Cereali al neon, cronaca di una mutazione

CATERINA ORSENIGO

Sergio Oricci, Cereali al neon. Cronaca di una mutazione, Effequ editore, 2018, pp. 152, € 11,00

La lunga e ormai mainstream tradizione del cyberpunk nasce alla fine degli anni settanta da una radicalizzazione della querelle ontologica posta da Philp Dick, ma trasposta nella dimensione virtuale che la tecnologia ha imposto tramite la creazione del cyberspazio, e una ripresa di William Burroughs dei diversi livelli di realtà a cui siamo sottoposti quotidianamente. La vulgata vuole che il primo e più importante romanzo fondatore del genere sia Neuromante di William Ford Gibson, un capolavoro spesso accostato a Blade Runner di Ridley Scott. Entrambe le opere hanno gettato le basi e le regole generali del tipo di narrazione caratterizzante il cyberpunk.  Da quel momento in poi il genere ha conosciuto innumerevoli declinazioni, tutte sempre più o meno legate al problema della definizione di realtà che il virtuale e l’effettivo ci pongono dal momento in cui iniziano a scontrarsi tra loro. La soluzione per eccellenza adottata dal cyberpunk è quella di far ricadere la sfera virtuale nello spazio mentale, così che ogni effetto collaterale abbia una sua concretezza fisica a livello cerebrale. Quando un eroe si collega al cyberspazio per hackerare una banca dati, rischia di friggersi il cervello, cioè quello che accade nel mondo virtuale si ripercuote nel mondo fisico. Oppure, come nel caso di Ghost in the Shell, magnifico anime ispiratore di Matrix, esattamente l’opposto, ovvero il biologico ha un suo peso determinate per definire il virtuale.
Se tutto questo aveva una precisa motivazione storica determinata dall’epoca in cui il cyberpunk muoveva i suoi passi nel mondo underground della letteratura (in particolare con la nascita dei cypherpunk, dei libertariani anarcoidi, degli hacker, etc…) oggi che l’informatica è penetrata all’interno della nostra vita non più come mera fantascienza, ma come puro dato di fatto, allora anche la letteratura che a questo campo afferisce ha subito dei forti mutamenti, tanto da aprirla a contaminazioni di vario genere. In un certo qual modo potremmo sostenere che romanzi come Infinite Jest di David Foster Wallace, con il loro uso comico della tecnologia e della fantascienza, siano una forma essiccata e geniale di cyberpunk, esattamente come il celeberrimo Black Mirror, che sposta il problema sul nostro riflesso nero che cellulari e dispositivi in generale ci rimandano indietro.
Anche Sergio Oricci senza dubbio pone la dimensione cyberpunk come cornice per rinchiudere al proprio interno una letteratura ombelicale e in certi momenti quasi astratta, priva di una trama nel senso classico del termine, ma composta da un insieme di linee narrative secondarie che vanno a comporre i tre capitoli del romanzo, Contrarsi, Vibrare, Espandersi, alludendo ad un approccio più cyber-bio-punk, dove la dimensione fisica e percettiva rimane in primo piano rispetto a quella teorica e politica.
Più che di capitoli, dovremmo parlare di tre momenti biologici e sentimentali che mutano gradualmente per andare a creare un romanzo di formazione esistenzialista, caratterizzato da fasi quasi poetiche intermezzate da lunghi dialoghi, che ben si accordano alla descrizione della vita contemporanea di fronte al mondo della tecnologia, della chat e dei social media in generale.
Quella di Oricci sembrerebbe, in parole povere, una strada non ancora percorsa dal genere e che permette al suo romanzo di non poter essere etichettato in modo preciso all’interno di un canone definito, cosa che rappresenta una bella scoperta per il lettore.

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Ferruccio Mazzanti Written by:

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