La psicoanalisi deve essere in stretto rapporto con la vita

FÉLIX GUATTARI

 

Questo testo è la traduzione dal francese di un intervento pubblicato dalla rivista «Psychologies», sul n° 5, del novembre 1983. La traduzione è di Raffaele Nencini.

L’Anti-Edipo aveva causato un po’ di sconquasso a causa delle sue dure critiche nei confronti del «familismo» della psicoanalisi. Oggi, dopo più di dieci anni, è diventata una posizione banale. Quasi tutti si sono resi conti che su quel terreno c’era qualcosa che non tornava. Io nutro rispetto per Freud, per ciò che rappresenta; fu uno straordinario creatore. I suoi colpi di genio e di follia l’hanno spinto, in molte fasi della sua vita, ai margini della comunità scientifica e medica, e tuttavia egli è riuscito ad attirare l’attenzione su dei dati soggettivi fino ad allora ignorati. Ma i suoi successori, in particolar modo la corrente strutturalista lacaniana, hanno trasformato la psicanalisi in culto e la teoria psicoanalitica in una sorta di teologia, celebrata da sette affettate e pretestuose, che non hanno cessato di proliferare. All’epoca in cui stavo all’École freudienne, mi aveva colpito il divario tra la raffinatezza dei propositi teorici che vi si enunciavano e il modo in cui queste persone si comportavano sul terreno clinico. Quelli che tenevano i discorsi meno riusciti, meno altisonanti, talvolta avevano una condotta pratica abbastanza ragionevole, mentre coloro che si segnalavano come i più distinti oratori, che si davano da fare per scimmiottare il «Maestro», si comportavano spesso come dei veri irresponsabili nelle loro cure. Ci sono delle persone che vengono verso di voi in uno stato di completo sgomento, che dunque sono molto vulnerabili, molto suggestionabili, e che potete coinvolgere in rapporti di tranfert pericolosamente alienanti. E del resto è un fenomeno che non riguarda solamente la psicoanalisi. Conosciamo bene altri esempi di grandi teorie di cui fu fatto un uso religioso e perverso con conseguenze drammatiche (penso ai seguaci di Pol-pot in Cmabiogia o a certi gruppi marxisti-leninisti dell’America latina…).

In breve, una tale messa in discussione della psicoanalisi non è più tanto originale; in diversi l’hanno ormai fatta con talento, per esempio Robert Castel. Ma, d’altro canto, non è il caso di passare alle prospettive riduzioniste, neocomportamentali o sistemiste diffuse nel mondo anglosassone, come quelle che sono veicolate dalle correnti di terapia familiare.

Se vogliamo andare oltre questi aspetti critici e considerare le possibilità di una ricostruzione dell’analisi su nuove basi, mi pare importante porre nuovamente la questione del suo statuto di mito di riferimento. Per vivere la propria vita – tanto la sua follia, la sua nevrosi, i suoi desideri, la sua melanconia, quanto la «normale» quotidianità – ogni individuo è portato a riferirsi a un certo numero di miti pubblici o privati. Che nelle società arcaiche avevano una consistenza sociale sufficiente per costituire un sistema di riferimento morale, religioso, sessuale, eccetera, in maniera molto meno dogmatica che presso di noi. Così, durante un’esplorazione sacrificale, la collettività cercava di capire quale spirito abitasse il «malato», quale costellazione culturale, sociale, mitica e affettiva fosse alterata. Quando una pratica rituale non funzionava, ci si orientava verso un’altra direzione, senza fingere di aver avuto a che fare con una resistenza. Queste persone esploravano la soggettività con un incontestabile pragmatismo, facendo leva su dei codici condivisi dall’insieme del corpo sociale e i cui effetti erano «verificabili». Siamo ben lontani dal caso dei nostri metodi psicologici e psicoanalitici!

Nelle società in cui tutte le facoltà umane sono ampiamente integrate, i sistemi di riferimento mitici sono stati in un primo tempo trasmessi dalle grandi religioni monoteiste che si sono sforzate di rispondere alla domanda culturale delle caste, degli insiemi nazionali e delle classi sociali; dopodiché, tutto ciò è franato con la deterritorializzazione degli antichi rapporti di filiazione, di clan, di corporazione, di comando su un territorio, eccetera. In più, le grandi religioni monoteiste hanno a loro volta subito un declino e hanno perso una gran parte della presa che avevano sulle collettività. […] Per supplire a queste religioni indebolite, hanno visto la luce delle grandi macchine di soggettivazione, in grado di veicolare alcuni miti moderni, per esempio attraverso il romanzo borghese, da Jean-Jacques Rousseau a James Joyce, o i dispositivi dello star-system del cinema, della canzone, dello sport, e più in generale, della cultura dei mass-media. Solo che si tratta di miti esplosi, labili. La psicoanalisi e la terapia familiare, costituiscono al loro confronto una sorta di sfondo di riferimento che conferisce un corpo e una serietà a questa soggettivazione profana. Lo ripeto, mi sembra che non sia possibile organizzare la vita indipendentemente da queste formazioni soggettive di riferimento. Quando abbiamo finito con una di esse che abbia esaurito il suo compito o che si banalizzi – constatiamo che, degenerando, e impoverendosi, spesso continua a sopravvivere. E forse è ciò che accadrà con il freudismo e con il marxismo. Fino a quando non li avremo rimpiazzati nella loro funzione di mito collettivo, non avremo mai finito di farci i conti! Sono diventati una specie di delirio collettivo cronico. Guardiamo la fine del paradigma hitleriano: evidentemente, la faccenda era conclusa dal 41 o dal 42; ma si è andati avanti fino alla fine, fino al disastro totale, ed è ancora continuato ben oltre. Come ha ben mostrato Kuhn per i grandi paradigmi scientifici, un sistema esplicativo che perde la sua consistenza non è mai semplicemente rimpiazzato da un altro più credibile. Resta in campo, tiene duro come un malato.

In queste condizioni, inutile tentare di dimostrare razionalmente l’assurdità della maggior parte delle ipotesi psicoanalitiche. Bisogna bere il calice fino in fondo! E andrà probabilmente nella stessa maniera con il sistema della terapia familiare. Oggi, gli psicologi e gli operatori sociali manifestano una certa brama di recuperare dei quadri di riferimento. L’Università pretende di fornire loro delle basi scientifiche. Ma non si tratta, nella maggior parte dei casi, di altro che teorie riduzioniste che si collocano a margine dei problemi reali – diciamo di una scientificità metonimica. Infatti, quando gli «utenti» incontrano uno psicologo, sanno molto bene che non hanno a che fare con un vero scienziato, ma con delle persone che si presentano come referenti di un certo ordine problematico. In passato, quando si andava da un prete, un servitore di Dio, più o meno si conosceva il suo modus operandi, i rapporti con la sua perpetua, con i suoi vicini, il suo modo di pensare. Gli psicoanalisti sono sicuramente delle persone molto rispettabili! Ma sono molto più «illocalizzabili». E, a mio avviso, non potranno più continuare a lungo a gestire le loro cose appoggiandosi su dei miti ormai vuoti.

Una volta che si riconosce la necessità, direi quasi la legittimità, di riferimenti mitici, si pone al questione non soltanto del loro fondamento scientifico, ma del loro funzionamento sociale. È la che si situa la vera ricerca teorica in questo ambito. Si può teorizzare una produzione di soggettività in un contesto dato, in seno a un gruppo particolare, o a proposito di una nevrosi o di una psicosi, senza ricorrere all’autorità della scienza, cioè a qualcosa che implica una formalizzazione dalla portata universale e che si afferma come verità universale. Mi sembra molto importante sottolineare come non vi possa essere una teoria generale nelle scienze umane – non più, dunque, nelle «scienze» sociali e nelle «scienze» giuridiche – e come la teorizzazione non riveli, in questo ambito, soltanto ciò che chiamerei una «cartografia» descrittiva e funzionale. Ne risulta, secondo me, che i soggetti e i gruppi coinvolti dovrebbero essere invitati, secondo modalità appropriate, a partecipare all’attività di modellizzazione che li riguarda. Ed è precisamente lo studio di queste modalità che mi sembra essere l’essenza della teorizzazione analitica. Leggevo recentemente sulla stampa che venti milioni di brasiliani stanno per morire di fame nel Nord-Est e che questo causerà la nascita di una specie di «nani autistici». Per comprendere e aiutare queste popolazioni, i richiami alla castrazione simbolica, al significante e al Nome del Padre non possono che essere un ben misero soccorso!

In compenso, è evidente che le persone che devono affrontare questo genere di problemi dovrebbero avere tutto da guadagnare dotandosi di un certo numero di strumenti sociali e di concetti operativi per fare fronte alle esigenze che si possono presentare. La dimensione politica della produizone di soggettività è qui evidente. Ma lo stesso vale, sotto altre modalità, in altri contesti. Così, lo ripeto, meno gli psicologi si prenderanno per degli scienziati e più prenderanno coscienza della loro insufficienza e della loro responsabilità; e non parlo di una responsabilità colpevolizzante, come quella che certuni vorrebbero erigere con la pretesa di parlare a nome della verità o della storia. Io sono della generazione che ha conosciuto gli assalti contro J.P. Sartre, che secondo alcuni sarebbe stato responsabile, all’epoca de La Nausea, dei suicidi e della delinquenza giovanili. Gli intellettuali che delirano di teorie consentano talvolta, con le loro idee, uno stato di cose che disapprovano e possono essere responsabili per quello che accade. Ma si tratta raramente di una responsabilità diretta. In compenso, accade frequentemente che ci sia una influenza inibitrice nella misura in cui, occupando indebitamente un terreno, impediscono che certi problemi siano posti sotto un angolo più costruttivo. Io sono sempre stato più o meno impegnato politicamente. Ho partecipato a dei movimenti sociali fin dalla mia infanzia e, per giunta, sono diventato psicoanalista. E questo mi ha portato a rifiutare le recinzioni tracciate tra il livello individuale e quello sociale. Le dimensioni singolare e collettiva per me si incrociano sempre. Se rifiutiamo di situare una problematica nel suo contesto politico e micropolitico, sterilizziamo la potenza della sua verità. Intervenire con la nostra intelligenza, i nostri mezzi, per quanto siano deboli, può forse sembrare semplicistico, ma è tuttavia essenziale. E questo è parte integrante di tutte le propedeutiche e le didattiche concepibili. Dopo il ‘68, si diceva degli psicologi, degli psichiatri, degli infermieri, che fossero degli sbirri. Va bene, ammettiamolo! Ma dov’è che questa cosa ha inizio, dov’è che finisce? L’importante è di determinare se la posizione che si occupa, contribuisca o meno a risolvere dei problemi di segregazione, di mutilazione sociale e psichica, se si ottenga, quanto meno, di ridurre il danno.

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