ALCUNE COSE SU BATTISTI

RAFFAELE NENCINI

Se si fa eccezione per la galassia dei memers e per qualche voce nel deserto, il grado di tossicità cui sembra essere giunta la società italiana in questi ultimi giorni rende difficile scrivere d’altro che non sia il tanto discusso caso Battisti. Rende anche difficile scrivere qualcosa di particolarmente originale, ben inteso, tanto è lo sconforto che mi parrebbe già un risultato riuscire ad affermare chiaramente alcuni concetti fondamentali. Da posizioni del tutto marginali nel dibattito, si è tentato di evidenziare la necessità di una riflessione storica condivisa sul decennio Settanta, la cui condizione di necessità sarebbe, inevitabilmente, l’amnistia per i condannati di quei reati. Tra coloro che hanno esposto questa idea sicuramente una delle figure più note è Christian Raimo, la cui pagina facebook pullula di insulti e rende difficile immaginare un clima in cui si potrebbe imporre questo discorso. Tuttavia è un discorso necessario: se quei reati furono reati politici, legati a una stagione di conflittualità sociale aperta, a una guerra civile a bassa intensità, archiviata quella stagione occorre elaborare la vicenda collettivamente, che poi è la funzione della storia come disciplina, e condizione necessaria per farlo è l’amnistia; se quei reati non furono reati politici, ma semplici reati comuni, non si capisce il ricorso alla legislazione speciale, il pentitismo, l’uso massiccio alla carcerazione preventiva. In questo senso, tra le cose che ho letto, a me pare che il contributo più lucido rimanga un vecchio articolo scritto da Giorgio Agamben più di venti anni fa per il manifesto, che nelle ultime ore ha avuto la sua circolazione e si trova anche qui.

Il testo è molto chiaro e dilungarmi nella sua parafrasi mi sembrerebbe un’idea ridicola, persino per queste colonne. È però forse possibile notare come, trascorsi più di venti anni dalla sua pubblicazione, il problema abbia acquisito, parallelamente all’avanzare della crisi della nostra democrazia nuove e più inquietanti connotazioni. Intendiamoci: scrivendo “avanzare della crisi della nostra democrazia” non voglio certo immaginare una progressione da 0 a 1, dove 0 corrisponderebbe a un passato in cui si poteva riscontrare una condizione di effettiva democrazia e 1 un presente in cui si esperisca una condizione di democrazia in crisi. L’intera storia repubblicana è attraversata, fin dai suoi albori, da aperte tensioni antidemocratiche e reazionarie. La strage di Portella della Ginestra, il 1° maggio 1947, dovrebbe bastare da sola a sbugiardare chi volesse sostenere il contrario. E, del resto, la continuità amministrativa dello stato fascista nella repubblica è un tema ben noto a chiunque abbia frequentato un qualsiasi corso di storia dell’Italia repubblicana.

La nostra è sempre stata una democrazia in crisi, in cui all’atto pratico la rappresentanza politica si è quasi sempre fondata sull’inclusione solo parziale, o sulla effettiva esclusione, di vari soggetti collettivi. E questo è uno dei nodi problematici che stanno dietro alla lotta armata in Italia. Ma la crisi di questa democrazia è ormai giunta a uno stadio talmente avanzato da chiedersi se e in che misura possa regredire. Se nel 2005 era ancora possibile far circolare un appello per l’amnistia, ormai siamo obbligati a constatare come praticamente nessuno nelle istituzioni e tra i media sembri porsi il problema di salvare le apparenze della civiltà giuridica borghese, secondo cui la pena dovrebbe tendere, dice l’articolo 27 della costituzione italiana, «alla rieducazione del condannato». Quale “rieducazione” può mai avere chi deve scontare un ergastolo?

Questo il commento rilasciato su Twitter dal ministro dell’interno al momento della cattura di Battisti: «Finalmente l’assassino comunista torna nelle patrie galere. Sono 37 anni che aspetto questo giorno, ci sono voluti 37 anni per vedere qui questo balordo che mi sembrava sogghignante nonostante i morti che ha sulle spalle. Spero di non incontrarlo da vicino. Chi sbaglia paga. Finalmente finirà dove merita un assassino comunista, un delinquente, un vigliacco. Una bella soddisfazione, marcirà in galera. È un giorno memorabile per l’Italia». Martedì mattina, La Nazione accompagnava la foto di Battisti in manette con questo titolo: «Fine pena mai». Gli esempi potrebbero continuare molto a lungo, e non mi voglio soffermare sulla moda allarmante dei ministri cosplayer delle forze dell’ordine. Ma una cosa va detta: questo dato di consenso reale che calpesta le fondamenta della costruzione liberale, che attaccando Cesare Battisti sembra voler colpire Cesare Beccaria, che a tratti sembra porre le basi di uno stato di polizia, è il portato del cortocircuito avviato quaranta anni fa tra reati comuni e reati civili e della supplenza politica e storiografica che allora la magistratura ha iniziato ad esercitare. Ed è, a mio avviso, la più clamorosa dimostrazione della necessità di storicizzare quanto avvenuto nel decennio Settanta.

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