso positivo evidentemente visto che è un lavoro di grande consapevolezza e grande cura.

L’abisso ha sicuramente un’accezione negativa, però è anche una ricerca in profondità di sé. Questi sono anni tecnologici in cui si tende a non approfondire mai niente, tutto è facilmente raggiungibile, surfiamo sulle cose ma rimaniamo in superficie, accediamo a molte informazioni ma in modo troppo semplice e incontrollato, siamo di fronte a una mutazione antropologica. Io sono un uomo del Novecento, ho sempre cercato la profondità, oggi invece tutto è in superficie. L’abisso in questo senso è in controtendenza, è andare in fondo alle cose, cercare la verità, che è quello che dovrebbe fare l’arte. In questo senso, quindi, con L’abisso ho voluto lanciare un monito a non cedere alle lusinghe di chi ci vuole super informati ma in modo superficiale. Una frivolezza che non ho mai amato. Sono stato giovane in un’altra epoca, in cui si voleva andare molto in profondità. Fino da Siberia ho cercato questo, la profondità.

Qual è, a questo punto della tua produzione musicale, la tua fonte di ispirazione più grande?

La mia fonte di ispirazione è proprio il cercare di andare in fondo alle cose, cercare significati nelle cose che vivo, che poi possano essere tramutati in una canzone e quindi in un valore: prendere le sfighe di tutti i giorni e trasformarle in un valore, trasformarle in ispirazione. Anche attraverso le proprie nevrosi e le proprie esperienze. La poesia si può trovare ovunque: sono cresciuto con Azzurro di Paolo Conte, che raccontava una domenica grigia e un po’ paranoica in cui, grazie a una sorta di allucinazione, l’Africa poteva sembrare vicina «Cerco un po’ d’Africa in giardino tra l’Oleandro e il baobab», una visione molto quotidiana, anche periferica, delle grandi cose.

Veniamo ai pezzi: Leggerezza. Ho pensato fosse una metafora della giovinezza stessa.

Sì è proprio così.

Cos’è per te la leggerezza, nella vita, nella musica? Non dare importanza a chi passa vicino o è uno schermo, un modo per non farsi ferire dalla vita? Passare lasciando un segno oppure, in fondo, non è importante?

La leggerezza è qualcosa che ho sempre cercato, in modo anche un po’ ambiguo, ne ho sempre avuta poca, ho fatto una vita molto infelice, e la leggerezza per me è un mito, la vita facile: una condizione esistenziale che ho spesso invidiato negli altri, anche perché alla fine la pesantezza non porta niente di buono. Forse noi che l’abbiamo tanto anelata, alla leggerezza diamo un valore eccessivo.

Il figlio di Dio sembra la descrizione di uno dei tanti famosi di quartiere, quelli che si sentono chissà chi ma non sono nessuno. Avevi in mente qualcuno in particolare o è una canzone sull’arroganza e il non sapere chiedere scusa?

In realtà questa canzone non è un attacco assolutamente, è un po’ come la leggerezza: siccome io non mi sento così, non mi sento illuminato da una energia particolare, invidio molto le persone che hanno questo alone speciale che consente loro di affermarsi nella vita. Per esempio, una vena di arroganza ce l’aveva Bob Dylan. Riprendendo la definizione di Cesare Garboli, che distingueva tra artista medico e artista cavia, direi che Dylan era un artista medico, cioè colui che scrive ma ha dentro di sé le chiavi del racconto, è consapevole di quello che dice e ha gli anticorpi per curare le proprie nevrosi. John Lennon, invece, era un artista cavia. Uno periodicamente posseduto dall’ispirazione, che gli appare come un’illuminazione ma senza sapere da dove gli arriva. E Lennon era un eterno bambino, immaturo, un gran nevrotico, ma aveva dentro questa capacità immensa, la natura gli aveva donato un talento inarrivabile. In fondo era figlio della guerra e di una sbronza. Non deve essere piacevole crescere così. Anche la vita che ha fatto, essere a 20 anni sul tetto del mondo, forse gli ha impedito di crescere e perciò lui ha sempre cercato una figura materna. Come Yoko Ono appunto. Era meno consapevole di Dylan. Ma proprio l’essere istintivo era il suo bello.

L’impero del male ha un gran tiro, si riconosce il tuo sound più tipico, che fa pogare i fan ai concerti, che fa saltare il pubblico, il marchio di fabbrica del punk rock fiumaniano: di cosa parla? Cosa definiresti impero del male? Una paura indistinta o qualcosa di tangibile?

Parla dei fantasmi, della depressione con cui convivo perennemente, con cui mi alzo la mattina, che non mi abbandona mai. Poi prendi coscienza che devi fuggire da questo male, la canzone serve anche a esorcizzare la depressione che attanaglia. Quindi sì, l’impero del male è la depressione che ti attanaglia appena ti svegli la mattina e non se ne va.

Tu come fai, la mattina quando ti alzi, a scappare da questa sensazione?

Per me è dura, sono soggetto a questo, è il mio destino, pazienza.

C’è qualcuno o qualcosa che non ti ha mai deluso e che continua ad essere un punto fermo?

Il mio psicologo, ci vado da 33 anni, sono appena uscito dal suo studio. Forse lui, sì.

Ne I ragazzi stanno bene sembra ci sia un riferimento all’eroina («l’angoscia nelle vene»). Hai vissuto gli anni Ottanta e ne sarai legato indissolubilmente immagino – sono recenti le tue recenti collaborazioni con Pelù (Buchi nell’acqua) e Spalck, rappresentanti proprio di quella New Wave di cui i Diaframma sono stati fra i massimi esponenti. Che rapporti hai con loro? Hai visto morire di eroina, in Giovanna dice parlavi di eroina. Hai detto di non aver mai usato droga, cosa provavi in quegli anni, da sobrio? Firenze negli anni Ottanta era una fucina di creatività. Credi che potrebbe tornare ad esserlo? O pensi che ormai sia già stato detto tutto?

Ho visto morire degli amici di eroina. I miei rapporti con gli altri, che facevano musica ai miei tempi, sono molto cambiati: all’epoca eravamo amici, ci vedevamo sempre, suonavamo per le stesse etichette, ci influenzavamo. C’era anche una forma di competizione, in senso sano. Adesso ci vediamo solo ogni tanto. Negli anni Ottanta io avevo molta paura di Michelotti [il cantante dei Neon NdR], che faceva lotta greco romana ed era un gigante… oggi ci vogliamo un gran bene, quando ci vediamo c’è molta nostalgia, anche perché in quel tempo a Firenze si faceva davvero, oggettivamente, buona musica: era una città piena di una fortissima energia, magica. Non solo i musicisti e gli artisti, c’erano anche altri professionisti di livello, manager come Bruno Casini, bravo a saper vendere la New Wave fuori da Firenze, c’era Pirelli, c’erano negozi importanti: come dice Fellini in Prova d’orchestra, ognuno deve suonare il suo strumento sennò parte il caos. Quindi c’erano una serie di confluenze positive, tutti contribuirono a far nascere quella scena. Anche per questo irripetibile. Oggi è tutto cambiato, il rock è morto. Ormai la chitarra per i ragazzini è un pezzo di antiquariato. Non si approfondisce più niente, anche qui ritorna la metafora dell’abisso. Di droga ne girava sì, ma meno di adesso: la consumavano solo gli artisti, oggi invece se ne consuma di più perché tutti si fanno (insospettabili padri di famiglia, mogli modello, eccetera). Io non mi sono mai drogato e questo un po’ mi ha tagliato fuori dai rapporti con certi colleghi musicisti. Credo che aiuti la creatività, forse, non lo so, ma io ero uno sballato naturale.

Ellis Island 1901 induce la domanda ineludibile di questi tempi: cosa pensi della questione dei migranti? La nostra storia passata è la loro, cosa credi che dovrebbe fare un governo responsabile, e cosa pensi del dramma di chi deve abbandonare le proprie radici per sopravvivere? Sei sempre stato apparentemente in disparte rispetto alle tematiche sociali e politiche. Forse è cambiato qualcosa?

La risposta non c’è credo, altrimenti avremmo la soluzione. Però i nostri migranti, che andavano in America, trovavano una situazione diversa: un continente immenso, poco popolato, pieno di opportunità. La situazione di oggi non è paragonabile, il lavoro non c’è e l’Italia è allo sfascio, moralmente, non ci sono più valori, non siamo una realtà forte che possa reggere questa immigrazione, non so cosa possiamo offrire a queste persone, che invece dovrebbero avere garantita un’esistenza dignitosa. L’Occidente ha grandi responsabilità politiche, ma non possiamo salvarli tutti. Credo che dobbiamo aiutarli, con ponti umanitari, controllando i flussi, in modo da garantire una vita dignitosa ai migranti.

Ma perché proprio Ellis Island?

Avevo rivisto il Padrino, in cui Vito Andolini scappa a 9 anni su una nave e sbarca a Ellis Island: da lì l’ispirazione.

Il tuo amore per i poeti maledetti è noto, ne hai parlato più volte. Ricordo che hai più volte parlato anche di Moravia. Li accomuna un senso di spleen, nei poeti maledetti decisamente più tormentato, in Moravia invece forse più cerebrale, la noia di vivere di un intellettuale più distaccato. In quel processo di osmosi che ci lega agli autori che amiamo, che ci fa sentire compresi e che ci fa riconoscere nelle parole scritte, chi è più nelle tue corde, Moravia o Baudelaire? Quanta letteratura metti nelle tue canzoni, in cui l’amore è tema quasi onnipresente?

I poeti francesi mettevano l’emotività in primo piano, il sogno, lo sballo, il tormento. Rimbaud è l’inventore dell’inconscio, senza saperlo, capì per primo che l’io è scisso. Erano degli sballatoni, soprattutto Verlaine. Moravia era un borghese illuminista, uomo razionale e saggio, la razionalità non lo abbandonava mai, cercava emozioni ma non riusciva a lasciarsi andare. Scriveva un romanzo per dimostrare una tesi. Io li amo entrambi, ma non scrivo pensando a loro, non mi immedesimo. Io cerco di più una dimensione epica della vita, come Roberto Roversi, il poeta bolognese che lavorava con Lucio Dalla: mi piacerebbe fare un gesto epico che giustifichi la mia vita, qualcosa di importante. Per esempio quella denuncia che ho fatto pubblicamente contro il tipo che picchiava le donne. Quello è stato un gesto importante. In fondo a Genova tutti lo sapevano ma continuavano a lavorarci. Che moralità è? Uno che fa questo deve stare in galera o quanto meno deve pagare le conseguenze di quello che fa. Appena l’ho scoperto ho dovuto dirlo, è un dovere civile. E qualcosa abbiamo ottenuto. E comunque, se posso, non è vero che il mondo del rock in Italia è sessista. Ci sono degli stronzi, sicuramente, ma le donne non sono discriminate.

Tu stesso sei autore di libri e poesie, pensi che potresti tornare a scrivere libri?

Mai dire mai, mi farebbe piacere, se avrò qualcosa da dire. Però io leggo anche tanto, si gode anche a leggere.

Qual è un regista che ami particolarmente?

Fellini, mi ha cambiato la vita. Era un genio. Un poeta dello sguardo, ha raccontato l’Italia e gli italiani in un modo che non esiste più. Un genio, non c’è altro da dire”

C’è un regista di oggi che apprezzi?

Paragonabile a Fellini nessuno. Mi piace molto Virzì però, e anche Crialese, il regista di Nuovo Mondo.

Quanto pensi di aver ispirato la scena indie italiana?

Tutti dicono tanto, io dico poco. Bianconi mi ha ascoltato, lo ha detto anche al concerto all’Obihall, quando ha rifatto Valentina. Ma non penso in realtà di aver ispirato granché, ho fatto la mia parte, ma non ho influenzato nessuno. Non credo gliene freghi niente, e mi va bene così. Le eredità sono fardelli pesanti, non ambisco a questo.

Il tuo percorso, con questa tua vena più parlata, meno melodica, più punk, la voce non perfetta, che però arriva di più, in questo forse sei stato un precursore, è molto ripresa dal cantautorato attuale.

Ma c’è stato Jannacci prima di me, un punk antelitteram.

Hai detto «il rock è morto», e non ti si può dare torto. Qual è, nel panorama musicale attuale, un artista o una band che apprezzi davvero?

Baustelle. Bianconi mi piace molto.

C’è una canzone che ami talmente tanto da pensare «questa avrei voluto scriverla io»?

Ce ne sono un’infinità. Se devo dirne una, Rebus di Paolo Conte.

Cosa avresti voluto fare che invece non hai fatto?

Avrei voluto essere più violento da giovane, fare più a cazzotti quando lo potevo fare. Sono stato sempre troppo trattenuto, mi sono sempre troppo represso.

Puoi dirci qualcosa del tour e dei musicisti che hanno lavorato con te al disco?

Per il lavoro in studio ho chiamato musicisti che stimo, amici, non avevo nemmeno il batterista all’inizio. Ma è andato liscio, molto divertente. Sul tour ci sono state difficoltà iniziali perché non ero per niente contento del batterista: dopo molte prove in studio, la prova del palco (che è quella determinante) è andata male. E così ho chiamato Pino Gulli.

Ecco, esatto. Pino Gulli, ex CSI.

Sì, sono molto contento, è bravissimo, abbiamo un sacco di argomenti, mi devo far raccontare com’è Ferretti in privato, roba di prima mano…Poi ho amato molto i CSI di Ko de mondo.

A proposito di CSI, di Maroccolo che ci dici? Il che mi porta a chiedere cosa pensi della Trilogia?

Beh, Gianni è bravissimo. Sulla Trilogia la penso un po’ diversamente da molti: per me 17 re era pesante, barocco…non l’ho amato, mentre mi piaceva molto Desaparecido e anche le cose che hanno fatto dopo, non le demonizzo: sapere scrivere musica che vende è un’arte. Se sapessi fare prodotti commerciali li farei, non credere, ma non mi è mai riuscito. Anche io avrei voluto diventare ricco e famoso, anche perché è l’unico modo per fare dischi. Chiunque vuole avere successo.

Hai consigli per chi fa musica oggi?

Se ti dessi consigli non li seguiresti, giustamente. Ognuno deve fare a modo suo. Seguire il proprio istinto sempre, è l’unico radar.

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