The Beatles, Hippies and Hells Angels: all you need is business

Stefano Patrizio

 

Ben Lewis, The Beatles, Hippies and Hells Angels, Sky Arts UK, 2017

 

Nella domenica, tardo pomeriggio, unica domenica del Festival dei Popoli di questo anno 2017 è stato proiettato il documentario The Beatles, Hippies and Hells Angels del cineasta inglese Ben Lewis, documentario non autorizzato sulla storia della Apple Corps, la società fondata dai Fab Four nel gennaio del ’68 e che, a tutt’oggi, vanta diritti sulle produzioni musicali della band di Liverpool.

La storia narrata si concentra sui primi tre anni di vita della società, dai motivi della fondazione alla presa del potere da parte di Allen Klein, che coincide con lo scioglimento dei Beatles.

Che sia un film non autorizzato è importante che sia rimarcato, perché nonostante vi si parli di John, Paul, George & Ringo non vi è nemmeno mezza nota suonata da loro. La colonna sonora consta esclusivamente di cover dei Beatles, fortunatamente almeno includendo pochi secondi della versione che Joe Cocker ha inciso di With a little help from my friends. Ma questo dopo tutto è il tema vero del film. No, non i Beatles. Nemmeno la Apple Corps, né quella di allora né tantomeno quella di oggi. Dico, il tema è “i diritti”. Il tema è lo sfruttamento commerciale della produzione artistica. Il tema è come ogni avanguardia, ogni afflato controculturale, ogni contestazione possa essere recuperata dall’ideologia dominante (si, è una citazione) e che il recupero consti nel venderla al supermercato, in grande quantità, stampata su magliette di cotone scadente prodotte con manodopera sottopagata.

Ma andiamo per gradi.

Il documentario illustra come, fondata per motivi principalmente economici (del tipo: aggirare il fisco inglese), la Apple Corps, nelle sue varie branche e diramazioni sia diventata una sorta di comune hippie della produzione artistica commerciale o, per usare le parole dei propri fondatori, un esperimento di “comunismo occidentale” nel quale qualsiasi sorta di tentativo creativo (che potesse risultare interessante, per qualsiasi motivo, per i quattro di Liverpool) potesse essere foraggiato economicamente, a prescindere dalla reale possibilità di essere realizzato o di poter avere un impatto sul mercato discografico, cinematografico, artistico eccetera.

E in effetti nelle voci degli impiegati dell’epoca, impiegati che evidentemente hanno l’esigenza di raccontare cosa per loro abbia significato questa esperienza, emergono i contorni di questo centro sociale della creatività capitalistica. Nel loro racconto denotano come la Apple Corps si fosse trasformata in un luogo di aggregazione di artistoidi raccattati negli angoli più sperduti ed oscuri di Londra e del mondo, come l’uso delle droghe fosse surrogato della pausa caffè, come nelle stanze dell’ufficio di Savile Row vi fosse una festa hippie perpetua e continua. Raccontano cioè di una utopica alternativa reale.

Raccontano anche di come questa impresa fosse destinata a fallire. Di come nessuno dei progetti, di nessuna forma, abbia avuto successo, spesso non arrivando nemmeno a realizzazione o, seppur vedendo una forma, comunque non raggiungendo i livelli sperati. Men che mai avvicinandosi ai livelli artistici della produzione discografica del quartetto, ovviamente.

E infine narrano della fine della festa, dell’arrivo di Allen Klein, potente manager americano dei Rolling Stones, che irregimenterà la società, ne chiuderà delle branche improduttive, licenzierà dipendenti e liquiderà l’Apple Boutique, il folle “negozio” di abbigliamento in Baker Street dove nessuno controllava se gli abiti tutti alla ultimissima moda flower power venissero pagati o meno. E ad Allen Klein, ai suoi metodi, alle dinamiche interne ai Beatles che portarono alla sua scelta come successore di Brian Epstein nel documentario si attribuisce anche una grossa responsabilità nella scissione tra Lennon e McCartney. Proprio quell’Allen Klein che inietterà nel mercato tonnellate di merchandising a marchio Beatles e Apple, proprio quell’Allen Klein che è l’esempio di come un’avanguardia venga riassorbita dal sistema, a colpi di commercio.

George Lucas a proposito di Easy Rider ha detto che quel film fosse diventato l’esempio per le grandi corporation di cosa fosse un film di successo, e cioè che dovesse piacere ai giovani. È la stessa parabola della Apple Corps. È la parabola del movimento hippie che nonostante i (pochi? tanti?) successi, innegabili, è stato ricondotto a fenomeno di costume. Di marketing. Magliette e spillette. Battaglie per i diritti d’Autore.

Ed esattamente come in Easy Rider per motivi di diritti non c’è The Band e non c’è Bob Dylan, così in questo documentario rimane la voglia frustrata di ascoltarsi una Strawberry Fields, che c’è solo in versione farlocca perché eh, i diritti.

 

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