Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima: xenoletteratura?

La Rosa

 

Antoine Volodine, Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima, 66thand2nd, 2017, pp. 112, 16,00 €

A quasi vent’anni di distanza dalla pubblicazione francese del 1998, il testo di Antoine Volodine, Il post-esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima è licenziato in italiano da 66thand2nd con la traduzione di Anna d’Elia (66thand2nd è la casa editrice cui si deve anche la pubblicazione di Terminus radioso, vincitore del prix Médicis nel 2014). Questo libro non è forse il più indicato da consigliare a chi non già frequenti questo autore. Tuttavia non è controindicato nonostante che, ma per la sua enigmatica bellezza, manifesto della poetica dell’autore. (E, in alcune parti, forse, manifesto politico).

Premessa: il post-esotismo è un movimento letterario inventato da Volodine, il quale «per scrollarsi di dosso l’etichetta di scrittore inclassificabile, si inventò quella di scrittore post‑esotico fantanarchico»[1]. Il libro ha l’aspetto del saggio, suddiviso in 10 lezioni: tre sono senza firma, quindi ascrivibili a Volodine stesso; le altre, invece, portano firme di eteronimi. Per esempio quella Lutz Basmann (Lezione 7_Vocaboli specifici…) o, in maniera ancora più vertiginosa, quella di Elli Kronauer, che ritroveremo quale personaggio di Terminus Radioso. Queste lezioni presentano una descrizione dettagliata del canone letterario post-esotico, per mezzo di un chiarimento dei suoi generi (il romånso, la shaggå, le nuvelle o intrarcane, il recitìo, la zaconto e il sussurrio), delle sue tecniche narrative (morte del narratore e inclusione del lettore), nonché un’estesa bibliografia di 343 titoli postumi (che costituisce la Lezione 10_Dello stesso autore nella stessa collana…). Di nuovo, alcuni di essi sono pubblicati anche in questo mondo da Volodine o da uno dei suoi eteronimi, come per esempio Angeli minori, opera che nella ricostruzione volodiniana segna la nascita del canone post-esotico. A margine: nel testo mai è svelato l’arcano del nome, perché post-esotismo?

 

Ma il volume è un romanzo o, meglio romånso, perché – secondo quanto è spiegato con le parole di Iakoub Khadjbakiro (Lezione 4_Il romånso…), autore post-esotico e personaggio citato nel testo, cioè negli intervalli tra una “intervista” e l’altra ai vari reclusi – «il romånso appartiene alla famiglia delle forme romanzesche, […] si avvicina al romanzo. Si distingue, tuttavia, da quest’ultimo per molti aspetti». Per usare alcuni termini tecnici del post-esotismo, Volodine scrive con infiniti eteronimi, alcuni anonimi, contro-voci, sovranarratori e sotto-narratori un libro su dei prigionieri politici in carcere. Dissidenti scrittori che, quasi come un solo flusso di coscienza, si alternano, tra torture, morti e l’arrivo dell’industria culturale che tenta di impossessarsi del post-esotismo, a raccontarne i contorni: «Riuscivamo – perché l’io che parla è sempre un io plurale – a modificare il grido inumano che ci sgorgava sul fondo della gola facendone una variante che il nemico rinunciava a leggere, che neppure aveva voglia di decifrare, tanto lontana era dall’atroce lamento che egli s’era finalmente preparato a comprendere. Abbiamo sempre parlato d’altro, sempre» (Lezione 5_Parliamo d’altro…, Ellen Dawkes).

Fin dalla prima pagina, il carcere è battuto dalla pioggia. Sferzante o in rigagnoli che attraversano le celle e scivolano sulle pareti, gocce che cadono in pozze che ristagnano, l’acqua è l’elemento del testo, ma è un’acqua scura; questa conferisce una particolare tonalità “vischiosa” a tutta la storia, acuita anche dagli odori corporali che l’autore non sfugge mai di sottolineare. Ma, per il lettore, il carcere si trasforma in un labirinto in cui perdersi, là dove ogni passo per definizione è falso. Nell’universo post-esotico di Volodine è al contempo obliterata e resa ossessivamente presente la differenza tra “realtà” e “finzione”, nonché il loro “confine”. Si può pensare che questa sia Letteratura, l’oscillazione costante tra questi due poli spuri.

 

 “L’egualitarismo era stato mediaticamente relegato al rango delle cause non solo perse, ma desuete e dimenticate. L’epoca s’attagliava così poco a una denuncia dei nostri misfatti, o ad attacchi sferrati contro il nostro arcaismo ideologico, che i nostri simpatizzanti che venivano arrestati all’esterno finivano con l’essere sottoposti a cure psichiatriche invece che rinchiusi qui da noi nelle celle ancora disponibili del braccio di massima sicurezza, nei piani che andavano svuotandosi di pari passo con l’aumentare dei suicidi e delle esecuzioni. Avevamo finito per comprendere che il sistema concentrazionario dove eravamo rinchiusi costituiva l’ultima inespugnabile fortezza dell’utopia egualitarista, l’unico spazio terrestre i cui abitanti fossero ancora in lotta per una variante del paradiso.”

 

[1] T. Pincio, Volodine, 19 febbraio 2017, in «Alias», p. 3, https://tommasopincio.net/2017/02/19/letteratura-post-esotica/. Per una raccolta delle recensioni italiane, il sito della casa editrice, https://www.66thand2nd.com/libri/198-il-post-esotismo-in-dieci-lezioni,-lezione-undicesima.asp.

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