Trilobiti: Ho incontrato Pancake

Ferruccio Mazzanti

Breece D’ J Pancake, Trilobiti, Minimum Fax 2016, pp 191, € 16,00

C’è stato un periodo assolutamente non lontano in cui tutte le persone che incontravo nel variegato mondo dei letterati sostenevano che non si potesse più vivere senza aver letto Trilobiti, la leggendaria raccolta di racconti di Breece D’ J Pancake. Ho incontrato Pancake nel 2017, circa trentotto anni dopo che si è ucciso. Come con tutti gli artisti suicidi, questo ha destato subito la mia attenzione, spingendomi a ricercare tracce nella sua opera dei motivi per cui si fosse tolto la vita. E invece ho trovato una persona stranamente simpatica, con tutta una sua ironia nera e vitale, capace di convincermi definitivamente che lo stile più adeguato per descrivere l’America non metropolitana sia proprio il minimalismo essiccato, misurato, interrotto alla Carver, che non sarebbe altro che l’altra faccia della medaglia del più sfrenato postmodernismo.
L’ironia di Pancake è sì disperata, ma al contempo mostra sul suo instabile fondo il desiderio, l’energia, la scelta giusta dell’uomo qualunque. La West Virginia sembra proprio un posto dove non sia raccomandabile rimanere a vivere, con tutte quelle orribili bettole dove si può trovare compagnia solo nelle forme ectoplasmatiche e invecchiate e prive di speranza di noi stessi. E le battute di caccia così tristemente alcoliche e maschili dove la lezione morale giunge dal più inesperto e debole e ripudiato degli amici. Non che le figure femminili siano così migliori, dato che l’intimità risulta sempre e comunque un complesso sistema di impossibili modi di accedere all’altro. Dunque tutto fallisce sempre e comunque in un finale raccontato con una frase monca e poetica: “sento la paura allontanarsi nel tempo, come cerchi che si allargano, per milioni di anni”, oppure “da una collinetta, dov’era scappata per colpa dei cani, la lince osservava, aspettando che l’uomo se ne andasse”, ma anche “vado giù al porto, a vedere se magari il Delmar è già arrivato”.
Non che l’intensità delle frasi finali di questi 12 racconti sia poi così distante dal tenore generale dell’opera intera, tuttavia lascia sempre di stucco lo scrittore capace di interrompere la narrazione con un gesto violento come quello di Pancake. La sua capacità di condensare stati d’animo e vicende in una forma talmente pulita ed esaurita da capovolgersi in un intenso e disperato poema lirico al cui culmine la frase finale ci lancia la sfida di un brivido, quel brivido che è lo specchio in cui tentiamo di non guardarci in faccia.

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