Seria(mente)

GIOVANNA DADDI

Era rassicurante, si adattava ai tempi della vita quotidiana. Non mi interessano qui i contenuti, mi interessano i tempi. Carosello e fine. Era una pausa, uno svago, uno stacco, come il cinema.

Poi, ad un certo punto, non so esattamente quando, la TV è diventata non stop. Le trasmissioni sono a getto continuo, ti svegli nel cuore della notte? Accendi la TV. Prima probabilmente facevano altro, stavano alla finestra, si rigiravano nel letto, pensavano, chi lo sa. Ora no, ora in qualunque tempo morto la TV spadroneggia, lo schermo spadroneggia.

E in questo deserto affollatissimo sono arrivate le serie TV, tiranne del tempo.

Ci hanno fregato tutti, con Lost: è lì che è iniziata la fine. Un turbine di ansia indotta destinata ad autoalimentarsi e a creare dipendenze, a scapito di qualunque logica. Lo sappiamo tutti, gli sceneggiatori di Lost sono diventati un metro di misura della crudeltà: ci hanno abbindolati e poi ci hanno lasciati lì, come cretini lobotomizzati a tentare di comprendere, di trovare un senso logico in quell’avviluppamento di trama, in quella funambolica arrampicata sugli specchi che hanno continuato per anni a tenere in piedi, senza un briciolo di rispetto per la nostra dignità.

Ci hanno introdotto in vena la prima dose, rendendoci schiavi del seriale.

Da lì in poi le serie sono migliorate, ci sono stati capolavori indubbi, ma in tutte, ad un certo punto, si arriva al punto morto: il giro a vuoto, l’incagliamento della trama, per uscire dal quale vengono inventati coup de théâtre sempre più improbabili e ridicoli, alla faccia di Chico e Paco e delle loro ingenue agnizioni.

Sono tuo padre” in confronto è niente, Beautiful, Dynasty e Dallas dei dilettanti allo sbaraglio, tra bicchieri di whiskey, tradimenti, donnette alcolizzate, mascelle non a norma di piano urbanistico.

Ora abbiamo di tutto, dal futuro distopico in cui i social diventano incubo (ma lo sono già), al gruppetto in fuga dalla pandemia, dalla versione lisergica di “Stand by me” al thrilling politico-avvocatesco, dal meteorite enorme che ci distruggerà agli zombie. Fino alla rapina alla zecca di stato spagnola.

Tutte le sceneggiature, come un canovaccio prestabilito, uno scheletro raccomandato, si basano sulla inquietante e manichea dicotomia buoni vs cattivi.

Anche nelle situazioni più disperate, quelle in cui l’abiezione prende il sopravvento e si torna allo stato ferino, alla barbarie, ci sono i cattivi (molti) e i buoni (pochi): i buoni hanno il cappello da cowboy, le bicilette e lo zaino in spalla, la 24 ore, la scienza infusa. Oppure le maschere di Dalì: con questi hanno raggiunto l’apice, sono quelli apparentemente cattivi ma in realtà buoni, in un complesso gioco di identificazione con gli oppressi dal sistema che ha la stessa pregnanza psicologica di un articolo su Gente.

Tutti questi sceneggiatori, viene da pensare, hanno letto Cecità, hanno imparato a memoria Tarantino, hanno letto Stephen King, hanno solo da imparare da Romero.

Certo, meglio di Law and Order, ok. Ma mai al livello del Tenente Colombo.

Se ne facciano una ragione.

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