Cometa. Un’educazione sentimentale

SALVATORE CHERCHI

Gregorio Magini, Cometa, Neo edizioni, 2018, pp 243, € 15,00

Ultimamente è tornato in voga il filone weird, casa base dove portare autori e libri molto differenti tra loro, accumunati dal fatto di non avere nulla in comune e di uscire da canoni stilistici più o meno certi. Come qualcuno ha già fatto notare: una sorta di asso pigliatutto. Per amor di sintesi e comodità di discorso però ammetto che può andare bene, ma definire weird (o tutte le sue varie declinazioni) Cometa, il nuovo romanzo di Gregorio Magini (Neo edizioni), credo sia evitabile. Quello che ho letto è un ottimo romanzo di formazione con ambientazione (retro)contemporanea, quindi se vogliamo anche un ritratto generazionale. Nei momenti in cui esce da questo binario lo fa tramite giustificazioni verosimili, che non denotano nulla di bizzarro: sogni, problemi mentali, droghe, tecnologia realmente esistente/esistita.

In realtà poi ci sono due momenti in cui la narrazione strizza l’occhio a una narrativa di genere. Ma il primo pretesto non è abbastanza forte o invadente da portare la struttura del romanzo su terre inesplorate. L’ossatura rimane la stessa. E la seconda, per quanto bizzarra possa apparire, avviene tardi, e non ha valenza retroattiva. Ciò che d’importante c’era da dire, è stato detto.

Ma ci arriviamo.

Cometa è uscito qualche mese fa per i tipi di Neo Edizioni. Una piccola casa editrice attenta, che ha proposto autori come Paolo Zardi, Gianni Tetti, Jean Baptiste Del Amo e la recente candidata allo Strega Silvia Ferreri. Gregorio Magini è un autore che incrementa la qualità di questo gruppo, e se ancora non avete letto il libro, vi consiglio di cimentarvi almeno con i racconti.

Il romanzo in questione narra le vicende di due ragazzi, Raffaele e Fabio, diversi per carattere, estrazione sociale, percorsi di crescita e attitudine, ma che si trovano a condividere un’amicizia in un periodo fondamentale della loro vita. Uno dei fili rossi che lega i due è l’assenza di figure genitoriali nell’età formativa, sostituite da un nonno materialista per Raffaele, e dal mondo virtuale e un amico immaginario per Fabio. Oltre questo, i due condivideranno un progetto che li proietterà fuori da una giovinezza travagliata, per scaraventarli in un mondo adulto ancora più complesso. Il romanzo è strutturato in due atti. Il primo è un percorso a unica corsia, dove seguiamo la vita di Raffaele prima e quella di Fabio poi, entrambe secondo lo schema lineare: infanzia-pubertà-adolescenza-giovinezza. O, in termini generazionali, anni ’80-’90-2000. Una scelta, questa dell’autore, che ci permette di godere appieno della vita dei due personaggi, senza salti spaziali e temporali, evitandoci l’impiccio dell’intreccio in favore di un approfondimento verticale delle vite dei due: da quando nascono al giorno in cui si incontrano. Una scelta che ho apprezzato e che rispecchia una narrazione di tipo biografico (già vista anche nei racconti dello scrittore), che si prende il tempo necessario a tratteggiare ogni possibile dettaglio utile a costruire la psicologia del personaggio e a ritrarre tre decenni di evoluzioni politiche, sociali e tecnologiche. Sotto questo aspetto Raffaele e Fabio sono due personaggi completi, antitetici e complementari, così come il mondo in cui crescono.

Raffaele è figlio di due ex libertini. Vive di rendita grazie al patrimonio del nonno, cosa che lo alleggerisce da incombenti pensieri, tra cui quello di cercare lavoro. Ma come ogni adolescente che si rispetti è acerbo, e cerca di maturare con maldestri tentativi di soddisfare le sue pulsioni sessuali e politiche, tra «grandtour della fica» e partecipazioni ad attività dei collettivi studenteschi. Il suo spirito informe si manifesta anche nell’aspetto:

Optai per la mise giacca di velluto-pantaloni a costine-polacchine. Avevo sempre odiato quelli che si vestivano come Rimbaud, tuttavia mi dissi: se c’è qualcosa che non va, non puoi cercare la soluzione nelle cose che ti piacciono, perché sono le cose che già fai. L’unico modo per superare se stessi è fare qualcosa che ci fa schifo.

Dopo un periodo di vita disfatta a Roma, dove si rifugia «per coltivare la diversità assieme ad altri spiriti affini, sempre secondo i tre comandamenti: non lavorare, non aspettare, non invecchiare», insegue effimeri ideali artistici privo di qualsivoglia talento:

niente musica né disegno. In generale non potevo soffrire alcun tipo di disciplina, né del corpo né della mente, il che escludeva la recitazione, la danza e qualsiasi forma di scrittura oltre le tre righe. Provai a buttare giù qualche poesia, ma era troppo noioso.

È in questo periodo che incontra Fabio.

Fabio è il tipico ragazzo introverso, un po’ goffo e sfigato, che preferisce gli spazi virtuali e i videogame alla vita sociale. A seguito della malattia del padre, si crea un amico immaginario, «l’astronauta», inizialmente materializzato in una scatola di scarpe sigillata con del nastro adesivo, poi tramutato in voce della coscienza che, di tanto in tanto, quando Fabio cresce, torna a fargli visita.

Fabio viene da una famiglia normale e vive una vita normale e di basso profilo: va a scuola, torna a casa, gioca ai videogame, si perde nei boschi. Non ha troppi amici, ma a tredici anni riesce a dare il suo primo bacio. Si costruisce una realtà parallela dove si rifugia quando la vita e la scuola lo annoiano: «un mondo futuribile che comprendeva tutte le ambientazioni dei suoi giochi […] La sua casa era un’immensa astronave a forma di insetto che viaggiava per le galassie ed era abitata da miliardi di esseri umani». Durante il periodo dell’università conosce Raffaele e si fidanza con Matilde, una ragazza «abituata a non pretendere una virgola di meno che i miracoli», che lo trascinerà in un rapporto ossessivo e sfiancante. Il primo atto del libro termina in una fase delicata della vita dei due ragazzi: quel momento in cui devono capire cosa fare del proprio futuro, mentre sono sotto effetto di un acido:

Dobbiamo fare qualcosa. – Io non riesco a muovermi. – No, qualcosa in generale. – Uh, un progetto? Non sono bravo con i progetti. – Fabio, mentre noi siamo qui a cincischiare, ci passano avanti tutti. – Vero. – Ogni fottuto minuto Steve Jobs guadagna un miliardo di dollari. – Però ha il cancro. – Che c’entra? – C’entra, tutto c’entra, è tutto connesso… – Fabio, ascolta, ci dobbiamo inventare qualcosa. – Tipo? – Qualcosa di geniale, qualcosa che ha successo per definizione.

È in questo momento che i due decidono di creare Comeetr, il «social network che avrebbe reso obsoleti i social network», ed è in questo momento che il romanzo fa due cose: apre al nuovo arco narrativo, che si sviluppa in una sorta di head to head rallistico, alternando le conseguenze di questa scelta nella vita dei due protagonisti; e apre alla possibilità di un universo alternativo a quello ricostruito (e aderente al reale) mostrato finora. Ciò giustificherebbe l’elemento fantastico nel libro ma, come detto in apertura, è debole (che non vuol dire brutto), perché il suo inserimento non altera la natura del romanzo.

Cometa è quindi un romanzo che racconta il percorso formativo di due ragazzi, del loro rapporto con le donne, la famiglia, la società, l’amore, la tecnologia, il futuro, all’interno di una società in continua mutazione, difficile da cogliere nel suo insieme. E lo fa prendendo due punti di vista distinti. Fabio rappresenta quell’universo che poco più di vent’anni fa viveva all’interno di nicchie definite, che trovava spazi di socialità e condivisione delle proprie passioni solo nelle riviste, alle fiere o nella fumetteria di quartiere. O, più recentemente, su internet, il mezzo che ha azzerato le distanze e aperto a un processo di rivendicazione e legittimazione della cultura di quelle stesse nicchie: la cultura Nerd, come oggi viene generalmente chiamata (forse con lo stesso spirito weird di cui si diceva all’inizio). In particolare, quella dei videogiochi e della fantascienza, oggi, a tutti gli effetti, parte integrante della cultura Pop. Fabio rappresenta quelli che, anche solo per questione anagrafica, oggi occupano posti di rilievo all’interno di ambienti culturali, giornalistici, economici e politici, e che hanno contribuito e lottato per la legittimazione di un universo relegato, fino a pochi anni fa, a sottocultura. Raffaele invece rappresenta tutti quelli che dalla centrifuga dei cambiamenti avvenuti negli ultimi trent’anni sono usciti forse peggio. Quelli che contribuiscono al dilatamento del concetto di “giovane-adulto”. Quelli privati delle canoniche tappe del cammino che li dovrebbero portare alla completa maturità ed emancipazione, ma che si trovano immersi in un limbo viscoso da cui fanno fatica a uscire, muovendosi più in fretta che possono da un progetto all’altro, spesso insostenibile o privo di un reale sbocco, dilapidando i patrimoni familiari e faticando a trovare una quadra nella propria vita ma continuando a illudersi che questa esiste, e su quella via proseguono. La classe disagiata, insomma.

Magini sembra voler descrive l’ordinaria e fantastica bambagia che dalla culla ci ha spinto dentro una feroce giungla oscura. Ora incoraggiati a seguire ideali, aspirazioni e desideri, ora disillusi e gettati in pasto a stati di frustrazione e angoscia per l’incapacità di concepire un mondo non più fatto a nostra immagine e somiglianza. In questo senso il finale del libro è emblematico, quasi didascalico. È un non finale. Probabilmente, chiunque, tra i potenziali lettori, ha immaginato che la sua vita un giorno potesse essere risolta così, ma tutto ciò è rimasto sempre un remoto elemento del regno del possibile, del fantastico. Per questo, nel momento in cui lo vediamo inscenarsi tra le pagine del libro, le opzioni sono due: o ci lasciamo accompagnare in una narrazione che sfocia nel fantastico e come tale la accettiamo, o il velo della sospensione dell’incredulità si rompe, e capiamo di trovarci di fronte a un’opera di finzione che, magari anche per voluta scelta dell’autore, è venuta meno alle premesse costruite. Quello che capita a Raffaele e Fabio va oltre le possibilità di un finale negativo o positivo: è un finale idealizzato, risolutorio, che dice tutto e non dice niente. Un deus ex machina dietro cui si cela l’autore, che ha sapientemente analizzato ciò che la sua generazione ha vissuto, ma non è riuscito a portarci oltre quello che già sappiamo. Abbiamo fatto un viaggio che si è concluso nell’esatto istante in cui ha raggiunto il suo punto d’osservazione. O di partenza. E da quel momento, con noi, ha (ri)preso a galleggiare nel viscoso presente. In compenso, comunque, è stato un viaggio più che piacevole.

Articoli recenti

Commenti recenti

Archivi

Categorie

Meta

ilmondoniente Written by:

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *