Anatomia di un soldato: la grandezza di Harry Parker

Ferruccio Mazzanti

Harry Parker, Anatomia di un soldato, Sur 2016, pp 349, € 17,50

La guerra. Che charme. Ma cosa succede al tuo corpo se salti su una mina? Harry Parker, nato nel 1983 come la maggioranza dei miei amici, nel 2009 è a combattere con l’esercito Britannico in Afghanistan e, mentre stava rientrando alla base dopo una missione, finisce per l’appunto su un ordigno esplosivo.
Solo dopo molto tempo decide di scrivere un libro. Ne viene fuori un romanzo costruito attraverso 45 brevi capitoli che segue quattro linee narrative alternate tra loro: 1) dall’esplosione alla fine della riabilitazione (forse la parte per me più commovente e memorabile); 2) dall’arrivo in Afghanistan all’esplosione della mina; 3) le vicissitudini di un ragazzo Afghano che cerca di sopravvivere alla follia della guerra; 4) le vicissitudini di un altro ragazzo Afghano che decide di combattere contro l’invasione occidentale.
14883589_1813382855613638_1931843120527572038_oLe quattro linee narrative, che si intrecciano tra loro con alcuni squilibri, sono raccontate di volta in volta dal punto di vista di un oggetto che ha partecipato alle vicende: una scheggia della mina che ha attraversato il corpo del soldato, il fertilizzante usato per preparare la mina, il proiettile sparato contro i ribelli che manca il bersaglio, la protesi che male si adegua ai moncherini, etc… Sono quindi 45 differenti oggetti nessuno dei quali destinato a rimanere integro. Dalla fusione della loro voce scaturisce un lamento per niente banale in grado di darci un ritratto piuttosto esaustivo di quanto sia terribile l’esperienza della guerra. Non che ci voglia proprio una fervida immaginazione, ma sentirselo raccontare di persona fa un certo effetto. L’architettura del romanzo potrebbe far pensare alla classica opera postmoderna costruita più sui fuochi d’artificio stilistici che su un contenuto solido, ma di fatto non è così. E se sul lungo periodo il romanzo comincia a stancare un po’ per la sua ripetitività stilistica, è proprio il lato emotivo (a tratti veramente commovente senza risultare mai retorico) a sopperire a tale deficit. In un certo qual senso ricorda lontanamente Phil Klay col suo pluripremiato Fine missione.
La cosa che a mio giudizio rende questo romanzo interessante è la morale soggiacente. Una volta uscito dal calvario della riabilitazione, il protagonista va a prendersi una birra con un amico in un pub londinese, il quale sostiene, al culmine di un insieme di tristi gaffe, che se potesse ucciderebbe la persona che lo ha ridotto in quel modo. Ma il veterano si arrabbia, anzi si offende e gli risponde che invece vorrebbe bersi una birra con quel nemico proprio quello lì e lo abbraccerebbe e gli vorrebbe bene ed io, leggendolo, sento che non sta mentendo per apparire più umano, perché non appare nessuna giustificazione a questa affermazione, bensì solo il dato di fatto che in una guerra, quale che sia, non esistono vincitori e vinti. Non credo che ci sia altro da aggiungere per descrivere la grandezza di Harry Parker.

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