The Perfection

ENRICA FEI

Di insonnia non si muore, dicono. Ma si guarda The Perfection (e si riflette su Netflix)

L’altra sera non riuscivo a dormire. Mi rigiro nel letto, controllo l’ora. Spintono il mio ragazzo che dorme, non risponde. Gli tiro un calcio, si gira dall’altra parte. Accendo il computer e un trailer coatto mi tende un agguato. È la nuova trovata del colosso Netflix: l’imboscata del trailer che parte anche se non lo vuoi vedere. Inizia automaticamente quando accedi al sito e si interrompe solo quando sposti il cursore su un altro film (e a quel punto parte un altro trailer). Vivo in Germania, ogni paese ha la sua programmazione Netflix, e spesso prendo un volo per soffrire di insonnia altrove e subire trailer diversi. Oddio che palle The Perfection. È una settimana che non dormo e vedo il trailer di The Perfection. Ancora The Perfection. Ma perché ai tedeschi piace The Perfection? Non voglio guardare The Perfection. Oddio The Perfection. Netflix vuole che io guardi The Perfection. Io non voglio guardare The Perfection. Ok basta. Guarderò The Perfection.

[SPOILER ALERT: nel lungo paragrafo che segue racconterò l’intera pellicola. Fai un’opera buona per il grande cinema: leggiti la recensione e non guardare il film].

Allison Williams (primo film Get Out, secondo The Perfection, spero che non ci sia un terzo) torna in libertà dopo 10 anni sul letto della madre morente. Il film è diviso in atti: ce lo dice il titolo del primo: “1. Mission”. Il font è Times New Roman in grassetto: c’è qualcuno che lo usa ancora dopo la tesina delle medie. La Williams parte, vola a Shangai, la sentiamo lasciare un messaggio vocale al direttore della scuola di musica dove ha trascorso l’infanzia (il direttore è Steven Weber, la cui recitazione è una delle poche note decenti del film – anche se ha recitato in 13 Reasons Why, che io non ho mai guardato ma popola lo stesso i miei incubi. È un volto noto e pensi di averlo già visto in qualche buona pellicola: poi capisci che assomiglia solo a Willem Dafoe). La vecchia è morta quindi torno: dice più o meno questo ma con parole diverse (il tono di voce è quello).

A Shangai, alla scuola di musica, incontra Elizabeth (Logan Browning: io non l’ho mai vista prima, spero di non vederla mai più) con la quale suonava violoncello da bambina. Ritrovatesi da adulte fanno un concerto insieme la prima sera che si rincontrano. Si scambiano occhiate da porche durante lo spettacolo e si esibiscono in lunghe scene lesbo subito dopo.

La notte di sesso dev’essere stata incredibile perché la mattina dopo partono insieme per un viaggio senza senso attraverso la Cina. La Browning si sente male: vomita larve e ragni. Dice di avere paura di avere l’ebola (giuro: dice davvero così indicando le larve). La Williams le risponde che non ha l’ebola (giuro di nuovo). La Browning peggiora e dal braccio le escono piattole e scarafaggi: la Williams tira fuori una mannaia dallo zaino (che si portava dietro in viaggio all’occorrenza) e la esorta a tagliarsi il braccio.

La pellicola si riavvolge (non è una metafora: le scene tornano all’indietro davvero) e il mistero della piattola è svelato: la Williams ha drogato la Browning con potenti allucinogeni che ha spacciato per ibuprofene. La Browning torna alla scuola di musica e racconta al direttore, Weber, l’accaduto: la Williams è una stronza gelosa del suo successo come violoncellista. Lui si rivela un mostro e la intima ad andarsene: la scuola di musica non è una casa di cura quindi non c’è più posto per lei che non può più suonare.

La Browning cattura la Williams e la porta a Weber (? Perché?). Vestita da battona sadomaso (le ragioni anche qui sono criptiche ma l’abbigliamento molto chiaro), la Browning partecipa allo spettacolo che Weber ha organizzato per punire la Williams: dopo averla incatenata la costringe a suonare il violoncello (ennesimo enigma). Altro flashback, altro twist: Weber è un pedofilo che violenta le bambine violoncelliste (ha fatto cose peggiori nella vita – come recitare in 13 Reasons Why – ma questo nella vita vera).

Gli ultimi venti minuti sono poesia postmoderna: ti lasciano senza parole, eppure ti rimangono dentro per sempre. Parte l’orgia di stupro ai danni della Williams. Weber si ritira in un’altra stanza (i “perché?” senza risposta sono la colonna vertebrale del film) mentre i suoi due scagnozzi si appropinquano alle cosce della Williams (due individui che compaiono solo alla fine – altro interrogativo post-moderno: “chi sei?”). La Browning vuole godere dello stupro per prima: si avvicina alla Williams brandendo il suo monchetto – “I hope your cunt will handle it”. La Williams urla, la Browning gode, ravana un po’ la sotto ma non si capisce bene cosa faccia (la recitazione della Williams segue la linea enigmatica della pellicola: ci vuole dire tanto, forse troppo, quindi fa espressioni che non dicono nulla cosicché non si corrano rischi). La scena continua per un buon minuto pieno e, mentre la Browning ravana, gli scagnozzi muoiono (presumibilmente perché avvelenati ma anche questo non è chiaro: cadono a terra e non si muovono più).

Al che parte la sequenza più bella del film: la Browning ha ravanato, gli scagnozzi sono morti, Weber è fuori gioco a riposarsi altrove, musica classica romantica di sottofondo e le due partono per una limonata a caso di dieci minuti. Lo spettatore è confuso, turbato, le domande affollano la sua mente e il cuore, e il film lo aiuta con un altro riavvolgimento della pellicola: entrambe erano state violentate da Weber, la Williams voleva salvare la Browning, le ha tagliato la mano per finire a gambe aperte da Weber, insieme hanno ucciso gli scagnozzi e, immaginiamo, uccideranno Weber.

E così giungiamo alla sequenza finale. Ancora una volta mi mancano le parole: perdonate l’emozione. Le due raggiungono Weber che si sta rilassando sul divano (giuro ancora una volta: è esattamente quello che sta facendo, allungando le gambe per rilassare i muscoli, allentare la pressione sul polpaccio, distendere il quadricipite). Lo assalgono, gli mozzano gambe e braccia, si procurano una flebo, gliela attaccano al naso, e lo costringono a godersi il loro concerto. Le violoncelliste sono due ma il violoncello è uno: nella colluttazione contro Weber anche la Williams ha perso la mano (perdonate l’inesattezza: sto sporcando la trama con le bassezze dell’interpretazione. Non si vede niente di tutto questo: solo la Williams senza un braccio alla fine). Due monconi e un violoncello, e il porco fatto a pezzi che guarda con una flebo al naso. Amen.

***

Breath-in, breath-out; breath-in, breath-out. Dopo aver visto The Perfection, ho passato momenti difficili. Mi sono guardata allo specchio, e ho respirato a fondo: breath-in, breath-out; breath-in, breath-out. Ho lasciato che il respiro tornasse regolare, prendesse a braccetto il cuore, lo riportasse a casa. Breath-in, breath-out; breath-in, breath-out. Breath-in, breath-out; breath-in, breath-out: Perché? Breath-in, breath-out; breath-in, breath–out. The Perfection. Netflix. Il battito è tornato regolare. E ho pensato.

È stato detto moltissimo sulle problematicità del colosso Netflix: talmente tanto da sentirsi quasi a disagio a scriverne. Le criticità derivanti dagli accordi tra produttori e distributori – che diventano difficili quando la casa di produzione è anche una di distribuzione, solo non in sala – hanno fatto discutere. Il rischio che ha corso Sulla Mia Pelle – non uscire nei cinema -, è toccato, tra i molti altri, al capolavoro Roma, 22 July, o Mowgli: Legend of the Jungle. Personalmente, ho fatto Netflix a Londra, nel marzo 2012, a due mesi dalla sua uscita in Regno Unito: pago l’abbonamento da allora, e continuerò a farlo. Non entrerò nei dettagli della querelle e delle ragioni della mia posizione, voglio qui discutere di altro. Mi basti solo dire che tra vari articoli apparsi su Internazionale, quello di Pietro Zardo mi trova d’accordo: “Se Netflix chiudesse domani (…) i tanti problemi di un sistema che non riesce a fare sistema, generati dall’assenza di politiche culturali di un certo respiro e da un mercato dominato da produttori e distributori che della qualità e degli autori se ne infischiano serenamente in nome del marketing, possibilmente virale, sarebbero ancora tutti là (…) Se voglio far vedere Amadeus a mia figlia che faccio? Mi incateno davanti a qualche multisala?” (Internazionale, 13 settembre 2018).

Zardo è convinto che “il cinema e i film riusciranno a cavarsela anche stavolta, nonostante tutto”. Così su due piedi mi sentirei di dargli ragione, ma poi penso ai motivi e mi sento troppo piccola per trovare le parole giuste: una piccola umana che guarda verso l’alto nel buio della sala, mentre la macchina magica del cinema, con le sue numerose ruote e tantissime ali, vola in alto e supera i mortali. Continua a volare o si ferma chissà dove – sono troppo minuta per vedere dove approdi o se, oltre il tempo, continui la sua corsa. Quindi, in realtà, non conosco davvero di cosa parli Zardo: lo credo vero – non posso pensare che il grande cinema muoia –  ma il mio è un atto di fede, che, in quanto tale, non riesco a spiegare. Posso guardarmi intorno, però, giudicare alla mia altezza. Giudicare i miei simili, in sala o di fronte al PC: i piccoli umani che guardano Netflix come me. Credo che anche Netflix sia alla mia, alla nostra altezza. E quindi di lui sì: di lui posso parlare.

Nel mercato globale e capitalista dell’arte, il modello vincente di Netflix è l’allevamento intensivo, la produzione industriale; i suoi film sono i polli in batteria, prodotti e distribuiti, o non prodotti ma acquistati: comprati e rivenduti, nei PC dei suoi clienti. The Perfection rappresenta un ottimo esempio dei numerosissimi prodotti di consumo di marca Netflix (che di The Perfection ha comprato in diritti di distribuzione, dopo che la Miramax lo aveva prodotto). Ed è per questo che una sua analisi ci offre importanti spunti di riflessione: anche perché, per chi ha Netflix, di film come The Perfection ne esce uno a settimana, e discutere di uno è come parlare di tutti.

The Perfection – un film senza anima il cui corpo sta in piedi: ciascun osso al suo posto, e ogni muscolo a lavoro. Il “film in batteria” ha caratteristiche precise. È un prodotto di consumo che deve essere digerito e dimenticato. Non può rimanere indigesto però, non può far star male: verrà presto sostituito da un altro uguale, che lo spettatore, il cliente, divorerà con lo stesso interesse – lo sbadiglio tra un sorriso e l’altro, la noia divertita, i twist che fanno un po’ ridere ma, tutto sommato, tengono allo schermo.

Seguendo il format delle serie, alle quali lo spettatore medio 2.0 è sicuramente a suo agio, il film in batteria è sempre molto breve: non si superano mai 90 minuti, anche quando questo – come in The Perfection – si tradurrà in evidenti fallacie narrative (personaggi che compaiono dal nulla, flashback continui per sopperire all’assenza di trama e così via).

La recitazione non è mai insopportabile: Steven Weber, il direttore della scuola, così come la sua compagna, Alaina Huffman, sono nel complesso convincenti. E perfino la Williams, per quanto terribilmente antipatica, recita stranamente bene in alcune scene e in modo imbarazzante in altre (c’è un’espressione che le riesce ed è sempre la stessa – forse è semplicemente la sua). Di questo bizzarro binomio è complice, immagino, la velocità estrema con la quale i film in batteria vengono girati: nel settembre 2017 la Miramax ha annunciato che avrebbe prodotto il film, e nel settembre 2018 veniva proiettato per la prima volta al Fantastic Fest.

La produzione dei film in batteria è costosa, e si vede: la scenografia di The Perfection non ha anima, è patinata, ma è uno show di immagini flashy e spettacolari – riprese dall’alto di una Cina immensa e sconosciuta, primi piani inquietanti che parlano di morte (come la primissima scena e il primo piano sulla madre della Williams defunta – e la Williams che la guarda, con l’espressione che le riesce in versione triste).

I twist sono continui, il ritmo è cadenzato: lo spettatore-cliente non deve annoiarsi mai. E quando i colpi di scena diventano così tanti che il cliente si è probabilmente abituato e sta sbadigliando aspettando il successivo, ecco che il film ricorre agli ingredienti speziati. I più banali e ferini sono le scene di sesso che, ovviamente, non sono solo lesbo ma anche inter-racial: la Browning, infatti, è afroamericana. Le spezie più raffinate, subdole e velenose sono gli elementi tematici, le questioni socio-politiche, i bambini protagonisti: l’orrore della pedofilia, in questo caso. Temi, questi, che costringono lo spettatore ad un passo indietro – sembra di sentirli, i commentatori 2.0 sui social: “The Perfection, in fin dei conti, non è trash (effettivamente non lo è, per tutte le ragioni sopra discusse). Parla della pedofilia e della vendetta di due ragazze che l’hanno subita”.

Netlix è l’incontro del mercato, globale e liberista, con la società del web, i cui gusti si decidono sui social e in cui tutti, perfino lo spettatore-cliente, sono un po’ esperti e protagonisti. Nel mondo interconnesso e planetario della società virtuale, ciascun pezzo di montaggio è necessario all’impalcatura finale: così i battage pubblicitari dell’era Netflix avvengono, in primo luogo, sui social. Non penso che sia possibile spiegarsi altrimenti il successo di 13 Reasons Why o il fatto che la Williams sia stata già definita la nuova “scream queen”. Come Facebook, Netflix tiene conto bene della rapidissima obsolescenza delle piattaforme online. Per questo, cambia in continuazione, affinché gli utenti non si stanchino mai. È di recente introduzione il trailer “forzato”: parte automaticamente quando accedi a Netflix, e si interrompe solo quando sposti il cursore su un altro film – e a quel punto, parte un altro trailer. È stato il trailer coatto che mi teso un agguato in un momento di debolezza: non riuscivo a dormire e gli ho ceduto – è così che ho visto The Perfection.

Ho avuto la fortuna di ricevere una buona cultura cinematografica: lo devo ai grandi film visti da bambina e ai molti altri che ho visto in seguito, e che continuerò a vedere. Molti di questi li ho visti su Netflix, e vado al cinema una volta a settimana ma è difficile andarci più spesso: per questo pago l’abbonamento dal 2012, e continuerò a farlo. Ai film in batteria ci si abitua: come le UGG, quelle babbucce invernali orrende, che qualche anno prima che diventassero di moda avrebbero fatto ribrezzo a chiunque, il prodotto di consumo si inserisce nel mercato a forza, a spallate, prendendo il consumatore per sfinimento, fino a quando il suo senso critico ed estetico si sbriciola sotto la morsa del mercato. Non temo le espressioni della Williams perché non sarà vedendola ancora che comincerò a trovarla brava; non temo le produzioni Netflix di consumo perché credo di possedere gli strumenti per distinguere 22 July da Bird Box, Stranger Things da Rim of the World. Ma non credo che tutti i clienti di Netflix possano dire lo stesso. La colpa non è di Netflix, né dei cattivi film, che sono sempre esistiti. È dell’impoverimento culturale, di “un sistema che non riesce a fare sistema” (come ha sostenuto Zardo, parlando del cinema italiano), di cinema d’essai che sono sempre meno, dei cinema storici che vengono venduti e diventano supermercati: le associazioni cinematografiche dovrebbero occuparsi di questo, invece che firmare inutili note contro Netflix.

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