HEROES. BOWIE BY SUKITA

GIOVANNA DADDI

 

Ho visitato Heroes. Bowie by Sukita, la mostra fotografica dedicata a David Bowie che il fiorentino Palazzo Medici Riccardi propone al pubblico dal 30 marzo al 28 giugno.

La mostra occupa poche stanze in cui sono ospitate le foto più iconiche di Bowie, quelle che tutti conoscono, dal vestito a forma di vinile agli scatti in bianco e nero del periodo 77.

Dopo alcune fotografie che ritraggono Marc Bolan, giusto per farci capire che l’inizio del sodalizio è stato nel pieno della fase glam, si possono ammirare i look alieni di Bowie in versione Ziggy Stardust (e la musica in sottofondo fa da contrappunto): questa è la fase in cui maggiormente emerge l’anima da performer di Bowie, la semplicità è lontana anni luce, prevale la voglia di provocare ma anche il desiderio di celebrare la diversità, la stranezza che alberga in ognuno di noi e che sicuramente albergava nei milioni di teenager inglesi per i quali Bowie fu «mama, papa and a rock n roll bitch».

Il primo incontro tra Bowie e Sukita avvenne nel 1972 e fu per caso: Sukita infatti era a Londra proprio per Marc Bolan e i T-Rex, non immaginava ancora che stava per conoscere l’uomo che avrebbe cambiato per sempre l’iconografia del rock.

Le prime due stanze sono tutte dedicate all’esplosione di colore di Ziggy e a quella tipica liquidità di genere che ha caratterizzato Bowie nell’immaginario collettivo. Sapientemente immortalati dal fotografo giapponese, i tratti somatici diventano universali, non riconducibili alla distinzione uomo-donna, ma piuttosto alla fusione mente-corpo-universo: un universo in cui sicuramente ci sono tipi interessanti. Gli occhi algidi e caldi allo stesso tempo, di due colori diversi (per un banale incidente in realtà, ma, neanche a farlo apposta, marchio di fabbrica di un essere alieno sulla terra) bucano l’obiettivo e distraggono per un attimo dal rosso dei capelli, dagli abiti spaziali ma curiosamente ispirati allo stile giapponese, kimoni extraterrestri che hanno riempito le locandine e le cover dei vinili («There’s a starman waiting in the sky»).

Questo è il periodo in cui Bowie segna il suo essere unico, una volta e per sempre.

©Photo by Sukita 2019

A seguire, nelle due stanze successive, la retrospettiva è interamente dedicata allo shooting di Heroes, il nucleo caldo/freddo della mostra, a cui l’ingresso precedente fa da preparazione mentale. Heroes è il 1977, è il bianco e nero, l’abbandono del colore, il prevalere del senso terreno, di una tragedia tutta umana, anche se quegli occhi differenti uno dall’altro non riescono del tutto a far dimenticare l’alienazione.

Sono gli anni in cui Bowie va a Berlino, con Iggy Pop, vuole disintossicarsi da una pesante dipendenza dalla droga e vuole dare una svolta alla sua vita.

Berlino porta a Heroes.

Il giubbotto di pelle nera, il volto senza trucco, i capelli corti. Bowie decide di togliersi la maschera (anzi, le maschere). Resta comunque un essere androgino, è nella sua natura, ma segna uno scarto e tocca con mano la fragilità umana, ci si tuffa a capofitto rinunciando apparentemente alla “copertura” protettiva del costume, alla salvezza cosmica, la terra è il suo posto. «We can be heroes, just for one day», con un bacio da amanti davanti al muro di Berlino, esseri umani perduti nel dramma della storia, il tentativo di riprendersi la realtà con le note più suggestive e commoventi della sua produzione artistica. In effetti le note di Heroes sembrano un urlo, insieme alla voce insolitamente straziata, che riporta tutto quanto a portata di umano.

©Photo by Sukita 2019

La realtà non era così distante da Bowie, sicuramente lo era molto meno di quanto Ziggy non avesse fatto credere al mondo.

Quando Sukita seppe che Bowie e Iggy Pop sarebbero andati in Giappone organizzò il servizio fotografico, dal quale nacque la copertina stessa di Heroes: le ultime due stanze della mostra sono infatti dedicate allo shooting in Giappone, una Tokyo che sembra Berlino, con un Bowie stilizzato e potente, quasi messo a nudo, mai del tutto umano e mai del tutto alieno. Una creatura rara e stupefacente di cui Sukita ha saputo catturare la natura più profonda.

La mostra termina con una sezione dedicata ad alcuni catti degli anni 80 e 90, e pochissimi dei primi anni 2000.

L’ultimo contatto tra i due artisti risale al 2015, per email: dopo pochi mesi Bowie sarebbe morto.

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