L’invenzione di Morel: paura a basso voltaggio

Ferruccio Mazzanti

Adolfo Bioy Casares, L’invenzione di Morel, Sur Editore, 2017, pp.133, 15,00 €

Considerato da molti un epigono di Borges, Bioy in realtà dimostra la sua indipendenza teorica già a partire da questo romanzo giovanile che ebbe enorme successo e i cui echi possono udirsi fino ai giorni nostri. Il dibattito che Borges e Bioy portarono avanti per liberare la letteratura sud americana dal giogo europeista e dal realismo psicologico di derivazione proustiana, produsse l’irruzione del fantastico e del poliziesco all’interno delle trame, come elementi capaci di riportare al centro dell’attenzione fatti narrabbili piuttosto che introspezioni dove non ci sono più eventi da raccontare. Da qui la grandezza di Bioy, che non limitò L’invenzione di Morel al giallo fantascientifico, ma produsse una vera e propria indagine fantastica e psicologica, palesando da un lato i molti punti di contatto con Borges, ma dall’altro una radicale indipendenza dai dettami del maestro che rendono Casares più un compagno di letteratura che un vero e proprio epigono.
Un fuggiasco si nasconde su un’isola deserta, pensando che nessuno lo troverà mai, ma un giorno una nave da crociera giunge su quei lidi e l’isola si popola di presenze intangibili che trascorrono una settimana negli agi aristocratici di un club privato, tra passeggiate e discussioni in bon ton. Si scorprirà lentamente una verità terribile e geniale: una tra queste figure fantasmagoriche, Morel appunto, ha inventato una macchina che ha intrappolato questa settimana nell’eternità. Elogio della vita comune, più che del fatto drammatico o del climax, il fuggiasco tenterà di comprendere come sia possibile vivere per sempre nella dimensione fenomenica quando il noumeno non esiste più e cosa sia esattamente questa esistenza spettrale dei paradisi estivi con la sua dimensione ontologicamente fraintedibile. Quando a Kant venne mossa la critica: a cosa serve il fenomeno se questo mantiene inalterata la struttura della cosa in sé, tutta la filosofia critica sembrò sbandare sotto i colpi della logica, ma Bioy pare ribaltare il problema, domandandosi: a cosa serve la cosa in sè quando Morel ha trasformato la vita quotidiana in fenomeno. Perso in questo gioco dei fantasmi, Casares sembra quasi rifarsi al Proust tanto criticato con Borges. Non a caso per Proust i segni dell’aristocrazia, come ben testimonia Dalla parte dei Guermantes, sono mere apparenze che solo alla fine si svelano per inganni terribili, macchinari capaci di rubarci tempo e vita. Così in questo breve romanzo una terribile invenzione rapinerà i personaggi della loro esistenza. Al protagonista fuggisco e a noi lettori l’arduo compito di scoprire come sia possibile la creazione di Morel. Questo romanzo breve è una distopia comica evolutasi da Tommaso Moro, ma è al contempo anche un’opera fantastica, fantascientifica, fenomenologica, cinematografica, psicologica e poliziesca capace di inventare in modo libero dai dettami europei e borgesiani un incubo a basso voltaggio che descrive in modo sempre più preciso la realtà dove oggi giorno siamo andati ad intrappolarci.

 

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