Ecco la storia e le approssimazioni successive

Luca Marinelli

DANIEL PENNAC, ECCO LA STORIA, FELTRINELLI, 2003, € 13.60, PP. 312

Sarebbe la storia di un dittatore agorafobico.” Come si può, provando a raccontare Ecco la storia di Daniel Pennac, non cominciare da quel condizionale che è verbo germinativo del libro; è la decisione con cui taglia il foglio in due sullo spigolo a spiazzare: questo incipit non si aggrappa alla sicurezza di un indicativo che afferma, pur rifiutando il rimpianto di un condizionale passato. Così districa la natura del romanzo: sarebbe la storia se non ci fossero due piani, la storia e il lavoro sulla storia, due poli carichi nella tensione tra i quali è l’autore stesso a essere messo in drammaturgia, sarebbe la storia se non ci fosse il suo percorso, quello dell’autore, alla ricerca di un percorso che conduca dalla storia – questa sì del dittatore agorafobico – alla storia di come la storia è stata possibile.

Come arrivare dunque?

Pennac, che si lamenta della scarsità di codici che ordinino i segni, ne fornisce uno – quello che gli varrà l’intero libro – già dall’inizio, nella prima di sette parti (e come altrimenti potrebbe essere in un romanzo sul romanzo?): epsilon – convenzionalmente la variabile che fatta tendere a zero è lo scarto alla base del calcolo infinitesimale – è anche la differenza inconsistente tra uno e ogni altro dei personaggi possibili “a piacere” simili ad esso.

Epsilon è la differenza tra il dittatore e un suo sosia, che assunto e addestrato per farne le veci in sua assenza apre a un nuovo infinito di epsilon, il ventaglio delle nuove distanze possibili, dando luogo alla dicotomia di Zenone d’Elea: il microscopico è alla base del macroscopico, non importa quanto siano piccole, esiste un numero di epsilon in grado di spostare il bilancio della somiglianza fino al punto di portare un dittatore agorafobico a essere la caricatura del suo n-esimo quasi-se-stesso.

C’è qui un assunto di importanza cruciale: non è il suo n-esimo ad essere caricatura di sé, ma il contrario, perché il dittatore stesso non avrebbe saputo dire se fosse un grossolano abbozzo di se stesso oppure un ritratto troppo perfetto, figurarsi il popolo. Si tratta di un lasciapassare per il codice, la premessa topologica che rende possibile il gioco.

Applicare tale codice al discorso sulla scrittura, assume Pennac nella seconda parte, un commentario – non privo di irrequietezza e ricerca stilistiche – sui momenti, funzionali alla storia, del suo vissuto in Brasile, significa decriptare i metodi che conducono alla sua privata vocazione di scrittore.

Nuovamente, infatti, torna il distacco tra il dato di partenza e il dato di arrivo, ma soprattutto il procedimento “da quasi-se-stesso a quasi-se-stesso” di farcitura del vuoto che questo distacco genera. Mettendosi in gioco in qualità di autore, e decretando quindi il suo assoluto protagonismo, Pennac riflette: la mia memoria colleziona foto sfocate. I miei ricordi più recenti sono ombre; e allora probabilmente, la mia avidità di romanziere: l’immaginazione affamata di ricordi si ostina a ricomporre la vita a partire da un abbozzo.

Ecco la necessità: ricostruire i percorsi, riconnettere le tracce per riavere una memoria, che anche se non è quella memoria – la memoria istantanea, forse generatrice – si distanzia di una certa quantità di epsilon, quelle utilizzate per costruire i ponti tra l’uno e l’altro ricordo isolato.

Ancora una volta manifesto è così il processo di approssimazioni successive, e non solo nel testo, ma anche sopra il testo: lo stesso commentario infatti altro non è che un sosia degli eventi dopo l’ammissione della fallacia nel ricordo da parte di Pennac stesso, un’ulteriore esfoliazione parallela del foglio di partenza. In ogni caso non importa: il codice porta tutto a un nuovo livello di realtà, e toccherà al ricordo vero – che se n’è andato proprio come il dittatore – fare da caricatura al suo sosia.

Ancora una volta vince la dicotomia.

Si sente tuttavia la necessità di una sintesi, anche perché – a discorso impostato – il protagonista nella storia, quella del dittatore, è apparso solo con quel fortunato, iniziale “sarebbe”.

È a questo punto che Pennac attinge dalle concessioni dello statuto del metaromanzo per parlare di struttura, e lo fa lasciando risuonare il codice che ci ha mostrato sulla costruzione dei passaggi successivi, senza preoccuparsi della discesa in un piano molto prossimo – a ben vedere, forse, solo epsilon distante – dal ridicolo.

Quello che fa è esfoliare ancora, creare tanti piani paralleli tutti distanti epsilon per parlare delle storie dei sosia successivi. In questo modo mette a nudo con eleganza la necessità di un apparato di risonanza con il tema: nel suo caso, una pagina sezionata negli infinitesimi che la compongono: ogni infinitesimo una parte del romanzo.

Il gioco continua così: un ribaltamento parte per parte che è una riflessione con effetto dissolvenza: i due piani sgranano nuovamente confondendosi, il vero protagonista, l’autore, può in questo modo entrare in contatto diretto con i suoi personaggi, in un fade out che – in conclusione – riunisce i piani di realtà.

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