ARS ATTACK. CONTRO I DIVI DELL’ARTE CONTEMPORANEA

FERRUCCIO MAZZANTI

Angelo Crespi, Ars Attack. Il bluff del contemporaneo, Johan & LevI, 2014, pp. 110, 10€

 

Chi fosse un amante dell’arte contemporanea, come in un certo qual modo io sono, potrebbe essere interessato a una ricalibratura dei propri giudizi estetici attraverso la lettura di questo piacevole pamphlet, il cui esergo, più che condivisibile, recita un aforisma di Leo Longanesi: «L’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati».

Angelo Crespi, il furioso autore di questo colto j’accuse, si scaglia contro i divi viventi dell’arte, distruggendo le categorie estetiche entro cui hanno edificato il loro impero di successi, forse caratterizzati più dal valore economico delle loro opere vendute nelle gallerie, piuttosto che da un programma estetico profondamente sentito e votato a durare nel tempo. Non a caso molte delle opere contemporanee sono caratterizzate da una volatilità materica tale da trasformare l’arte in un mero gesto. Non ci sarebbe nulla di male se il gesto fosse una provocazione, ma dato che la provocazione stessa che da queste super star viene compiuta è già stata assimilata da decenni da parte del sistema e dell’establishment, ne risulta che la trasgressione ai codici e al buon costume funziona solo in virtù del suo essere sedicente e terribilmente costosa.

Per Crespi si tratta quindi di un vero e proprio bluff, nato da una specie di fraintendimento opportunistico scaturito dall’arte brutta, povera e dada, non necessariamente in quest’ordine. Infatti i temi prediletti dai nomi da rotocalco delle gallerie sono il quotidiano, il sesso e la spazzatura, usati come simboli di una rottura nei confronti del sistema capitalista, per essere immediatamente riconvertiti in capitale, in quello che potremmo definire più facilmente come uno scherzo di cattivo gusto, piuttosto facile, piuttosto predigerito, piuttosto impermanente.

Certamente lascia dubbiosi il richiamo estetico a una tradizione artistica che dopo il novecento è stata letteralmente bistrattata e decostruita neanche fosse un totalitarismo tra le mani di una Arendt qualsiasi, ciò nonostante il suo lamento rabbioso ha in sé qualcosa di assolutamente inoppugnabile, non tanto contro i sedicenti e milionari artisti che cavalcano l’insignificante trasformato in glamour, piuttosto contro quel mondo finanziario parallelo e scandaloso (questo sì veramente trasgressivo e disprezzante) che è diventato il mondo delle gallerie, capaci di generare introiti milionari attraverso dei nomi che demoliscono il concetto stesso di arte.

Non ci vuole un attento studioso di Hegel o di Debord per sapere che l’arte si è trasformata in merce e dunque si è letteralmente svuotata, aprendosi a strade prima impensate, la triste fine delle avanguardie rimane dietro di noi come un memento da cui l’arte non riesce più a liberarsi: quando una provocazione contro il sistema funziona, il sistema la edulcora tramutandola in pubblicità. Quando però l’arte considerata di valore non solo è diventata pubblicità, ma addirittura una pubblicità vuota, ci troviamo di fronte alla necessità di riconvertire il nostro giudizio estetico verso forme meno cristallizzate, che sono sempre state presenti, ma a cui, nel bene o nel male, è stata data meno voce e meno valore.

Artisti come Cattelan o Koons o Weiwei o Abramoviç, tanto per parlare di alcuni tra i più noti, riscontrano in me una certa comprensione, tuttavia sono perfettamente consapevole del bluff che anima le loro performance estetiche. Angelo Crespi, però, pur essendo un po’ troppo tradizionalista, lo spiega meglio.

 

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