QUELLO CHE RISPARMIAMO IN DENARO LO PAGHIAMO IN VOLGARITÀ

Caterina Orsenigo

Walter Siti, Pagare o non pagare, Nottetempo, 2018, pp. 135, € 12,00

In Storia del denaro, lautore argentino Alan Pauls racconta la vita di un uomo da ununica angolazione: quella del suo rapporto con il denaro, come se tutta la sua esistenza fosse segnata individualmente e storicamente dalla relazione con i soldi.

Pagare o non pagare. Non un dubbio amletico, quello che si pone Walter Siti nellomonimo libretto pubblicato da Nottetempo poche settimane fa. Non un dubbio, piuttosto una contrapposizione tra attitudini entrambe, per loro natura, rivolte alla realtà pervasiva ma non per questo senza alternative del capitalismo.

Pagare o non pagare è l’opposizione tra lattitudine della generazione di Siti e la nostra. Per loro, cresciuti nei decenni successivi alla guerra, poter pagare era un obiettivo. Lavorare, onestamente, per potersi permettere di pagare. Ma, anche se Siti non ne parla, pure rubare (penso per esempio alle azioni della mala milanese di quegli anni) per poter pagare. Pagare dava dignità. Il denaro assegnava un valore alle cose e tutto era comprabile, ottenibile, comprensibile. Comprare qualcosa, inoltre, dava accesso alla vita che quelloggetto simboleggiava.

Oggi lobiettivo è pagare il meno possibile o non pagare proprio: non pagare per l’informazione, la cultura, larte, la comunicazione. Grande festa alla corte anticapitalista?
No, assolutamente no. Piuttosto l
apoteosi degli Eurythmics. Everybody is looking for something, ma soprattutto: Some of them want to use you. Chi? Ma tutti quelli che non ci fanno pagare e però da qualche parte qualcosa indietro probabilmente la vogliono. E poi, soprattutto, some of them want to get used by you. E qui ci siamo tutti – tutti noi che ci indignamo davanti agli scandali di Cambridge Analytica e regaliamo informazioni senza nemmeno far lo sforzo di chiederci le conseguenze, che pretendiamo tutto per nulla, che vogliamo far sempre meno fatica e avere ogni cosa a portata di mano con un click fingendo di non sapere che qualcuno da qualche parte deve pagare con orari e condizioni di vita e lavoro per cui i nostri avi – che hanno combattuto e sono morti per i diritti dei lavoratori, al grido di È ora, è ora, potere a chi lavora” (quanta ironia ripetere oggi questa frase) – ci guarderebbero indignati (indignati non solo da chi impone queste condizioni ma anche da chi ha permesso di imporle a furia di votare il meno peggior Pd: some of them want to be abused).
Allora
è chiaro come funzioniamo, O popol musicomane, è chiaro che riusciamo a lottare solo se non abbiamo niente da perdere (Freedom’s just another word for nothin left to lose giusto per restare in tema musicale) e che se Loro ci danno qualcosa gratis è proprio per far sì che noi poi non siamo più disposti a farne a meno, costi quel che costi – per l’appunto.
Non solo: per pagare meno accettiamo qualit
à sempre più bassa di cibo e vestiti (vedi l’articolo che uscirà nei prossimi giorni sul Mondo o niente a firma Inès Hovana) e oggetti con data di scadenza inscritta, tendenzialmente non riparabili, tanto diventano velocemente obsoleti. E così produciamo ancora più spazzatura, e più bruttezza.
Quella di Siti è la nostra Storia del denaro, comunque si paghi – o non paghi.

E allora ecco, in ultima analisi, c’è una frase, o popolo del miracolo economico (invito tutti ad ascoltare l’illuminato pezzo di Dario o e Franca Rame, sigla di Canzonissima nel 62, di cui trovate qui il link al video https://www.youtube.com/watch?v=ekCJT5Om3HU e qui al testo https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=38597), in ultima analisi dicevo c’è una frase che riassume al meglio questo nostro contemporaneo, questa deriva b. del capitalismo che tra pagare e non pagare ha scelto la seconda opzione.
Ed è questa:

“ Quello che stavamo risparmiando sul biglietto lo pagavamo in volgarità”.

Andiamo in pace.

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