L’ORDINE È DENTRO DI TE. E PERÒ È SBAGLIATO

GIOVANNA DADDI

Non starò a dirvi chi è Marie Kondo e cosa ha scritto, perché, in questo preciso momento, credo lo abbiano appreso anche le tribù aborigene che non hanno contatti con il mondo. Ma vi dirò invece cosa penso, sempre che vi interessi e ammesso che la cosa sia di una qualche rilevanza, di questo nuovo fenomeno mediatico. Avevo sentito parlare di una piccola giapponese che entrava in casa della gente e rimetteva a posto le loro case, al motto di «riordino è vita», «liberatevi del superfluo» eccetera eccetera. Appurato oltre ogni ragionevole dubbio che non si trattava di un sequel mascherato di Ringu (forse purtroppo, devo dire), ho premuto il tasto play della prima puntata della serie disponibile su Netflix. E posso dire di essere rimasta sconvolta. Sicuramente dal doppiaggio, imbarazzante, sicuramente dalla ripetitività esausta del format, in cui gli unici a cambiare sono i malcapitati accumulatori che espongono le proprie case al pubblico ludibrio. Ci ho visto tutta la gamma delle storture della nostra civiltà decadente. Quando poi ho appreso che la Kondo sostiene che non si debbano possedere più di 30 libri e buttare tutti quelli in eccesso, allora la mia natura si è rivoltata, la cosa per me ha preso i connotati di una sfida culturale. Qualcosa di più di una semplice recensione negativa a un format fatto male.

La nostra civiltà è in piena decadenza, per motivi ben più gravi di una smania per il tidying up intendiamoci, e con sintomi molto più allarmanti. Ma questa è una spia ulteriore. Le persone accumulano, indiscriminatamente, e il problema è che accumulano cose di pessimo gusto, quantità esuberanti di uno stesso oggetto e lo fanno nella più totale inconsapevolezza di essere schiavi di un sistema consumistico che non lascia scampo. Di questo sistema, il fenomeno «ti insegno io a riordinare» è parte integrante. Perché riordinare è uno dei gesti quotidiani più normali e insignificanti, da sempre. «Riordina la tua stanza» è un mantra dell’adolescenza che tutti ci siamo sentiti ripetere infinite volte. Tutti noi riordiniamo, di tanto in tanto, e facciamo anche mucchi di cose da buttare via, senza che Marie Kondo ce lo abbia spiegato. Pensa un po’. Ma se questa attività diventa un fenomeno di massa socioculturale, allora abbiamo un problema. Far diventare qualcosa ciò che è assolutamente niente. Che è poi il mood prevalente della società mediatica.

Il fatto che, dopo aver visto alcune puntate della serie, mi sia ritrovata in un face to face ansiogeno con il mio armadio, peraltro non dei più disordinati, la dice lunga sul potere del condizionamento. Una normale attività di economia domestica non deve diventare una specie di nevrosi collettiva né dovrebbe assurgere a filosofia di vita: l’ordine è un concetto assai soggettivo. Ognuno sa come e dove tenere le proprie cose. L’ordine è dentro di noi, oppure non lo è, e va bene lo stesso. È inoltre necessario non confondere, e anzi tenere ben distinti, il disordine e l’accumulo. Il disordine è una cosa, l’accumulo, che rende a un certo punto obbligatorio un intervento per necessità di spazio di sopravvivenza, è un altro. Trattarli come se fossero uno stesso problema è sbagliato: il disordine si risolve semplicemente vincendo la pigrizia e mettendo a posto, ognuno con il proprio metodo e con l’importanza che ognuno dà alle proprie cose; la tendenza all’accumulo è un disturbo ossessivo compulsivo che va affrontato e curato da un professionista.

Io rivendico il mio diritto sacrosanto di possedere centinaia di libri, di averli appoggiati un po’ ovunque perché non entrano più nella libreria. Rivendico il diritto a non volere assolutamente disfarmi dei miei ricordi e non volerli affatto quantificare. Rivendico il mio diritto a dare un’importanza del tutto diversa ai libri e ai detersivi, alle fotografie e alle magliette del discount. E non ho nessuna intenzione di inginocchiarmi sul pavimento ringraziando la casa. Se avete visto anche una sola puntata, capite di che parlo: l’ansia sale immediatamente come uno tsunami, lei entra in casa sorridendo e già il battito si accelera, la lingua si secca, mentre va in giro e guarda, guarda il casino folle che certa gente riesce a combinare, l’accumulo psichiatrico e la totale disorganizzazione dello spazio. Chiaro che hanno bisogno di riordinare, ma hanno, prima di tutto, bisogno di un po’ cultura, di un arredatore e di qualcuno (uno psicologo?) che gli spieghi che l’accumulo compulsivo è un disturbo e si cura. La causa e l’effetto sono invertiti concettualmente e questo provoca un pericoloso corto circuito: una persona accumula perché sa che tanto prima o poi arriverà qualcuno a intimargli di riordinare il garage e butterà via tonnellate di cose; nel frattempo avrà speso molti soldi inutilmente e avrà generato inquinamento con le sue tonnellate di cianfrusaglie. C’è davvero bisogno di un metodo di riordino? Soprattutto se esso consiste, se pur con un sacco di moine, nel buttare ciò che non usi più e nel ripiegare e suddividere gli oggetti in base alla categoria e all’uso. E grazie al cazzo. Qualcuno di voi mette i calzini in frigorifero o tiene le pentole nel bagno? Ditemi, vi prego, sono curiosa.

Articoli recenti

Commenti recenti

Archivi

Categorie

Meta

punkavela Written by:

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *