Terrore anale. Appunti sui primi giorni della rivoluzione sessuale

CATERINA ORSENIGO

Paul B. Preciado, Terrore anale. Appunti sui primi giorni della rivoluzione sessuale, Fandango 2018, pp. 82, € 12.00

Paul Beatriz Preciado, per chi non lo conoscesse, è un filosofo e scrittore spagnolo. Allievo di Derrida, estimatore di Foucault e Hocquenghem, si occupa in particolare di biopolitica, teorie queer e sessualità. Nato Beatriz, nel 2014 ha intrapreso un percorso di transizione e poco dopo ha aggiunto Paul davanti al nome per così dire di battesimo.

In Italia, ovviamente, è poco noto e poco pubblicato: da Il dito e la luna editore è uscito Il manifesto contra-sessuale mentre da Fandango Il testo tossico nel 2015 e, pochi mesi fa, Terrore anale. Nei prossimi giorni, l’autore sarà anche ospite del Festival internazionale delle Letterature di Roma. Quindi forse, anche se trovarlo in libreria non è facilissimo, Preciado comincia ad avere pure qui un minimo di risonanza.

Che può essere un bene o un male. Un un bene, per lo più. Per chi non si è mai posto certe questioni o se le è poste nella maniera meno scomoda possibile, certamente un bene. Cominciamo da qui.

C’era una volta, racconta Preciado rifacendosi a Hocquenghem, un mondo in cui tutta la pelle era “un organo sessuale senza genere”. Poi “i Santi Padri” chiusero l’ano, rendendolo una sorta di ferita, un tabu dimenticato, e crearono così la differenza di genere e il modello etero-normativo di uomo virile, conforme alla struttura della società e coltivato in seno all’unità famigliare.

Riportando l’ano alla sua dimensione sessuale, riavvicinandolo al mondo del desiderio, si supererebbero i limiti anatomici della differenza di genere, si combatterebbe lo stitico mondo eterossessuale e capitalista in cui siamo immersi. La necessità riportata è quindi quella di politicizzare la sessualità per combattere la “normalizzazione eterossessuale” mettendo in discussione le opposizioni uomo/donna, etero/omosessuale ma anche di razza, classe, età e dando vita e spazio a tutti quei mondi di mezzo, quegli incatalogabili, quegli interstizi tra il catalogabile che la società stigmatizza, reclude nel sottobosco degli abietti, dei perversi. L’apertura dell’ano è assimilabile all’apertura delle prigioni, “ano della società”.

La critica di Preciado colpisce soprattutto i movimenti di sinistra che ricostruiscono limiti entro cui i paria della società non hanno spazio. Riferendosi agli anni ’60/’70 osserva: “anche le rivoluzioni costruiscono i propri margini. Corollario: la rivoluzione non era ancora arrivata al suo stato anale”. Come controrivoluzionario, si può dire, viene bollato anche quel movimento omosessuale volto alla normalizzazione dell’omossessuale stesso, che porta a un integrazione nella normalità etero-normata della famiglia e quindi a una neutralizzazione del potenziale rivoluzionario insito nell’omossessualità stessa – forma di amore volta al godimento e non alla “produzione”. La lotta dovrebbe al contrario esplicitare “i dispositivi di costruzione delle minoranze deviate (di classe, di razza, di religione, di genere, di sessualità, di età)” e scardinare i dualismi sovrastrutturali: “l’omosessualità non può essere un’identità tra le altre. Sono omosessuali tutte quelle forme di desiderio, relazione e piacere che si dicono esistere duori dalla norma eterossessuale borghese. Il desiderio omosessuale è, in definitiva, il nome di una rottura con la norma”.

Il potenziale rivoluzionario del discorso di Preciado arriva a mettere in luce la stessa base illusioria della dicotomia tra omosessualità e eterosessualità che “… (come la razza o la purezza di sangue) non sono né vere né false, occupano lo spazio delle macchine sociali, sono costruzioni storiche, finzioni somatiche, invenzioni politiche che prendono la forma di corpi, la consistenza della vita”.

Fin qui, per gli scenari inediti che può eventualmente aprire al pensiero, Terrore anale è un libro capace di dissodare molto (comodo) terreno. Il rischio è però quello di ricreare un dualismo nell’opporre un “noi” queer a un “voi” eterossessuale o etero-normato. Il rischio è, poi, di voler dare un’identità politica a quel noi – identità che si trasforma in nome e il nome circoscrive, definisce, rende classificabile, normalizzabile. Il rischio è, a maggior ragione, nel “reclamare rappresentazione”, nel rivendicare “una nuova istituzionalità sessuale, un nuovo contratto sociale” per quelle “pratiche sessuali, affettive, sociali, e amorose collettive” che lui ritiene libere, anali: nel definirsi, nel diventare soggetto politico si fanno parte dello stesso sistema che proprio secondo Preciado è castrante. Trasformare quel poco che ci resta di zoè in bios, di vita naturale in soggetto politico per rifarci ad Agamben, è come entrare di proposito nella tela del ragno. Per questo dicevo all’inizio, è anche un male.

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