Ovunque sulla terra gli uomini

FERRUCCIO MAZZANTI

 

Marco Marrucci, Ovunque sulla terra gli uomini, Racconti Editore, 2018, pp. 117, € 14,00.

Ho conosciuto Marco Marrucci all’università di Filosofia, dove indossava abiti forbiti e ricercati. Era magro e attento al linguaggio proprio come ora. Ci siamo persi di vista per qualche anno, anche se ci incontravamo in giro di tanto in tanto. Lui aveva sviluppato un modo di fraseggiare sempre più complesso ed era ininterrottamente molto magro. Negli ultimi mesi, grazie ad amici in comune, abbiamo fatto qualche partita a poker insieme, credo abbia vinto nel complesso più mani di me. Mai una parola fuori posto, appoggia le fiches sul tavolo con un’attenzione invidiabile, anche se a volte ragiona ad alta voce, rendendo il suo gioco più leggibile. Non disprezza bluffare, ma questo dona alle mani un andamento più incontrollato che sotto il suo registro linguistico così ben ponderato rende la sua presenza piacevole e il poker una complessa modulazione psicologica da teoria dei giochi. Spesso appoggia la testa sul palmo della mano sinistra quando attende il suo turno. Forse, ma non ci ho fatto caso, smangiucchia l’unghia del mignolo mentre osserva le carte. È molto rispettoso degli spazi altrui. Quando arriva, sempre in ritardo, ha una fase di ambientamento caratterizzata da una certa cautela, poi lentamente si scioglie, forse aiutato da qualche bicchierino di troppo. Non so quando sia nato, ma direi che sia del Capricorno: un controllo molto marcato e a tratti quasi freddo, ma sotto una brace in grado di produrre grosse vampate di calore. Deve aver fatto qualche lavoro dove gli hanno insegnato un certo distacco zen, una qual calma interiore che a volte ti destabilizza, anche se per una donna deve essere molto attraente.
Adesso posso tranquillamente confessare che sto fin dall’inizio parlando del suo libro, Ovunque sulla terra gli uomini, edito da Racconti Edizioni. Si tratta di dieci racconti che spaziano geograficamente e tematicamente dal poetico alla Mongolia, dal fiabesco al Marocco, dal filosofico ad Uppsala, toccando anche qualche elemento più prosaico a Melbourne (forse il racconto che ho preferito), andando così a creare una specie di atlante umano-spaziale-teorico piacevole al tatto, caratterizzato da un linguaggio molto lavorato, rifinito e talvolta letterario, senza mai cedere alla tentazione di una prosa involgarita, anche quando Marrucci abolisce la distanza, talvolta molto marcata fin quasi a un astrattismo poetico, tra voce narrante e fatti. Vi è come una sorta di lotta contro l’immanentismo che produce una tensione verticale tra i rapporti di forza presenti nelle sue strutture narrative tale da lasciare il lettore piacevolmente intrappolato nel bel mezzo dello spazio esistente tra significato e significante. È là in quello spazio che possiamo sentire che la sua scrittura non è solo una bella forma, ma che al suo centro vi è un qualcosa di indicibile che è caldo e sregolato, un qualcosa di dionisiaco che dona vita a tutto quanto il libro. Lo si legge velocemente, non solo per la lunghezza, ma anche per la piacevolezza della penna di Marrucci, ma nonostante questo la prossima volta sarò io a vincere più mani di poker.

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