L’OSPITE: UN FILM DI DUCCIO CHIARINI

 GIOVANNA DADDI

 

Il film L’ospite, di Duccio Chiarini, è stato presentato in anteprima al 71° festival di Locarno, dove è stato premiato con il Boccalino d’oro per il miglior film.

 

Guido, lasciato dalla compagna, inizia un pellegrinaggio di casa in casa, ospitato dai genitori e dagli amici, dormendo sui divani degli altri.

I divani degli altri diventano la prospettiva privilegiata e obiettiva da cui osservare le magagne dei rapporti di coppia, il punto di vista dell’ospite è quello attraverso il quale il pubblico vede i personaggi. E quello che vediamo è una cosa poco comune: la capacità di rappresentare i legami in modo realistico e ironico, senza mai cedere alla rappresentazione forzata e macchiettistica, alla comicità esplicita e trita, né, tantomeno, all’eccesso di dramma che diventa altrettanto ridicolo.

Scordatevi la generazione Muccino, siamo lontani dagli egoismi narcisistici dei quarantenni in crisi adolescenziale, e siamo lontani anche dalla commedia che esorcizza la precarietà della nostra generazione con le risate a crepapelle (il pur geniale Sibilia di Smetto quando voglio).

Duccio, cosa pensi del cinema italiano? C’è un regista che ritieni un punto di riferimento o che apprezzi particolarmente?

Ci sono molti colleghi, che fanno un cinema diverso dal mio, che apprezzo. Tra questi mi piace moltissimo Alice Rohrwacher. Tra i non coetanei, sicuramente Virzì.

Questo film ci mostra, semplicemente, chi siamo: tratteggia personaggi universali, sentimenti transgenerazionali e archetipi tenerissimi, come il sugo della mamma che «semmai lo congelo»e che è allo stesso tempo il sugo della suocera, in un ribaltamento di punto di vista che ne piega l’interpretazione.

Pensi si possa dire che nel cinema giovane italiano c’è quasi un rifugiarsi nel privato? Una predilezione per l’analisi delle dinamiche intime e psicologiche.

In realtà, se penso al cinema italiano recente, noto che negli ultimi anni c’è stato un grande interesse per le periferie e le tematiche sociali. In questo contesto è vero che alcuni prediligono le dinamiche intime e private, come per esempio Valerio Mieli, di cui ho apprezzato molto Ricordi?

Guido è un uomo calmo, non si arrabbia mai, sembra accettare quasi con rassegnazione la realtà dei fatti; la constatazione della sua precarietà non diventa voglia di rivalsa, diventa invece la lente attraverso cui essere indulgente e capire coloro a cui vuole bene: l’amico che si innamora in continuazione, il personaggio eterno innamorato dell’amore, la collega amica che, incinta, si innamora di un altro, i suoi genitori, commoventi e comici al tempo stesso, che sono l’emblema della duplicità del nostro rapportarci alla generazione precedente, in bilico tra il «ti prego dio non farmi diventare come loro»e il «ti prego dio fa che io diventi proprio come loro».

A questo proposito, sono rimasta molto colpita dal personaggio della madre di Guido che è, almeno per me, uno dei personaggi più riusciti, insieme alla professoressa. Sono i personaggi femminili più incisivi, una in positivo, l’altra in negativo. Rappresentano da sole un mondo di implicazioni. Come hai scelto le attrici e cosa cercavi?

Conoscevo già Milvia Marigliano, che interpreta la madre, e avevo avuto modo di apprezzare il suo lavoro come attrice teatrale. In teatro Milvia ha spesso recitato testi scritti da Sergio Pierattini che, nel film, interpreta il padre di Guido: diciamo che ho cercato di valorizzare, nell’affidare loro questi ruoli, un sodalizio già esistente e rodato. Di Milvia apprezzo la grande naturalezza e la forza espressiva.

Quanto a Tatiana Winteler, la professoressa, è un’attrice svizzera (alcuni attori sono svizzeri per motivi di co-produzione), vedendola ai provini ho capito subito che era perfetta per interpretare la duplicità del personaggio: elegante e informale, ma al tempo stesso algida e lontana.

Senza voler fare sociologia, il film ne fa invece molta, ed è tanto più riuscito proprio perché non ha la pretesa di mettersi in cattedra: qui sì, si vede ritratta la nostra generazione, di quarantenni precari, che hanno avuto dal mondo un’infinità di possibilità, ma che sembrano aver scelto di giocarsele restando in posizione subalterna, come se non ci fossimo ribellati né arrabbiati e non avessimo preteso abbastanza. Esattamente come Guido.

Perché Guido non si arrabbia mai? Addirittura quasi non reagisce, o reagisce con una specie di rassegnato disincanto.

Le caratteristiche di Guido sono l’ottimismo e la fiducia, la razionalità come strumento per compensare e non reagire d’istinto. Questa sua natura però vacilla davanti all’atteggiamento della fidanzata, che arriva ad essere esasperata proprio da questi aspetti del carattere di Guido. In questa fase difficile della sua vita, Guido porta avanti una micro rivoluzione, la sua rabbia non è urlata ma sommessa. Eppure, in questo essere sommesso, quasi impacciato, c’è in Guido, alla fine, un cambiamento di prospettiva: la micro rivoluzione diventa una grande rivoluzione nel suo sguardo sulla vita. Se dovessi trovare un paragone, direi che mi sono un po’ ispirato al personaggio di Paul Giamatti in Sideways.

Indulgiamo nella quiete, ci consoliamo con la musica indie (azzeccato il cameo di Brunori Sas) perché in fondo «ti piacciono le favole», abbiamo capito in qualche modo confuso che stare insieme può essere più difficile che dirsi ciao, ma non c’è giudizio morale, c’è una pacata constatazione. Un assegno di ricerca che va in fumo, come un rapporto d’amore, e ci si trova su un divano rosso, un po’ increduli e malinconici.

Il divano come metafora di esistenze precarie ma, in fondo, non troppo scomode?

In realtà non pensavo alla comodità, ma alla transitorietà, che però può diventare permanente. Come metafora di chi ha accettato la permanenza in un limbo. Tuttavia, ci tengo a ripeterlo, il film non nasce da un intento sociologico, nasce dal desiderio di raccontare un sentimento di precarietà. Questo sentimento l’ho trovato in un gruppo di persone, ho raccontato qualcosa che conoscevo bene, che ho visto intorno a me: forse proprio per questo alla fine in tanti si sono riconosciuti in questo sentimento.

Sia in Short Skinche ne L’Ospitesi riconosce un tocco lieve: se fossi uno scrittore si direbbe che hai una voce molto personale. Esiste una continuità immaginaria tra Edo, il protagonista di Short Skin,e Guido?

Sì. Così come in Short Skin, anche ne L’ospitemi interessava raccontare una figura maschile non virile, non un maschio alfa ma un maschio gamma, o delta, di cui valorizzare la sfera emotiva, la parte di sensibilità più femminile, se vogliamo.

 

 

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