I dispiaceri del vero poliziotto

FERRUCCIO MAZZANTI

Roberto Bolaño, I dispiaceri del vero poliziotto, Adelphi 2011, pp 304, 19,00 €

Per chi, avendo letto 2666, non ne avesse abbastanza, potrebbe dedicarsi a I dispiaceri del vero poliziotto, libro su cui Bolaño ha cominciato a lavorare negli anni ottanta. Romanzo a se stante, racconta alcuni aspetti della vita di Amalfitano, di sua figlia Rosa e del celeberrimo Arcimboldi, con inserti sviluppatisi poi anche in Detective selvaggi e in Chiamate telefoniche. Il procedere narrativo di Bolaño, caratterizzato da una provvisorietà e fragilità della trama con una forte tensione verso lo sviluppo, piuttosto che verso la completezza del continuum narrativo, ci permette di sprofondare in una piacevole digressione su Amalfitano, professore cileno, scappato in Spagna, scappato in Messico. Una caratteristica essenziale dell’opera di Bolaño consiste nella fuga: benché tutte le sue storie, a prescindere dallo stile (sotto questo aspetto Bolaño era un eclettico e pareva seguire le massime di De Kooning, “lo stile è una truffa”), fossero dei gialli, si risolvono solo nella fuga, come se i suoi personaggi, finito il libro, saltassero letteralmente fuori dall’ultima pagina e continuassero a scappare.
Dunque da una parte abbiamo l’importanza del viaggio, una vita itinerante e disperata, dall’altra abbiamo il poliziesco.
Se la frammentarietà del nomade permette uno sperimentalismo audace e uno stile instabile affastellato da personaggi secondari e sconfitti, il poliziesco esercita una funzione metaletteraria senza dubbio originata da un amore nei confronti di Borges mai venuto meno. Se il romanzo è un labirinto, allora il romanzo è un giallo, in quanto il lettore sarà chiamato ad indagare, tra le infinite possibili strade che la narrazione intraprenderà, quale sarà l’unica strada adeguata per ricomporre il puzzle che lo scrittore ci propone. Il poliziotto del titolo, dunque, (I dispiaceri del vero poliziotto), non è chiamato a scoprire chi sia l’assassino, ma ad indagare il senso dell’opera stessa, ovvero il poliziotto non è altri che il lettore attento. E perché mai dovrebbe dispiacersi? Perché se ogni vicolo del labirinto è ugualmente percorribile, allora scoprirà con grande dolore che ogni via di fuga è vera o falsa in modo indistinguibile, decostruendo così il significato stesso che la pista del poliziesco propone. Se dunque vi è un criminale, costui è la frammentarietà lacunosa di una struttura narrativa impegnata in un gioco molto difficile e che a Bolaño riusciva in modo magistrale: depistarci senza farci chiudere il libro.
Leggere I dispiaceri del vero poliziotto serve dunque per affinare la vista sugli intenti che Bolaño aveva, in quanto essendo postumo e incompiuto ci mostra come lo scrittore cileno lavorasse per raggiungere quelle vette che toccò in 2666 e Detective selvaggi.

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