La vita segreta, fantasmi dell’era digitale

Andrew O’Hagan, La vita segreta, tre storie verie dell’era digitale, Adelphi, pp. 222, € 22,00

Quando Ballard affermò che la narratava fantascientifica non era più tesa al futuro, dato che il presente stesso si era trasformato in un romanzo di fantascienza (Ballard lo diceva meglio), non poteva immaginare che questo manifesto artistico sarebbe stato così drammaticamente irreversibile. Chiunque voglia fare letteratura oggi non può in nessun modo fingere che la tecnologia non sia presente quotidianamente nelle nostre vite. Essa ha ormai assunto da anni lo statuto di sfondo naturale all’orizzonte complessivo del nostro ecosistema. Imitare un mondo attuale privo di riferimenti alla vastità tecnologica che ci circonda rappresenta forse un malinconico tentativo di cristallizare l’arte in una forma arcaica ed esausta. Probabilmente l’opera mainstream più mimetica di questi ultimi anni (al di là del giudizio soggettivo che ognuno ne può avere) è Black Mirror, non solo in quanto fantascienza al servizio dell’attualità, ma anche come specchio nero dove la nostra psiche può trovare il proprio doppio distopico ma veritiero. Se dunque la tesi di Ballard è vera, dovremmo considerare i tre reportage in forma di romanzo di O’Hagan come pura fantascienza dell’attualità o, viceversa, i suoi tre racconti fantascientifici come una descrizione del mondo in cui viviamo.
Uno dei problemi che rende questo discorso difficile da abbracciare è il fatto che internet (qualisiasi cosa questo significhi) è per lo più un mondo nascosto, invisibile, di cui non sappiamo niente. Certamente tutti quanti sappiamo che esistono gli hacker, le backdoor, gli attivisti, le guerre tra black hat e white hat, le criptovalute, i dark market, eccetera eccetera, ma nessuno di noi riesce a buttarci un occhio in modo sufficientemente chiaro da capire effettivamente di cosa si parla quando si parla di questo mondo fantascientifico dell’attualità. La letteratura, a mio giudizio, incontra una certa difficoltà a descrivere la realtà nascosta dietro a quello che osserviamo tutti i giorni di fronte al nostro laptop, dal momento che quel mondo protocollato ha una struttura non narrativa. Per descriverla si deve essere degli script kiddies che arrancano intorno al codice, riempiendo i buchi della propria ignoranza con la più sbagliata delle fantasie (Matrix ne è un esempio eclatante). Proprio per questo il libro di Andrew O’Hagan funziona, in quanto la sua formazione non è da informatico e non possiede la cura maniacale degli addetti ai lavori. O’Hagan si è semplicemente limitato a fare il ghostwriter per Assange (il leader di Wikileaks) e per Satoshi Nakamoto (o il 30% circa di Nakamoto, il più importante sviluppatore della blockchain), più un esperimento da ingegnere sociale del dark web, dove ha creato un essere umano fittizio con tanto di documenti, conto in banca e amicizie, infiltrandolo poi nel mondo della sperimentazione fino al suo nturale esaurimento.
Le tre storie che ne scaturiscono sono tristi e fantasmagoriche e hanno il potenziale di mostrarci per eccesso quello che in piccolo siamo diventati: fantasmi. Tuttavia O’Hagan detiene un vantaggio sui limiti che la letteratura ha di fronte alla descrizione del mondo dell’informatica, ovvero che la sua scrittura, pur essendo piena di fantasiose interpretazioni (romanzazioni), si attiene ai fatti, così che la concezione letteraria di Ballard viene confermata in quanto reportage. In quanto script kiddie O’Hagan analizza in modo dettagliato la vita fantasmagorica che si nasconde nel backhand della nostra esperienza, rendendo tali reportage degli intensi e contraddittori ritratti psicologici.
Se dunque voleste sapere se dopo questo libro avrete capito qualcosa in più sulla tecnologia, la risposta è negativa, ma avrete avuto la possibilità di comprendere un po’ meglio le persone che la stanno creando o sfruttando per e contro di noi.

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    Ferruccio Mazzanti Written by:

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