TU. LA letteratura come resistenza culturale

GIULIA SABELLA

Mehmed Uzun,Tu, ISMEO & Istituto Internationale di Cultura Kurda, 2019, pp. 220, € 20.

Intervista a Francesco Marilungo, curatore e traduttore.

Foto di Luca Rossato.

 

Esce per la prima volta nel nostro Paese un libro di un autore curdo contemporaneo tradotto direttamente dal kurmanji all’italiano. Si tratta di Tu di Mehmed Uzun, pubblicato da ISMEO e dall’Istituto Internazionale di Cultura Kurda. Il libro è ambientato in un carcere turco dopo il colpo di stato degli anni ’80, il terzo della storia repubblicana turca: un prigioniero politico, chiuso nella sua cella di isolamento, racconta a un insetto – l’unico essere vivente con il quale può interagire – i fatti della sua vita, alternandoli a digressioni scritte in seconda persona, nelle quali narra le violenze che lui e il suo popolo sono stati costretti a subire.

Il libro prende avvio da una vicenda autobiografica: lo stesso Uzun era stato rinchiuso nel carcere di Diyarbakir insieme a centinaia di suoi compagni a seguito del colpo di stato degli anni ‘70. Lo scopo era quello di annichilire l’identità curda, ma Ankara ottenne l’effetto opposto: proprio in carcere, Uzun ebbe la possibilità di parlare e imparare nuovamente il kurmanji, il dialetto curdo che la Turchia aveva messo al bando da decenni, rendendone impossibile non solo la produzione letteraria, ma anche lo stesso insegnamento.

Oggi, in un momento storico in cui la repressione turca nei confronti dei curdi si sta nuovamente intensificando, la pubblicazione in Italia di questo libro permette al grande pubblico non solo di avvicinarsi a uno dei più importanti autori in lingua kurmanji, ma anche di conoscere le violenze subito dal popolo curdo in Turchia.

“Come testimonia già il titolo – scrive Francesco Marilungo nell’introduzione – questo libro è anche un appello al lettore. Attraverso il libro Uzun punta il dito e indica al suo popolo le misere condizioni in cui è ridotto e indica nella lingua, nella narrazione collettiva, o forse addirittura nella creazione di una letteratura nazionale – sulla scia di Ehmedê Xanî – l’unica via di riscatto. L’unica possibilità di rompere l’isolamento”. E proprio per parlare di questo libro abbiamo intervistato Francesco Marilungo, che ha tradotto il testo dal kurmanji all’italiano.

– Perché è così importante la pubblicazione di questo libro in italiano?

Perché si tratta della prima esperienza di traduzione diretta di un romanzo dal curdo kurmanji (uno dei due grandi dialetti curdi, parlato dai curdi in Turchia, Siria e in un pezzo del Kurdistan Iracheno) all’italiano. In lingua italiana purtroppo non ci sono grandi strumenti per avvicinarsi alla letteratura curda: fino ad ora si è sempre preferito pubblicare raccolte di racconti o di fiabe, attingendo al ricchissimo patrimonio folkloristico e di letteratura orale del Kurdistan. Questo è molto importante, senza dubbio, ma almeno dalla metà del XX secolo i curdi hanno “investito” molto sulla letteratura scritta, vedendovi un terreno di resistenza imprescindibile contro le politiche di assimilazione e di annientamento culturale che hanno subìto. Per molti curdi, scrivere è divenuto un atto intrinsecamente politico, di resistenza anticoloniale. Credo personalmente che sia molto interessante poter leggere e studiare in italiano esempi di questa lotta culturale, perché essa comunque ci indica uno dei valori più alti della letteratura e uno degli aspetti più potenti dell’immaginare come prassi politica. In un tempo in cui, da noi, la cultura si fa spesso merce di consumo, forse è utile tornare a guardare ad esempi in cui la letteratura e la cultura sono strumenti fondamentali per la protezione e la sopravvivenza della propria identità.

– Qual è l’importanza di questo libro per la storia della cultura e della lingua curda?

Tu è il primo romanzo di Mehmed Uzun (1953-2007), una delle figure chiave della rinascita contemporanea della letteratura curda. Pochi da noi sanno che esiste una letteratura curda classica di grandissimo valore e raffinatezza; parliamo di opere scritte nel XVII, XVIII e XIX secolo. Con la nascita degli stati moderni in Medio Oriente, dopo la fine della Prima guerra mondiale e l’ascesa della Turchia Repubblicana, la letteratura curda ha subìto una violenta battuta d’arresto storica. Per lunghi decenni, fare letteratura nei territori curdi è stato difficilissimo e rischiosissimo. Come racconta questo romanzo, già per il solo fatto di possedere riviste o cassette in curdo si poteva finire in carcere. Negli anni ’70 ed ’80, tantissimi intellettuali curdi sono stati costretti a prendere la strada dell’esilio. Molti di loro si recarono in Svezia, allora paese all’avanguardia in fatto di accoglienza. È lì, in esilio, che rinasce la letteratura curda. In esilio, gli intellettuali hanno lo spazio e la tranquillità necessaria per lavorare, ricercare e produrre. Mehmed Uzun è fra i pionieri (forse addirittura IL pioniere), di questa rinascita e Tu è il suo primo esperimento. Di fatto il primo romanzo curdo-kurmanji contemporaneo. In esso, a mio avviso, si sente tutto lo sforzo di creare ex-novo una lingua romanzesca e letteraria. È forse il primo tentativo di piegare una lingua letteraria orale a raccontare fatti contemporanei che riguardano l’attualità socio-politica dei curdi. In seguito, Uzun è stato un autore molto prolifico e in patria oggi è considerato una sorta di vate o di nume tutelare della letteratura, che comunque dopo di lui ha fatto molti passi avanti.

– Il rapporto tra l’Italia e la cultura curda è sempre stato molto profondo, basti pensare alla Grammatica e Vocabolario della Lingua Kurda di Garzoni.

È vero, l’Italia vanta questo primato nel mondo degli studi curdi: nel 1787 il predicatore e missionario apostolico Maurizio Garzoni pubblica il primo studio sistematico “occidentale” sulla lingua e la cultura curda: Grammatica e Vocabolario della Lingua Kurda. Garzoni aveva raggiunto Mosul circa vent’anni prima e aveva studiato a fondo la regione. Nel 1802 invece si reca a Mosul il predicatore Giuseppe Campanile che nel 1818 a Napoli dà alle stampe una Storia della Regione del Kurdistan e delle Sette di Religione ivi esistenti. Per decenni le loro opere sono rimaste uniche nel mondo occidentale. Purtroppo però l’Italia non è poi stata all’altezza di cotanto esordio. L’interesse verso il Kurdistan in Occidente divenne appannaggio soprattutto dei tedeschi e degli inglesi che per molto tempo, e con varie finalità, hanno battuto quelle terre raccogliendo e diffondendo conoscenza. Nel ventesimo secolo sicuramente la figura di spicco degli studi curdologici italiani è quella di Mirella Galletti, scomparsa nel 2012, autrice di ampie ed approfondite ricerche, e studiata anche all’estero. Un esempio quasi unico è invece quello di Joyce Lussu, traduttrice sui generis, che si reca in Kurdistan, si avvicina alla lotta di resistenza e traduce alcune poesie dal kurmanji e dal sorani nel suo Tradurre Poesia.

A differenza di altri paesi europei, in Italia non esistono centri universitari di ricerca dedicati alla cultura e alla storia curda. Credo di poter dire che Istituto Kurdo e ISMEO stanno cercando di colmare questa grande lacuna.

Accanto a questo però bisogna ricordare che almeno dagli anni ’80 la società civile italiana è molto vicina alla lotta curda. Possiamo ricordare una figura come quella di Dino Frisullo, ma anche arrivare ad esempi recenti di giovani della società civile italiana che hanno preso parte attiva nell’esperienza democratica del Rojava, in Siria, e che ne hanno parlato: il fumettista Zerocalcare, ma anche Karim Franceschi e Davide Grasso.

Penso di poter dire che c’è un legame profondo fra il popolo curdo e quello italiano, ma fino ad ora questo legame non è stato sostenuto a dovere dalle istituzioni, dagli enti di ricerca e dal mercato culturale. Del resto c’è una somiglianza profonda fra la letteratura curda e quella italiana: l’Italia è esistita nell’immaginazione e nelle parole di Dante, Petrarca, Tasso o Manzoni, prima che come entità nazionale. Stessa cosa in Kurdistan: in mancanza di uno stato o di un’entità politica autonoma, i curdi affidano alla letteratura la costruzione della loro geografia immaginaria. 

– Questo libro è solo il primo di una serie di testi che verranno tradotti in italiano. Ci puoi parlare di questa iniziativa? Sarà proprio una collana di libri? E come verranno scelti?

Posso dirti con certezza che a Tu farà seguito un’altra pubblicazione. Si tratta della traduzione di un altro romanzo di Mehmed Uzun intitolato Bîra Qederê (Il pozzo del destino). Quest’operazione ha un duplice valore: da un lato continua a far conoscere al lettore italiano i romanzi di Uzun, e dall’altro – trattandosi di un romanzo storico – presenta anche una figura chiave del Novecento curdo, ovvero Celadet Ali Bedirxan, su cui tutto il romanzo è incentrato. Celadet Ali Bedirxan è stato un esponente di una delle famiglie curde più importanti (suo nonno condusse un’aspra rivolta contro l’esercito ottomano a metà Ottocento) e il suo lavoro linguistico sul curdo condotto negli ’30 e ’40 del Novecento ha posto le basi della cultura curda-kurmanji scritta per come la conosciamo oggi. Oltre a questo, ha avuto una vita piuttosto interessante fra Istanbul, Kurdistan, Europa e Levante. Oltre a questo, ISMEO e Istituto Kurdo stanno già lavorando ad altre pubblicazioni importanti sul Kurdistan, non strettamente letterarie, ma anche fotografiche, antropologiche e archeologiche.

Più avanti speriamo di riuscire a pubblicare alcuni strumenti di studio sulla letteratura curda, che servano sia a far conoscere la storia di questa letteratura, sia a mostrarne la vivacità contemporanea, magari solleticando l’attenzione di qualche editore italiano coraggioso.

– Accanto al kurmanji (parlato soprattutto in Turchia) esiste anche il Ssorani, diffuso principalmente nel Kurdistan iracheno. Quali sono le differenze e le somiglianze tra le letterature prodotte in queste due lingue?

I grandi classici della letteratura curda (Ehmedê Xanî, Melayê Cezîrî, Feqiye Teyran) sono in kurmanji, lingua che all’epoca era ritenuta letteraria. Nell’Ottocento emergono esempi alti di letteratura in sorani (Hacî Qadir Koyî, per fare un nome). Ad oggi ci sono grandi differenze. Nel Kurdistan Iracheno, il sorani è la lingua ufficiale e viene quindi insegnata nelle scuole e nelle università, e c’è un articolato sistema mediatico che ne veicola l’utilizzo. Nella Regione autonoma irachena i curdi sono liberi di prendersi cura della loro lingua. Non è così per il kurmanji, parlato per lo più in Turchia, dove non è prevista l’istruzione in lingua madre per i curdi e dove il mercato culturale in curdo vive continuamente di aperture, blocchi e ripartenze, a seconda del clima politico e dell’approccio del governo. Se fra il 1999 e il 2015 nelle città curde di Turchia c’era stato un piccolo “rinascimento” culturale, dal 2015 a oggi, con la rottura del processo di pace, la situazione è notevolmente peggiorata. Molti libri curdi continuano ad essere messi all’indice in questi giorni.

– Come traduttore, quali sono le difficoltà e le sfide che hai incontrato nel lavorare a questo testo?

Non è stato facile. Innanzitutto perché essendo il primo romanzo tradotto dal kurmanji all’italiano, è stata la prima volta anche per me. In precedenza avevo tradotto dal turco, ma si trattava di libri di natura diversa. In secondo luogo, perché il curdo non è ancora una lingua perfettamente standardizzata: di quasi ogni parola ci sono numerosissime varianti locali, regionali, dialettali, e non è sempre facile trovare strumenti linguistici adeguati che aiutino il traduttore. Per fortuna molti letterati curdi mi hanno supportato e sopportato, così come è stato molto utile anche confrontarmi con l’ottima traduzione turca di questo romanzo. Infine il libro presenta le sue sfide stilistiche: ad esempio, non è assolutamente banale la scelta di condurre la metà dei capitoli in seconda persona singolare. Non sono tantissimi gli autori che si avventurano per questa strada, e per Uzun è una scelta stilistica ponderata e molto importante. 

– Questa scelta si vede anche nella scelta del titolo, Tu: una parola che ha lo stesso significato sia in kurmanji che in italiano, giusto?

Esatto, quella è stata la parte più facile da tradurre! Il curdo è una lingua indoeuropea, per cui ha alcune similarità lessicali e sintattiche, sia con l’italiano che con altre lingue europee.

– Tu stesso hai vissuto a lungo a Diyarbakir, città che è anche una delle protagoniste del libro di Uzun. Che effetto ti ha fatto leggere di questa città? Che racconto ne viene fatto?

Sì, a Diyarbakir ho passato due anni importanti per la mia vita e a questa città ho dedicato un’intera tesi di dottorato. Diciamo che per un periodo ne sono stato un po’ ossessionato. Leggo molto su Diyarbakir, anche perché questa città ha un ruolo cruciale nella letteratura curda contemporanea in kurmanji. Diciamo che è la città letteraria per eccellenza, come la San Pietroburgo della letteratura russa, la Parigi dell’Ottocento, la Dublino di Joyce, la Praga di Kafka. È insomma una presenza importante. Anche nell’opera di Uzun le viene dedicato molto spazio. L’intero settimo capitolo parla di questa città e del valore simbolico che ricopre per Uzun e il suo popolo. Nel 2007, quando scoprì di essere in fin di vita, Uzun rientrò dal suo esilio volontario trentennale in Svezia e scelse di morire a Diyarbakir. Si tratta di un sentimento ricambiato: la stessa Diyarbakir lo venera, tanto da avergli intitolato la sua prima biblioteca pubblica municipale. C’è un legame profondo fra questa città e la letteratura curda. Poche settimane fa è terminata la Fiera del libro di Diyarbakir, nella quale viene presentato il lavoro delle case editrici curde, che ha chiuso con un record di quasi 180mila visitatori.

Alcuni la chiamano la capitale del Kurdistan. Sicuramente ne è il cuore politico e culturale, un luogo centrale nell’immaginario geografico curdo. In un paese immaginario privo di confini, le città sono punti di riferimento importanti, e Diyarbakir è uno dei più importanti per i curdi insieme a Hewler, Mahabad e Kobane. Nel 2015 il centro storico e le mura romane del IV secolo sono divenuti patrimonio UNESCO. Purtroppo, a partire dal 2016, lo stato turco ha distrutto gran parte del centro storico, evacuando circa 25.000 abitanti e dando il via a un processo di gentrificazione e di “riscrittura” architettonico-culturale della città che fa venire i brividi.

– Negli ultimi anni si è parlato molto di Kurdistan, soprattutto dal punto di vista geopolitico e sociale, per il ruolo che i curdi hanno avuto nella guerra in Siria e per il sistema politico creato nel Rojava. Adesso però da molte parti in Europa si sta cercando anche di approfondire le specificità culturali di questo popolo. Mi puoi dire qualcosa a riguardo?

In Europa, il discorso sui curdi è quasi esclusivamente un discorso di natura geopolitica, politica e militare. Il che va bene, perché il popolo curdo si trova geograficamente al centro di molte questioni cruciali per il Medio Oriente, e negli ultimi decenni è stato in grado di proporre un modello di organizzazione politica alternativa davvero all’avanguardia. Questo focus, però, spesso fa sì che non ci sia spazio da dedicare alla specificità culturale dei curdi andando a studiare la loro letteratura, la loro musica, il loro cinema. Recentemente un team di ricercatori polacchi ha pubblicato un bellissimo libro intitolato Rediscovering Kurdistan’s Cultures and Identities (Palgrave 2018), che cerca di spostare l’attenzione sull’immaginario e la produzione culturale curda, provando ad andare oltre la retorica che vede i curdi solo come eroi resistenti, vittime o richiedenti asilo, nella convinzione che riconoscere il valore della cultura dell’altro sia il primo passo per arrivare al rispetto. Si parla molto di cosa sono o non sono i curdi, ma raramente si cerca di andare a sentire cosa essi pensano di sé stessi, come si immaginano e si raccontano.

– Negli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda la situazione nel Rojava, la realtà curda è stata raccontata attraverso le testimonianze di terze persone (penso ad esempio al fumetto di Zerocalcare), che comunque hanno avuto il merito di avvicinare alla questione anche i non addetti ai lavori. Il libro di Uzun invece ci dà la possibilità di avere uno spaccato sulla realtà curda attraverso lo sguardo di un curdo.

Le rappresentazioni esterne, per quanto a volte bellissime come quella di Zerocalcare, corrono sempre il rischio di fermarsi alla superficie delle cose, a farci vedere ciò che noi vogliamo vedere in un determinato contesto. La rappresentazione di un esterno è chiaramente sempre molto condizionata dalla sua visione del mondo. Invece, entrare dentro al mondo curdo attraverso la letteratura curda è molto più difficile e, per quanto mi riguarda, molto più affascinante. Si riesce a penetrare in un mondo ben più complicato, articolato, elaborato, ricco di contraddizioni, di posizioni interne in contrasto. Si esce dal terreno simbolico della macchietta e della cartolina, per entrare in un universo a tutto tondo nel quale vivono forme specifiche di bellezza, di immaginazione, di narrazione ma allo stesso tempo risuonano contenuti universali a cui chiunque può riferire la propria esperienza. Ad esempio, leggere i romanzi di Uzun ci può dare un’idea dell’attrito provocato da una forma letteraria pienamente occidentale (come il romanzo) con le forme narrative proprie della tradizione curda; ci può dare informazioni sul mondo dei rapporti intimi e sociali, che sono preclusi agli sguardi degli esterni. Con questo non voglio dire che i racconti di terze persone non siano importanti, ma credo che essi vadano accostati a racconti di prima mano dei diretti interessati, se non vogliamo correre il rischio di farci un’idea stereotipata e orientalista del mondo che vogliamo conoscere.

– Qual è ad oggi la situazione culturale in Kurdistan? Anni fa si parlò della liberalizzazione dell’insegnamento del curdo nelle scuole (anche se solo in alcuni istituti privati): oggi è possibile fare letteratura in curdo in Turchia? O si tratta ancora di una letteratura in esilio?

Oggi è possibile fare letteratura in Turchia, ma bisogna avere coraggio e la forza di affrontare grandissime difficoltà. L’istruzione in lingua curda di fatto non esiste: chi vuole, in alcuni istituti, può fare delle lezioni di lingua curda in orari di rientro facoltativo. L’educazione in madre lingua è un’altra cosa.

Nel Kurdistan turco si fa letteratura ma bisogna lottare contro gli arbitrii repressivi del governo e contro le difficoltà che molti parlanti curdi hanno nel leggere e scrivere la propria lingua, proprio per la mancanza di istruzione. Bisogna fare i conti con la penuria di fondi, con una crisi economica che sta investendo tutta la Turchia, con la mancanza di istituzioni culturali che finanzino e supportino pubblicamente la produzione culturale. Fino al 2016 le municipalità curde riuscivano a garantire ossigeno – in termini economici – ai vari attori della scena letteraria e culturale. Nel 2016 e di nuovo nel 2019, i sindaci curdi democraticamente eletti (spesso con maggioranze schiaccianti) sono stati rimossi e sostituiti da commissari nominati dal governo centrale che chiaramente non hanno nessun interesse a sostenere la letteratura curda. Inoltre, c’è l’assenza di un mercato culturale internazionale che traducendo la letteratura curda in altre lingue possa dare man forte sia in termini economici che di prestigio, inserendo a pieno titolo la letteratura curda fra le letterature medio orientali come quella araba, turca o persiana.

Nonostante tutto questo, si continua a scrivere e a pubblicare, il corpus letterario sta crescendo, vengono tradotte in curdo anche opere della letteratura mondiale e stanno emergendo giovani autori piuttosto interessanti.

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