Le Balene Possono Volare

ENRICA FEI

Intervista a Mattia Grigolo, fondatore dell’associazione italiana con sede a Berlino “Le Balene Possono Volare”

Foto di Cesare Zomparelli

C’è un luogo, a Berlino, dove tutti gli italiani che hanno il talento e la passione per la scrittura, il giornalismo, la fotografia, il teatro, la musica – tutto quelle attività che, in modo forse un po’ goffo, potremmo definire “creative” – possono sentirsi a casa. È un luogo sia fisico che mentale: si concretizza nei numerosi co-working space della città e prende le forme più diverse. È l’associazione “Le Balene Possono Volare”, fondata nel 2013 da Mattia Grigolo, milanese, giornalista freelance e insegnante di scrittura creativa. A 6 anni dalla sua fondazione, Le Balene Possono Volare conta numerosissimi laboratori, dai temi più vari: dal canto al disegno, dal giornalismo alla fotografia, dalla composizione musicale al video, dalla regia ai tarocchi, fino, ovviamente, alla scrittura creativa. I laboratori vengono svolti in lingua italiana ma sono aperti a tutti: vi hanno partecipato ragazzi tedeschi, spagnoli, inglesi. Il progetto è nato e vive a Berlino ma si è esteso a Lipsia, Monaco, Francoforte, Zurigo, Londra, Parigi.

Le Balene Possono Volare è tutto questo e molto di più. È anche una famiglia: quella dei tanti “Baleni”, come si chiamano scherzosamente i partecipanti che, in questi momenti di libertà creativa, trovano uno spazio per condividere con altri la propria passione. Sono molti i Baleni che, dopo aver frequentato i corsi dell’associazione, hanno pubblicato un libro, sono diventati fotografi, giornalisti, attori; molti quelli che hanno iniziato un laboratorio per conoscere altri italiani e hanno scoperto di avere un talento. A Berlino, abbiamo incontrato il fondatore ed ideatore, Mattia Grigolo, e lo abbiamo intervistato.

Cosa facevi prima di trasferirti a Berlino e quando e perché hai deciso di lasciare l’Italia? 

Mi sono trasferito nel 2013. Quando ero in Italia lavoravo per un’associazione a Milano che raggruppava e promuoveva case discografiche indipendenti italiane. Oltre a questo, ero giornalista – soprattutto di musica – facevo il dj, organizzavo concerti ed eventi. Nell’associazione ho lavorato 8 anni. Per i primi 6, è stata un’esperienza molto importante: mi ha aperto al mondo. Ci sono entrato che ero un ragazzino, avevo 24 anni, e mi ha molto formato.  La musica allora era in una fase abbastanza esclusiva: funzionava tutto, lavorare nel campo della discografia era esaltante. Poi ha iniziato a crollare. Gli ultimi 2 anni sono stati terribili, tra i momenti più brutti della mia vita. Non si lavorava più, il settore discografico in Italia era crollato. Avevo un contratto a tempo indeterminato, però. In Italia si attribuisce (almeno si faceva al tempo) all’indeterminato un’importanza incredibile che si traduceva, per me, in un forte senso di responsabilità e, non essendo felice, pesantezza. A un certo punto mi sono fermato e mi sono detto: ma è davvero questo quello che voglio? Ho detto a Giulia – allora mia compagna, ora mia moglie: “Voglio andare via e trasferirmi a Berlino”. E lei ha accettato.

Perché proprio a Berlino?

Venni a Berlino la prima volta nel 2008 con degli amici di infanzia e mi innamorai. Non ho mai avuto un colpo di fulmine così forte per una città: non sono un vagabondo ma ho viaggiato tanto. Quello che ho provato qui però, da subito, non lo avevo provato mai. Sono stato 4 giorni, la prima volta, e sono stato fulminato. Ci sono tornato anno dopo anno, in occasioni diversi: e l’amore era sempre lo stesso. Ero a Berlino anche nel Capodanno 2011. In quell’occasione mi sono fidanzato con Giulia che, al tempo, era la mia migliore amica. Berlino ha fatto anche questo.

Come ti è venuta l’idea dell’associazione “Le Balene Possono Volare”? Ti è venuta qui a Berlino, sentendo che c’era una richiesta, o l’avevi dentro da prima?

Le Balene Possono Volare e la nascita di mio figlio sono stati i due più grandi cambiamenti della mia vita. Direi che ci sono 2 motivazioni dietro all’ideazione delle Balene: la libertà che mi ha dato Berlino – libertà di pensiero, di azione, di rischio – e la possibilità. Venivo da un momento e da un posto in Italia dove mi sentivo oppresso, schiacciato. Questo schiacciava e limitava anche i miei pensieri, la mia fantasia: ideare qualcosa come le Balene necessitava di libertà, leggerezza. Sono sempre stato molto creativo, in tutto quello che ho fatto. Incoraggiare e stimolare la creatività è sempre stato importantissimo per me. Dopo 6-7 mesi che ero qui, ho pensato: “Perché non aprire un laboratorio di scrittura creativa?”. Non sarei mai riuscito a formulare un pensiero del genere a Milano; a Berlino, invece, da una parte sentivo la libertà di rischiare, dall’altra ho percepito che c’era l’effettiva possibilità. Per dire, appena aperto il mio primo laboratorio di scrittura creativa, sono andato in una sprachschule (scuola di lingua) spagnola e ho chiesto loro se potessi tenere un corso di scrittura creativa presso la loro scuola. Era una scuola di lingua spagnola ma la proprietaria, a una richiesta del genere, ha detto di sì. Qualcosa del genere non lo avrei mai trovato a Milano. Incredibile.

A cosa pensi che sia dovuta questa apertura di Berlino?

Ottima domanda. È veramente difficile a dirsi. Berlino è un caso un po’ a sé, perché è davvero molto, molto diversa dal resto dalla Germania. È l’unica così internazionale, così aperta, dove si respira questo senso di libertà incredibile. Ci sono altre città simili, per così dire; Lipsia (dove Le Balene Possono Volare ha portato e porterà vari laboratori), per esempio, è una di queste. Ma Berlino non ha eguali. È buffo se si pensa alla sua storia: una città che è stata prigioniera, per tanti anni. Forse, chissà, è anche per questo.

Sei stato anche aiutato dallo stato di Berlino concretamente (risorse, finanziamenti)? 

No, assolutamente. Ho fatto sempre tutto da solo. Non perché ci abbia provato e non sia andata bene ma perché, molto semplicemente, non ci ho provato. Mi sono sempre mosso da solo, ogni cosa che ho fatto per le Balene, dalle più piccole alle più grandi, nasce da me. Non sono chiuso a collaborazioni esterne: il mio è un progetto assolutamente libero, aperto al massimo al coinvolgimento di altri, in tutti i sensi, ma ho sempre cercato di non fare mai compromessi che avessero un tornaconto per me ma che potessero, in una qualche misura, nuocere alle Balene. E, almeno fino ad ora, non è mai arrivato un “compromesso” che potesse essere positivo per loro, tutto qui.

Tu sei sempre stato, per le Balene, l’insegnante di scrittura creativa. Perché proprio la scrittura creativa?

Lavoravo come giornalista freelance, scrivevo narrativa; il primo laboratorio che ho ideato è stato di scrittura creativa e la risposta che ho incontrato da parte degli allievi è stata incredibile. Sono 6 anni che faccio questo; al momento ho 3 laboratori, presto ne partirà un quarto. Ci sono sempre molti partecipanti. Non mi sento in grado di insegnare musica, preferisco lasciare quelli di giornalismo a Mauro Mondello, bravissimo giornalista di guerra freelance. Mi dedico solo alla scrittura creativa anche perché, per come costruisco i laboratori, c’è tanto lavoro anche per me. Non ci sono lezioni frontali e basta, sono molto interattivi, c’è moltissimo scambio. Ho bisogno di tempo per preparare le lezioni.

L’associazione conta molti altri laboratori: dal teatro alla musica da cinema, dall’illustrazione alla fotografia, e tanti altri. Come entri in contatto con gli insegnanti?

Il successo delle Balene, dal momento della loro fondazione, fu incredibile. La cosa mi esaltò, mi diede forza. Partorii, quindi, un’altra idea: “Café Books” (che rifaremo). Si trattava di letture collettive: ci trovavamo in un caffè, in un bar, e ognuno portava qualcosa che aveva scritto o letto. E, a turno, li leggevamo. Insomma, il progetto ebbe un grandissimo successo. Lo facevamo il sabato sera, quando la gente di solito va a bere e ballare, ma da noi venivano 50 persone a leggere ed ascoltare. Fu meraviglioso: un ritorno attorno al fuoco. Questo ulteriore feedback positivo mi portò a pensare di allargare il mio progetto delle Balene. La prima persona che trovai era un’attrice di teatro, Daniela Marcozzi. Non credo avesse mai insegnato prima di iniziare per le Balene ma era bravissima, coinvolgente. Ad oggi è insegnante di teatro e svolge la sua professione con grande successo. Le Balene contavano sempre più persone e a quel punto coinvolsi un caro amico che faceva illustrazioni e gli chiesi se voleva insegnare disegno. Col tempo, la gente cominciò a scrivermi e a proporsi e a quel punto mi trovai nella posizione di scegliere, rifiutare, a volte. Non mi è mai importato che fossero insegnanti di professione, anzi. Sono sempre stato così: faccio Café Books e faccio leggere le persone che non hanno mai letto. Faccio insegnare e vado a cercare persone che amino con tutto il cuore quello che fanno e lo fanno bene, non badando al fatto che abbiano insegnato o meno prima. Detto questo, ai miei attuali laboratori sono tutti insegnanti di professione.

Noti delle affinità tra le persone che partecipano ai tuoi laboratori di scrittura creativa?

Tutti quelli che vengono e rimangono hanno qualcosa in comune: una grande e potente urgenza di esprimersi, tirare fuori quello che hanno dentro. Berlino è una città aperta, libera, ma è pur sempre un luogo straniero, alieno. E nelle Balene i miei allievi trovano un momento per liberare quello che hanno dentro nella loro lingua madre. Questo anche per come sono fatti i miei laboratori: do una grande importanza a ciò che si ha dentro; l’obiettivo è proprio stimolare la creatività e la massima libertà di espressione.

Qual è la cosa che ti dà più gioia come insegnante?

Vedere partecipanti che, soprattutto se non necessariamente preparati all’inizio, evolvono, migliorano, producono dopo 4-5-6 mesi racconti incredibili, perfetti. Ho avuto ragazzi e ragazze che hanno pubblicato, persone che sono arrivate per coltivare una passione e poi hanno deciso che fosse il loro lavoro. Tutto questo mi inorgoglisce e rende davvero felice. Pochi giorni fanno le Balene hanno fatto 6 anni. Alla festa che abbiamo organizzato per festeggiarle ho incontrato un ragazzo che partecipò ai miei laboratori di scrittura 6 anni fa [Cesare Zomparelli, autore delle foto dell’articolo]. Scoprii che amava fare fotografie e notai che era molto bravo. Cominciai a chiedergli se poteva fare foto ai nostri eventi. Lo faceva da poco, non era il suo lavoro, ma era bravo e io credetti in lui. Insomma, ad oggi è fotografo professionista. Alla festa ci siamo visti dopo tanto tempo. “Nei mesi scorsi ho pensato che forse ci sei rimasto male perché non mi faccio mai vivo – mi ha detto – ma ho tanto, tantissimo lavoro. Voglio che tu sappia che ti ringrazierò sempre nella vita perché sei stato la prima persona che ha creduto in me e ora faccio nella vita quello che amo”. Ecco, le sue parole mi hanno commosso.

Assieme a Mauro Mondello, il giornalista di cui ci parlavi, hai anche fondato la rivista “Yanez”. Cosa è Yanez e come interagisce con “Le Balene Possono Volare”?

Yanez è una rivista di approfondimento in lingua italiana con base a Berlino. Gli argomenti che tratta, però, non sono legati alla città ma solo al fatto che i fondatori, al momento della sua istituzione, vivevano a Berlino. Io ci vivo ancora ma Mauro ora vive in Portogallo.

Dopo che Mauro tenne il primo laboratorio di giornalismo ci siamo detti: “Perché non fondiamo una rivista che sia diversa da “Il Mitte” e “Berlino Magazine”? Loro fanno news e sono molto legate a Berlino, noi invece volevamo una rivista di approfondimento. Io sono stato anche direttore de Il Mitte ma con Yanez volevo qualcosa di diverso: reportage, interviste, racconti – tutto long-form. Su Yanez non pubblichiamo niente che sia sotto le 5.000 battute; abbiamo pezzi anche di 20.000, 30.000, 60.000 battute. La redazione è composta da molti di quelli che hanno frequentato i laboratori, soprattutto i primi (di giornalismo, scrittura, fotografia, illustrazione). Nel corso degli anni siamo cresciuti molto e ci siamo aperti anche a persone esterne. Abbiamo tanti i collaboratori esterni in Italia, a Londra, Zurigo, e così via.

Non pensi che la scelta del long-form sia una scelta peculiare in un modo dominato dalla rapidità, dove le breaking news fanno il giro del mondo nell’arco di minuti?

Assolutamente. La prima cosa che ci siamo detti quando abbiamo pensato a Yanez è stato che volevamo questo. Abbiamo unito le nostre capacità: lui è giornalista e io scrittore e insegnante di scrittura creativa. Entrambi amiamo questo tipo di giornalismo. Se volevamo spaccare, avremmo fatto news. Ma abbiamo scelto di fare ciò che amiamo e abbiamo preso questa direzione. Yanez è l’unione di due persone che hanno deciso di fare quello che amano senza badare al mercato e a quello che le tendenze richiedono. Siamo un prodotto di nicchia. Non abbiamo pubblicità e nessuna forma di introito. Ma funziona, e continuerà così. Abbiamo una linea molto particolare: uniamo il racconto al giornalismo, e i pezzi giornalistici sono molto personali. Non è molto comune e non è facile, chi collabora con noi a volte si trova in difficoltà con questa cosa.

In che direzione stanno andando Le Balene Possono Volare?

Sono sempre stato uno che, nel bene o nel male, guarda al futuro, programma. Con le Balene ho cercato di non farlo. Ho cercato di godermi e vivere più il presente. Con libertà e apertura, appunto. Di tanto in tanto ho delle illuminazioni e le seguo; a volte le ho, poi ci ripenso e cambio idea. La cosa importante per me è non snaturare le Balene che vivono un equilibrio meraviglioso, ma molto precario.

Avrei potuto farle crescere in tanti modi se mi fossi prestato a compromessi. Avrei potuto fare laboratori con un richiamo maggiore, un giornalismo meno di nicchia. Ma non posso tradirle, le Balene. Io l’ho sempre detto: ho due figli. Mio figlio e Le Balene. Mi hanno cambiato la vita e, per questo, devo proteggerle. Per rispetto, innanzitutto verso me stesso, ma anche verso tutte le persone che ci hanno creduto e continuano a crederci. Continuerò così. Questa è la direzione che prenderanno.

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