Lo schiavista: “Negro, sei pazzo?”

La Rosa

Paul Beatty, Lo schiavista, Fazi 2016, pp. 367, € 18,50

“E quando ho agito come ho agito non stavo pensando ai diritti inalienabili, all’orgogliosa storia del nostro popolo. Ho agito così perché funzionava, e da quando in qua un po’ di schiavitù e di segregazione hanno fatto male a qualcuno?, e anche se così fosse, chi cazzo se ne frega.”

Bonbon, l’unico negro che Marpessa conosca che al ristorante non pretenda di sedersi rivolto alla porta, sempre intento a fingersi un grand’uomo e guardarsi le spalle, ha pronunciato le ultime parole ad alta voce. Capita, ammette lo stesso protagonista, fatto com’è, dopo la canna di pregiatissima marijuana da lui coltivata. Ma i giudici della corte suprema l’hanno udito e non sembrano condividerne l’opinione.

“Si alza in piedi come se volesse prendermi a pugni, con una bolla di saliva che gli sale dalle più remote profondità degli anni di studio alla Yale Law School sulla punta della lingua, pronta a partire. Il giudice capo urla il suo nome, e il giudice nero si trattiene e ricade sulla sedia, ingoiando la saliva, se non l’orgoglio. «Segregazione razziale? Schiavitù? Razza di bastardo senza palle, lo so benissimo che i tuoi genitori ti hanno educato meglio di così, cazzo! Avanti, andiamo a prendere la corda per impiccarlo!»”

Lo schiavista è un libro da leggere, con pazienza e attenzione, non si può divorare stancamente la sera prima di coricarsi o per colmare i pomeriggi triti. È una lettura impegnativa, per diversi motivi, che spero di riuscire a chiarire, poiché essi rappresentano al contempo i pregi di questo romanzo. Innanzitutto, Paul Beatty non parla né di schiavi né di schiavitù: non siamo a Candy Land e, forse, il suo ‘problema’ è più vicino a quello del maggiore Marquis Warren di The Hateful eight. Lo schiavista è scritto da un afroamericano che parla di negri, non di neri. Beatty non è senza una maschera e dichiara da dove parla, così si riappropria in primis di una parola e, con essa, di una rappresentazione nata per discriminare. Perciò può raccontare in maniera non lacrimosa né passivizzante ma provocatoriamente ironica che no, non siamo tutti uguali – il suo eroe Bonbon non è la versione nera della fanciulla da salvare. E Lo schiavista non si ferma a quella che potrebbe essere un’anodina constatazione, “non siamo tutti uguali”: nel romanzo questa constatazione diviene un’arma affilata per una satira feroce ma non aggressiva, in quanto mediata da un travolgente humor e da una profonda e reale umanità; forse l’aspetto che conferisce al romanzo il suo tono caratteristico.

Le parole di Beatty non condannano, non dividono con muri invalicabili buoni e cattivi, nessuna categorizzazione a buon mercato e, così, il suo umorismo è autentico, nonché pregno di cultura afroamericana e americana, carico di riferimenti storici ben precisi. Confesso, che nonostante la leggibilità e la piacevolezza, ho faticato in alcuni passaggi del libro e, forse, anche per il suo legame non reciso dal contesto di cui è frutto, Lo schiavista e il suo umorismo non risultano immediatamente accessibili ai lettori del vecchio continente. La sua chiusura, che significa la possibilità di dischiudere uno scenario preciso, con antecedenti storici determinati e rintracciabili è la sua potenza. La storia di Bonbon è il racconto della vita di un singolo, che narra come un giovane afroamericano abbia risposto a una serie di problemi quotidiani e comuni per chi è di colore nero scuro e appartenente alla lower middle class statunitense dei primi anni del secondo millennio. E Beatty pare non si lasci mai sfuggire la possibilità di sottolineare come il problema che stia affrontando Bonbon, il finto mondo post razziale, sia una tessera del più vasto mondo in cui dominano la posizione sociale e la ricchezza.

È difficile rendere giustizia al libro, alla sua sottigliezza, piena di sfumature, e il “nero scuro” è un dettaglio rilevante. Verso la fine della storia, mentre Bonbon sta riuscendo a riportare, nemmeno troppo faticosamente, la segregazione razziale a Dickens, il sobborgo di Los Angeles cancellato dalla mappe perché assorbito dalla città. Ricreando i posti riservati sugli autobus e le scuole solo per bianchi, Bonbon si domanda esterrefatto: e gli ispanici, sempre più numerosi a Dickens e che stanno diventano i nuovi negri, come vanno considerati? Sono bianchi un po’ troppo scuri o neri un po’ troppo chiari? Insomma, Beatty, e questa è un altro punto di forza del romanzo, non propone una morale né universale né universalizzabile, ma racconta, senza voler rinchiudere tutto in una pur fondata logica, cosa succede quando vengono messe in questione le assunzioni ovvie e le rappresentazioni dominanti. Perché, e forse questo è il problema, nella desolata Dickens, la cui morte amministrativa potrebbe essere interpretata come metafora della finta morte delle discriminazioni, le cose iniziano ad andare meglio quando tornano le recinzioni nette. Lo schiavista è ben lontano da un’apologia dell’apartheid ma il suo sguardo sagace e beffardo, che si fa gioco in primo luogo dei negri, mostra le contraddizioni di una società, e dei suoi membri, che crede di essere uscita da un determinato tipo di narrazione, in questo caso quella razziale, che però è solo un po’ più complessa da cancellare che togliendo dei cartelli nelle strade.

Ma il romanzo va ben oltre, arrivando al cuore del problema, presente in tutto il libro, ma posto esplicitamente nelle ultime pagine. Bonbon ripensa a un episodio della sua infanzia, quando fu cacciata una coppia di bianchi dal Dum Dum Donut; il negozio di ciambelle, che “si riempiva di grasse risate nere dalle otto di sera fino a tarda notte”. E forse non è un caso che sia proprio il Dum Dum Donut il luogo dell’epifania, perché, a ben guardare, è lo spazio centrale intorno a cui ruota il racconto: lì si raccolgono i Dum Dum Donut Intellectuals, il gruppo di consapevolezza nera fondato dal padre di Bonbon, psicologo, che come ogni buon empirista testa le sue teorie su una cavia, anche in questo caso il proprio figlio – esilarante il viaggio al Sud per educarlo alla violenza dei bianchi, che finisce con il padre che abbandona il bambino al benzinaio perché ha trovato una signora bianca con cui trascorre delle ore piacevoli. Tornando al negozio di ciambelle ma c’è qualcosa di più americano dei donut? – è lì che prende avvio il nostro intreccio e comincia il Bildungsroman di Bonbon, la faticosa riappropriazione dell’eredità del padre. E, ancora lì, al Dum Dum Donut, il figlio riconquisterà il trono usurpato e sempre al negozio di ciambelle, la rivelazione finale. Ripensando ai due bianchi, probabilmente gli unici mai entrati nel locale la sera delle grasse risate nere, cacciati dal loro tavolino, forse perché seduti troppo vicino al palco o, forse, perché semplicemente troppo vistose le loro risate bianche.

“«Cosa cazzo ridete voi due bianchi di merda?», gridò il comico. Altre risatine dal pubblico. I due erano quelli che ridevano più forte. Davano pacche sul tavolo, felici di aver attirato l’attenzione. Di essere accettati. «Parlo sul serio! Cosa cazzo ridete voi due intrusi di merda? […] Ho l’aria di stare scherzando, per caso? Questa non è roba per voi. Avete capito? E adesso levatevi dal cazzo! Questa è roba nostra». Niente più risate. Solo suppliche, sguardi non ricambiati di richieste d’aiuto, poi il grattare sommesso di due sedie scostate dal tavolo il più silenziosamente possibile. Una folata di gelida aria dicembrina e i rumori della strada”.

Nel ricordo, Bonbon torna al suo silenzio di allora, si domanda cosa sia stato e si risponde che nella maggior parte dei casi, perché Beatty non fornisce ricette universali, il silenzio sia paura. Ma l’eroe non si pente di non essersi opposto, si pente di non aver posto la fatidica questione.

“Vorrei non aver avuto tanta paura – pensa Bonbon – vorrei aver avuto il coraggio di alzarmi e protestare. Non per criticarlo per quello che aveva fatto, o per prendere le parti dei due bianchi offesi. Dopotutto, avrebbero potuto benissimo difendersi da soli, chiamare le autorità o invocare il loro Dio perché fulminasse tutti i presenti. No, vorrei essermi alzato in piedi davanti a quell’uomo e avergli posto una domanda: «Ma che cos’è esattamente la roba nostra?».

Alla fine del libro, torniamo a ciò da cui tutto ha avuto inizio, prima alla scomparsa di Dickens, che riappare in un meteo televisivo, e poi alla domanda che Bonbon si pose da bambino alla serata dei microfoni aperti al Dum Dum Donut, il negozio di ciambelle: cos’è esattamente la roba dei negri? Cosa significa, ma soprattutto, cosa è nostro? Come la mettiamo con l’identità, il riconoscimento e la riappropriazione? Questo pare essere l’interrogativo aperto che lascia il libro di Paul Beatty, oltre la corrosiva critica del finto post razziale, perché Bonbon il nostro non lo capirà mai. Consapevole che la questione sull’identità non solo non possa essere chiusa una volta per sempre, ma che non possa essere definitiva, e non voglia esserlo: perché l’identità si definisce nella corsa, quando le gettiamo un’occhiata per sapere dove siamo.

Lo schiavitù dello schiavista, allora, è il pretesto, certamente appropriato e paradossale, che mette in moto gli eventi che precipitano: Hominy chiede che gli siano rese le catene visibili. Per l’anziana comparsa delle Simpatiche Canaglie, famosa serie televisiva statunitense degli anni venti (trasmessa anche in Italia), l’eliminazione del puntino di Dickens dalla carta geografica, assorbito da Los Angeles, rappresenta la perdita dell’unica cosa che gli fosse rimasta, la rara visita di qualche vecchio ammiratore. E da questa contingenza, Beatty inizia a disegnare le peripezie di Bonbon, colpevole di aver “sussurrato ‘razzismo’ in un mondo post razziale”.

Nelle poche recensioni che se ne sono occupate, nelle prime righe si legge che Paul Beatty è il vincitore del Man Booker Prize 2016. Prestigioso riconoscimento letterario, che dovrebbe comportare fama e buone vendite, conferito ogni anno alla migliore opera di narrativa inedita scritta in inglese e pubblicata in UK. Ma il premio non pare abbia giovato alla fortuna italiana di Paul Beatty. A quattro mesi dalla vittoria, Lo schiavista è assente da tutte le classifiche. Ad Han Kang, che ha vinto il Man International Booker Prize 2016, l’equivalente per opere di ogni provenienza o/e tradotte in inglese e introdotto nel 2005, pare essere andata decisamente meglio. La cosa, se ci si sofferma un secondo, fa sorridere: per i giurati di Londra, the international man dell’anno è una donna asiatica e the man è un afroamericano. Ma, comunque la si voglia pensare sul premio, in Italia i libri sui negri non vendono.

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Su Il Libraio è possibile leggere un capitolo de Lo schiavista.

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Invece, su Rivista Studio un’intervista a Paul Beatty.

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