50 Song Memoir: Le faccende quotidiane di un botolo indie

Stefano Patrizio
The Magnetic Fields, 50 song Memoir, Nonesuch, 2017, € 32,00

Nell’attraversare spesso l’Oceano Atlantico si nota che certe musiche possono avere effetti e gradimenti diversi a seconda di quale sponda si stia frequentandoThe-Magnetic-Fields-50-Song-Memoir-cover. Nel caso si sieda sul continente americano, può magari dipendere dal fatto che gli autoctoni hanno la simpatica tendenza a far ripetere le stesse canzoni (o simili artifici sonori) fino alla nausea da qualsivoglia attrezzo atto alla riproduzione sonora in ogni possibile ambiente, per chiuso o aperto che sia, incluso ascensori, mezzi motorizzati dal finestrino aperto, aule studio di conservatori, bagni pubblici, locali pubblici, mezzi pubblici et alia.

Ad esempio: Brahms. Se sei in America, metti caso in una istituzione di quelle che istituiscono la Musica con la Maiuscola, devi da ascolta’ Brahms. Devi da sona’ Brahms. Perché Brahms è Brahms e stacce. Indi per cui quelle stesse brevi melodie per pianoforte che dal lato vecchio dell’acqua risultano tanto gradite all’orecchio umano e non (provare per credere: l’op. 119 ha effetti miracolosi sui gatti agitati), dal lato nuovo diventano biascicare usato, ripetizione a iosa, nausea, disgusto.

Oppure: il reggaeton. IL REGGAETON. Reggaeton ovunque. Se balla solo quello, se sente solo quello nei locali più frequentati e ridanciani, le serate più alcoliche ne sono condite, più nera è la serata (e quindi meno odiosa) più piena di reggaeton diventa.

Ma s’applica a tant’altre cose, al jazz, per dire, che in Europa l’è una cosa che portata tale e quale in America susciterebbe forse un pietoso, benevolo sorrisetto, il country, forse pure Adriano Celentano. Personalmente, e quindi per quel che conta, ho riscoperto Pino Daniele, che in Italia non riuscivo ad ascoltare.

Ma 50 Songs Memoir, il nuovo disco dei Magnetic Fields, come 69 Love Songs ipertrofico e logorroico, imponente e delicato, fa eccezione. È un’eccezione perché infilarsi nei cazzi e nelle sfighe, negli amori, negli incontri, nei successi, nelle faccende quotidiane di un botolo indie di unmetroequaranta per centochili, frocio, comunista, evidentemente iperattivo, musicista afflitto da iperacusia, tanto che pure gli applausi al concerto gli danno fastidio, è come lavare i panni sporchi di tutti in piazza. Poco conta se si aveva da bimbi un gatto di nome Dionisio che scappava di continuo, o se si è suonato in una band di eurodisco, o come si chiamano i propri coinquilini, sentire i cazzi suoi così esposti all’aria aperta consola. Sbaraglia la latitudine. Boston diventa vicina a Bellariva, tutti i bar e i pub del mondo si assomigliano, gli ex partner si confondono e le dinamiche che li hanno portati a essere tali, ex, si sovrappongono, il tedio del vedere gli altri fare surf finisce per applicarsi a qualsiasi altra cosa si veda fare dagli altri causando invidia. Si piange e si ride. E nulla di più deve fare un disco gigante di 50 canzoni, una per ogni anno della vita di Stephin Merrit: far piangere e ridere, contemporaneamente, senza poter smettere.

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