The Epic: black matters

Stefano Patrizio

Kamasi Washington, The Epic, Brainfeeder, 2015, € 13,90

Quando nel 2015 The Epic di Kamasi Washington è uscito non sono mancate, dai primi ascolti, da ogni parte dell’Oceano Atlantico, le recensioni entusiaste e unanimemente positive che, tramite le analisi più puntuali e attente, ne hanno illustrato l’alto valore musicale e artistico.

Si sono già affrontate questioni formali, disquisizioni tecniche, i punti di vista più accademici ed emotivi sono già stati esposti con munifico vigore e prodigalità di parole. Del suo autore è stata illustrata la storia personale, le vicende artistiche, gli studi, le collaborazioni e amicizie celebri.

Della bestia nella gabbia dello zoo abbiamo già letto e detto un sacco. Ma quanto è fiero ‘sto leone? È proprio il disco dell’anno, quanto ci piace!

Dopo quasi due anni dalla pubblicazione, e alla luce di quanto successo nel mentre, manca una valutazione più politica di questo lavoro.

The Epic avrebbe pure dei riferimenti espliciti dal punto di vista politico, non sfugge che una delle tracce si chiami proprio Malcolm’s Theme, né l’elogio alla lotta pacifica e silente della propria nonna in Henrietta our hero, né l’epos dell’Indian Warrior di Cherokee.

Ma più di questo, è il senso globale dell’intero disco ad avere connotazione politica. Kamasi si posiziona nella lunga tradizione dei Neri d’America prima di tutto per la propria capacità di interpretare con rinnovata energia la tradizione e per proporre, con rispetto e seguendo il filo della tradizione, una visione personale e particolarmente innovativa. Kamasi Washington sta facendo un’operazione simile a quanto già fatto dai vari Chuck Berry, Jimi Hendrix, John Coltrane, Miles Davis, Stevie Wonder, gli Sugarhill Gang: colleziona le esperienze passate e strappa in avanti. Sta andando dove gli altri non erano già stati prima. Mette il pubblico ascoltante davanti al fatto compiuto che il futuro è già davanti ai loro occhi. Si sta cioè imponendo, nel più tipico dei ruoli dei Neri d’America, come energia propositiva e rivoluzionaria. E’ il nuovo, nel proprio rispettivo campo.

Se della storia personale di Washington qualcosa ci serve sapere, è che anche lui è un prodotto della accademizzazione della musica jazz, fenomeno tipico degli ultimi venti-trenta anni presso la maggior parte delle istituzioni accademiche musicali americane. Dal momento che il Jazz, per quel che si voglia far significare al termine, è divenuto materia di studio in aule universitarie, più di un grosso musicistone è riuscito a venir fuori da questo tipo di studi. Il rischio, evitando di dilungarci sull’argomento, è l’appropriazione culturale. Studiosi come Gunther Schuller che ben dagli anni ‘50 e ‘60 cercano di analizzare e riportare ai canoni estetici e culturali della Musica d’Arte Colta Occidentale (e bianca) hanno, più o meno volontariamente (ma questo assai poco conta, conta più che altro il prodotto di questa operazione) fatto nascere diverse generazioni di musicisti, per lo più bianchi, che vantando il proprio titolo di studio, hanno cercato di appropriarsi dei mezzi di rivoluzione culturale (minuscolo) tipici e spontanei dei neri. Non siamo qui a disquisire se la musica prodotta da questi musicisti sia buona o meno, bella o brutta, stiamo a dire che il Jazz è gentrificato come Harlem, South Boston, Ballard a Seattle, Englewood a Chicago e altri quartieri in altre città. Stiamo dicendo che se vogliamo analizzare i soli di Miles Davis come si analizza una sonata di Mozart, di Davis non si colgono gli aspetti rivoluzionari e spiazzanti, quelli che fanno sentire più scomodi gli ascoltatori di Mozart.

E se è vero, come è vero, che da ormai diversi decenni i bianchi producono musica di “tradizione e ideazione” nera (leggi: Jazz, Disco, Hip-hop) non solo di livello molto alto ma con contenuti e implicazioni molto forti e spesso riconosciute come molto valide da più di un musicista nero (è l’esempio di Eminem, o le collaborazioni di Jonny Greenwood e Thom Yorke con Flying Lotus, et alia), è anche vero che questo processo di anestesia accademica sta diventando uno strumento di controllo molto pronunciato, dovuto anche all’impressionante aumento del costo delle rette universitarie, che di fatto blocca in molti casi l’accesso all’istruzione di alto livello, o quantomeno istruzione in istituzioni dal nome altisonante, per la classe sociale meno abbiente, che spesso sono i neri. Nell’ambito di un processo che comporta la contemporanea appropriazione del mezzo di comunicazione, la canonizzazione accademica, l’esproprio del prodotto artistico e la negazione dell’accesso al mezzo di promozione sociale per eccellenza.

E in questo senso The Epic è una sberla. Perché nonostante essere nato e cresciuto in un quartiere “difficile” (orrore di termine. Volevo dire che: c’è le gang) ed essere stato alunno di una scuola di musica tra le più esclusive e, potenzialmente, limitantemente accademiche degli Stati Uniti, cose che già di per sé fanno a pugni tra di loro, Kamasi riesce a tirare fuori un prodotto che non è vittima né della prima questione, l’attinenza assoluta e religiosa alla negritudine, né alla seconda, l’appropriazione e la devastazione delle forme di espressione artistica delle classi subordinate tipica della gentrificazione, realizzando il difficile compito di attirare, nel contempo, rispetto e riconoscimento da entrambi i mondi contrapposti. Riesce cioè a tirare fuori qualcosa che è completamente, spiccatamente, personalmente ed evidentemente originale e quindi rivoluzionario.

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