BAGLIORI BAROCCHI

MARK FISHER

Questo testo di Mark Fisher, inedito in lingua italiana, compare in Rave and Its influence on Art and Culture, Black Dog Publishing, 2016, pp. 288, £ 24,95. Il volume è il catalogo della mostra Energy Flash – The Rave Movement, allestita al MHKA di Anversa tra il 17 Giugno e il 25 Settembre 2016. La traduzione è di Eugenio Pizzorno.

Per accompagnare la lettura di questo articolo ci permettiamo di consigliare un’adeguata colonna sonora, al link:  https://www.youtube.com/watch?v=WMElCwsB7JQ

Verso la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, la privatizzazione psichica, divenuta oggi una caratteristica lampante della vita contemporanea in Gran Bretagna, entrò in una nuova fase. Lo sciopero dei minatori negli anni ’80 aveva visto la sconfitta di una particolare forma di vita collettiva. La privatizzazione di industrie nazionalizzate, la svendita delle case popolari e la proliferazione di prodotti elettronici di consumo e nuove piattaforme di intrattenimento (tipo la TV satellitare, ai suoi albori) prepararono il terreno per una ritirata dalla sfera pubblica, e per la sua denigrazione. Mentre la dimensione domestica diventava più connessa, lo spazio esterno veniva abbandonato, patologizzato e recintato.

Questo è il contesto in cui va visto l’attacco ai rave da parte del governo Tory negli anni ’90. Oltre a i rave, il nefando atto parlamentare del 1994 (Criminal Justice and Public Order Act) prese di mira la pratica dello squatting, il sabotaggio della caccia e il campeggio libero. All’epoca l’atto apparve arbitrario, draconiano e assurdo. La regolamentazione dei rave, con una legislatura che si affidava a una definizione vaga e grottesca quale quella di “ritmi ripetitivi”, apparve esagerata. Tuttavia l’atto era l’ennesima conferma che l’autoritarismo era sempre stato il supplemento ufficiale dell’enfasi neoliberale sulla libertà dell’individuo. L’evento fondante del neoliberismo era stato l’annientamento mortificante del governo democratico socialista in Cile. Nel corso degli anni ’80, il governo Thatcher aveva implementato provvedimenti autoritari contro la popolazione urbana black e contro la classe operaia organizzata. Come mai si decise ad un tratto di prendersela con i ravers – che magari disturbavano la quiete rurale, ma che perlopiù non erano impegnati in alcun tipo di dissidenza sistematica?

La campagna contro i rave sarà stata draconiana, ma non era né assurda né arbitraria. Al contrario, l’attacco ai rave faceva parte di un processo sistematico che aveva avuto inizio con la nascita stessa del capitalismo. Gli obbiettivi di questo processo erano essenzialmente tre: esorcismo culturale, purificazione commerciale e individualizzazione tassativa.

Esorcismo Culturale

L’esorcismo era diretto verso quello che Herbert Marcuse chiamò “lo spettro di un mondo che potrebbe essere libero” – uno spettro che la cultura musicale, soprattutto nelle sue modalità collettive ed estatiche, ha sempre evocato. La missione storica della borghesia britannica era la totale eliminazione di questo spettro – obbiettivo a cui si è avvicinata più di ogni altra cultura sul compiersi del nuovo millennio. La connessione dei rave alla campagna inglese li rendeva particolarmente problematici. Come spiega Michael Perelman in The Invention of Capitalism: Classical Political Economy and the Secret History of Primitive Accumulation, l’ascesa del capitalismo non sarebbe stata possibile senza la recinzione (enclosure) della campagna. “Sebbene la loro qualità della vita non fosse particolarmente lussuosa, i popoli del nord Europa precapitalistico tradizionalmente godevano di un bel po’ di tempo libero… La gente comune manteneva una serie di festività che scandivano il tempo del lavoro.” Almeno un terzo dell’anno era dedicato al tempo libero. Affinché il capitalismo potesse imporsi, questa cultura del tempo libero, e quella serie di aspettative e abitudini che ne conseguivano, doveva essere eliminata. Questo comportò il brutale annichilimento della capacità di autosostentamento dei contadini. Oltre a una violenta espropriazione, la borghesia propagò un lugubre culto del lavoro, che esaltava il valore del duro lavoro e condannava come dissoluto e moralmente degenere qualsiasi impiego del tempo che non fosse dedicato all’accumulazione di capitale.

Lo spettro di un mondo che potrebbe essere libero.

Le feste estatiche dei rave dettero nuova vita a quell’uso del tempo e della terra che la borghesia aveva proibito e tentato di seppellire. E seppur richiamasse in qualche modo quegli antichi ritmi festivi, il rave non era certo un qualche arcaico revival. Era uno spettro del post-capitalismo più che del pre-capitalismo. La cultura rave crebbe grazie alla sintesi di nuove droghe, tecnologia e cultura musicale. L’uso di MDMA e la psichedelia elettronica basata su sintetizzatori e campionatori Akai generavano una coscienza che si rifiutava di contemplare l’inevitabilità del lavoro tedioso. Quella stessa tecnologia che aveva facilitato lo spreco e la futilità della dominazione capitalista poteva essere usata per eliminare la fatica, per dare alla gente una qualità della vita di gran lunga superiore a quella dei contadini nel pre-capitalismo, generando una quantità di tempo libero di cui neanche quei contadini potevano godere. In questo senso la cultura rave era in sintonia con quelle pulsioni inconsce che, nelle parole di Marcuse, non potevano accettare “lo smembramento temporale del piacere… la sua distribuzione in piccole dosi separate”. Perché mai dovrebbe finire il rave? Perché devono esserci quei miseri lunedì mattina?

Perché dovrebbero esserci quei miseri lunedì mattina?

Purificazione Commerciale

I rave richiamavano anche quegli spazi interstiziali – tra commercio e festività – che provocavano ansietà alla prima borghesia. Nel corso del diciassettesimo e diciottesimo secolo, mentre lottava faticosamente per imporre la propria egemonia, la borghesia si era spesso  confrontata con lo statuto problematico della fiera. Quello che preoccupava gli scrittori e gli ideologi borghesi era la “contaminazione” illegittima del “puro” commercio operata dall’eccesso carnevalesco e dalla festività collettiva. Del resto, però, l’attività commerciale era sempre già contaminata con con elementi festivi. Non vi era alcun commercio “puro”, scevro da un’energia collettiva. Una tale dimensione commerciale doveva essere ancora prodotta, e questo comportava la sottomissione e l’incorporazione ideologica del “mercato” così come l’addomesticamento della fiera. Come spiegano Peter Stallybrass e Allon White in The Politics and Poetics of Transgression, “la fiera, come il mercato, non è né pura né esterna. La fiera sta a un incrocio, all’intersezione di forze economiche e culturali, beni e viaggiatori, merci e commercio”. Il concetto di “economia”, come lo intendiamo oggi, doveva ancora essere inventato, prima occorreva stabilizzare la figura instabile e destabilizzante della fiera. “Così come la borghesia lavorava per produrre una sfera economica separata, divisa dalla sua intima e molteplice interconnessione con il calendario festivo, allo stesso modo essa lavorava sul piano concettuale per ri-formare la fiera o come un evento razionale, di scambio commerciale, oppure come un luogo-di-piacere popolare. Una tale distinzione era necessaria affinché la borghesia potesse operare una separazione netta e definitiva tra lavoro nobilitante e tempo libero decadente – quel rifiuto dello “smembramento temporale del piacere”. Quindi “nonostante le classi borghesi fossero spesso impaurite dal pericolo di sovversione politica e licenza morale, erano forse ancor di più scandalizzate dalla profonda confusione concettuale che scaturiva dalla fiera, in quanto commistione di lavoro e piacere, gioco e commercio. La fiera portava sempre con sé tracce dello “spettro di un mondo che potrebbe essere libero”, minacciando di liberare il commercio dal vincolo, che la borghesia stava tentando di imporre, con il duro lavoro e l’accumulazione di capitale. Per questo “all’interno della cultura borghese, il carnevale, il circo, gli zingari, il sottoproletariato, giocano un ruolo simbolico sproporzionato rispetto alla loro effettiva rilevanza sociale”. Il carnevale, gli zingari, e il sottoproletariato evocavano forme di vita – e forme di commercio – incompatibili con il lavoro solitario del soggetto borghese e con il mondo che esso progettava. Questo è il motivo per cui non venivano tollerati. Se altre forme di vita fossero state possibili, dopotutto – al contrario della celebre formula della signora Margaret Thatcher – vi era un’alternativa.

Se altre forme di vita fossero state possibili, dopotutto vi era un’alternativa.

Individualismo Tassativo

La modernità capitalista si è formata quindi attraverso un processo sempre-incompleto di eliminazione delle festività collettive. Stando al Foucault di Sorvegliare e Punire, è possibile individuare il modello di una tale collettività nella forma che vennero ad assumere le istituzioni disciplinari quali la fabbrica, la scuola e l’ospedale. “Dietro ai dispositivi disciplinari può essere letta la memoria assillante dei ‘contagi’, la peste, le rivolte, i crimini, il vagabondaggio, la diserzione, persone che compaiono e scompaiono, che vivono e muoiono nel disordine.” In questa memoria, che è anche finzione, un’iperstizione, la peste e le feste si fondono: entrambe vengono immaginate come spazi dove i confini tra i corpi collidono, dove i volti e le identità scivolano via. “Un’intero genere di finzione letteraria si sviluppò attorno al tema della peste: la sospensione delle leggi e dei divieti, la frenesia del tempo che passa, corpi che si mischiano senza considerazione, individui smascherati che abbandonano la loro identità ufficiale e la figura nella quale venivano riconosciuti, facendo apparire una verità alquanto diversa.” La soluzione è un individualismo imposto, il contrario del carnevale: “non un festival collettivo ma divisioni rigide; non la trasgressione delle leggi ma la penetrazione delle regolamentazioni fino ai minimi dettagli della vita quotidiana, attraverso la mediazione di quella gerarchia totale che assicurava il funzionamento capillare del potere; non maschere che venivano indossate e tolte, ma l’assegnazione di ogni individuo al suo ‘vero’ nome, al suo ‘vero’ posto, al suo ‘vero’ corpo, alla sua ‘vera’ malattia.”

In questa memoria, che è anche finzione, un’iperstizione, la peste e le feste si fondono.

  Il realismo capitalista che si affermò in Inghilterra negli anni ’90 ebbe l’obbiettivo di portare a termine questo progetto di individualizzazione tassativa. A questo punto ogni altra traccia di collettività doveva essere estirpata. Queste tracce si trovavano non solo nei rave, negli accampamenti dei travellers e nei free parties, ma anche nelle curve degli stadi e nella cultura degli ultras, elementi che a loro volta confluivano nei rave. La strage di Hillsborough nel 1989 divenne l’analogo calcistico di quello che Naomi Klein ha analizzato nei termini di una economia dello shock (shock doctrine). Il disastro – causato dall’incompetenza dolosa della “polizia della Thatcher”, la famigerata polizia dello West Yorkshire – spianò la strada per l’acquisizione aggressiva del calcio inglese da parte dei grandi capitali. Le gradinate negli stadi vennero chiuse, e da quel momento a ogni singolo spettatore sarebbe stato assegnato un posto individuale. In un colpo solo un’intera forma di vita collettiva venne spazzata via. La modernizzazione degli stadi di calcio in Inghilterra era attesa da tempo, ma questa era una ‘modernizzazione’ di stampo neoliberista che si traduceva in iper-mercificazione, individualizzazione e corporativizzazione. Il pubblico veniva suddiviso in consumatori solitari e il rebranding del livello più alto del calcio inglese in Premiership e la conseguente vendita dei dei diritti televisivi a Sky divennero presagi dell’acclamata desolazione esistenziale della vita nell’Inghilterra del ventunesimo secolo. Il solitario senso di connessione della dipendenza da smartphone è un ribaltamento edonistico depressivo della festività a base di MDMA. La socialità è sorvegliata da molteplici corporazioni attraverso piattaforme integrate. Diventiamo le nostre facce, lavorando per il capitalismo della comunicazione, 24 ore al giorno, sette giorni su sette. La transizione verso l’individualismo tassativo ovviamente non ha avuto un successo immediato. Il Criminal Justice Act provocò nuove forme di ribellione carnevalesca, tra cui la notoria Reclaim the Streets. Se le immagini di autostrade bloccate da ravers sembrano appartenere ad un’epoca storica lontana e allettante – per certi versi tanto irrimediabilmente distante quanto la controcultura degli anni ’60 – allora le nuove ondate di organizzazione politica che hanno attraversato la Grecia, la Spagna, la Scozia e adesso (con il successo di Jeremy Corbyn) anche l’Inghilterra, ci ricordano che il progetto di individualizzazione tassativa non potrà mai essere completato. In ogni momento la dimensione collettiva può essere riscoperta, reinventata.

In ogni momento la dimensione collettiva può essere riscoperta, reinventata.

“Lo spettro di un mondo che potrebbe essere libero” dovrà sempre essere soffocato. Potrebbe venire ri-evocato in ogni festa che dura “troppo a lungo”, in ogni occupazione, di un luogo di lavoro o di un’università, che rifiuta la “necessità” del duro lavoro, nel fiorire di ogni coscienza collettiva che rigetta “l’inevitabilità” dell’individualismo competitivo. Ne è testimone la mera estensione e l’intensità dell’apparato che è stato necessario attivare per arrestare il movimento. L’individualismo deve essere imposto, sorvegliato, richiesto.  Tutta la creatività del capitale – che adesso si agita convulsamente, evidentemente esausto – è dedicata a questo impulso. “Di volta in volta”, scrive Fredric Jameson in Valences of the Dialectic, “come un occhio malato che percepisce disturbanti sprazzi di luce o come quei bagliori barocchi dove improvvisamente raggi di luce da un altro mondo irrompono in questo, ci viene ricordato che un’Utopia esiste e che altri sistemi, altri spazi, sono ancora possibili.” L’immaginario psichedelico pare particolarmente appropriato per quel “lampo di energia” (energy flash) del rave, che oggi ci appare come una memoria che sgorga, come sangue, da una mente che non è la nostra. Infatti le memorie provengono da noi stessi per come eravamo: una coscienza di gruppo che attende in un futuro virtuale, non solo in un passato attuale. Ci converrebbe quindi guardare a quelle altre possibilità che questi bagliori barocchi illuminano, non come se fossero un’Utopia distante, ma come un carnevale che è ardentemente vicino, uno spettro che si aggira anche – e specialmente – negli spazi più miseramente de-socializzati.

Articoli recenti

Commenti recenti

Archivi

Categorie

Meta

ilmondoniente Written by:

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *