CATTELAN A SHANGHAI. SE LA COPIA PRECEDE L’ORIGINALE

SIMONE LISI

Dal centro di Shangai, sempre che il traffico non sia congestionato più di quanto lo sia ad ogni ora del giorno e della notte, sempre che si possa davvero parlare di centro per una città anamorfica e dai contorni indefiniti come è Shangai, in circa quaranta minuti si raggiunge il Yuz Museum. La corsa in taxi non costa che pochi yen.

 

Lo Yuz Museum si trova nella zona sud della città, vicino al fiume, in quella che si potrebbe definire la zona museale della città, sebbene anche scrivere questa semplice affermazione sembri ai miei occhi improprio o impreciso. Forse perché questi sono i sentimenti dominanti che provo raffrontandomi con Shanghai o forse perché nel momento in cui scrivo tale affermazione sta sorgendo un’altra zona museale, più nuova, in qualche altra parte della città, di cui io ignoro l’esistenza.

Lo Yuz Museum, che mi ha ricordato la Tate Britain, forse per la collocazione vicino al fiume o forse per una qualche tendenza verticale o per una sua certa eleganza, ha al suo interno semi sospeso nell’aria un cubo di terra in cui vi è piantato un albero. Che sia un olivo? Ho chiesto, ma nessuno dei giovanissimi ragazzi che lavorano alla biglietteria, ha saputo rispondere che albero fosse.

La mostra di Cattelan, The artisti is present, raccoglie al suo interno opere di oltre trenta artisti che affrontano il tema della copia. Vi sono anche due opere dello stesso Cattelan. Una è la riproduzione in scala della Cappella Sistina; l’altra è una serie di statuine che raffigurano alcune tra le opere più celebri di Cattelan stesso, come il Papa colpito dal meteorite, i due Cattelan che dormono sul letto, etc. Il set delle statuine ricorda a sua volta l’opera di Duchamp, Bôite en-valise. Le due opere di Cattelan mi sono sembrate emblematiche nel descrivere la sensazione generale della mostra: da un lato il livello ironico, che strizza l’occhio alludendo al fatto che queste opere hanno il vantaggio di essere facilmente trasportabili, la citazione; dall’altro un livello più profondo e forse vertiginoso: la copia come qualcosa che precede l’originale, la copia come copia della copia, la copia di se stesso come copia di qualcosa che non si conosce.

La mostra mi ha fatto una fortissima impressione, sebbene abbia una certa difficoltà a spiegarne il motivo.

Niente era particolarmente originale (sic), niente era qualcosa che non avevo mai visto in assoluto. Penso ad esempio alla borsa fatta di mattoncini lego, ai televisori in stile vaso Ming, alla parete di cartoline postali raffiguranti luoghi iconici di tutto il mondo che riportano però la scritta “Shanghai”, alla riproduzione di una toilette attraverso cui si deve passare, ai libri famosi stampati “a specchio”, nessuna di queste opere era “nuova” ai miei occhi di europeo con una minima esperienza di arte contemporanea, tuttavia vederle là tutte insieme mi hanno lasciato fortemente impressionato. Perturbato forse è l’espressione corretta, nell’accezione freudiana, come qualcosa di familiare e al contempo di estraneo.

The artist is present

Una specie di vertigine sul valore fondativo della copia, di come il concetto di copia pervada ogni opera d’arte presente e passata. Su come solo e soltanto il riferimento a qualcos’altro (a una tradizione, per usare un termine gadameriano) decreti lo status di opera d’arte.

A questo si deve aggiungere un’ulteriore nota, ovvero la presenza di moltissimi giovani cinesi, specialmente ragazze, che vestite con abiti alla moda del presente, stavano là a scattarsi delle foto. Ai loro occhi, questa era per lo meno la mia impressione di europeo novecentesco, quelle opere d’arte cessavano di essere copia di qualcosa o citazioni o provocazioni e diventavano semplici opere d’arte. La Cappella Sistina in miniatura non imitava niente, ma era semplicemente quella cosa là, altra tre metri, con muri in compensato. Forse quelle opere cessavano ai loro occhi di essere perfino opere d’arte e rimanevano solo come lo sfondo di un selfie e di una foto da condivide sui loro social network cinesi, tuttavia queste riflessioni erano davvero troppo al di là dei miei limiti. Così ho lasciato perdere e sono andato a cercare un taxi che mi riportasse verso l’incompreso centro della città, traffico permettendo.

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