Il varco

GIOVANNA DADDI

Recensione del film “Il Varco” (2019), di Federico Ferrone e Michele Manzolini

La campagna di Russia è una di quelle cose che sfuggono al senso, storicamente una battaglia persa in partenza, di cui si fatica a comprendere il perché. I reduci dalla Russia hanno sempre avuto, nell’immaginario di noi bambini con i nonni che hanno fatto la guerra, il carisma degli eroi: come tanti Ulisse che hanno viaggiato anni e anni per tornare da un abisso di gelo alle loro case calde di sole e di affetti. E poi, più ancora, tutti quelli che non sono mai tornati. Perciò un film sulla campagna di Russia sarebbe stato inutile, già visto, già sentito, già cristallizzato in uno spazio di sogni terrificanti e immagini scomposte, inestricabili. Silenzi di chi ha visto cose. Gli stessi silenzi del freddo sovietico. I silenzi di chi è tornato da lì.

Il merito de Il varco è proprio questo: non ci racconta una cosa che già conosciamo e che sarebbe impossibile da narrare senza cadere nella banalità.

Il varco racconta invece la storia di un singolo uomo, che va e non ritorna, o forse chissà. Il varco racconta un viaggio, prima ancora che fisico, dell’anima e del cuore: il soldato deve partire, lascia la donna cha ama, va verso una destinazione labile e paurosa.

Alternativamente alle immagini di repertorio, che ci mostrano una faticosa, inutile e disperata preparazione a una catastrofe così tangibilmente e chiaramente imminente, possiamo vedere poche scene del Donbass odierno: regione ucraina che oggi, come allora, è teatro di guerre nuove ma sempre uguali. Ci scorrono davanti immagini a luce bianca, quasi accecante, di luoghi freddi e densi di sangue, fotografie di uomini perduti nella neve e negli spazi enormi, perduti a causa di un nonsense che solo la guerra può rappresentare con tanta ferocia: la ferocia dell’inutilità.

Il varco del soldato è un varco nel tempo: dal 1941 al 2014, anno in cui è iniziata la guerra in Ucraina. Ed è anche il varco emotivo, quello che il soldato decide di oltrepassare, disertando da un obbligo ingiusto e andando a cercare chissà cosa, accompagnato dalla tenerezza della rimembranza: il film si apre con le immagini in bianco e nero, sfumate, sfocate, nebbiose, e, a fare da controcanto, una voce femminile chiara e dolce, che narra una favola russa; la stessa rimembranza porta a far comparire a più riprese il volto giovane e spensierato della donna amata dal soldato, Isa, come un coro struggente di ricordi e sogni.

Il soldato, che parte fascista, intraprende un viaggio, a tratti onirico, come se il protagonista non fosse lui, e durante il viaggio comprende l’inganno, l’errore sotteso a tutta la vicenda storica e alla guerra stessa: al termine del viaggio lo aspetta un varco, che è squarcio/passaggio temporale ma anche rivelazione di senso, disvelamento di verità alla coscienza rattrappita, in una sorta di unione sinestesica con il freddo e il fango, in cui le scarpe affondano insieme alla perduta dignità, al senso vituperato di umanità.

Una sceneggiatura che si fonda sull’esaltazione del tema del viaggio, fisico e mentale, quindi, a cui, non a caso, ha partecipato Wu Ming 2, scrittore di cammini e percorsi.

La voce che sentiamo è quella calda e vagamente angosciante di Emidio Clementi: una voce che contribuisce a dare un senso di rarefazione e di sospensione alla storia, trasmette il timore che ad andare fino in fondo ci si possa far male, come quando si tocca il ghiaccio e si sente il bruciore del fuoco.

Il soldato in realtà è tanti soldati: la scrittura è il risultato di una collazione di parti originali degli sceneggiatori e di diari di soldati, alcuni noti, come Rigoni Stern e Revelli, altri sconosciuti.

Questo soldato, al quale il film attribuisce d’invenzione una madre russa, e che viene mandato in Russia perché parla la lingua, è un simbolo. Rappresenta l’essere umano avvinto da un’epica dominante, violenta e distorta (magistralmente rappresentata dalle immagini della propaganda fascista che ritraggono aperitivi italiani, gente per strada, ridicoli sogni di grandezza sulle “ali fasciste”) che, nel momento chiarificatore della catastrofe imminente, sceglie di ribellarsene nell’unico modo possibile: il rifugio nella propria dimensione intima e familiare da una parte, dall’altra la fuga in avanti attraverso un varco salvifico.

Le immagini di repertorio sono state riprese in parte dall’Istituto Luce e in parte da HomeMovies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia, con un corposo lavoro di ricerca e di studio da parte di Ferrone e Manzolini per collegare immagini a luoghi riconoscibili, un’opera di ricostruzione e identificazione quindi, che permette di collegare la vicenda del film ai luoghi che, 70 anni dopo, sono stati di nuovo teatro di guerra: in una sorta di gate emotivo e temporale, una catena liquida di fango e sangue e neve, che pure non si spezza.

Il film è stato presentato alla 76° Mostra del Cinema di Venezia.

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