6|5, ti trascina in un abisso

FERRUCCIO MAZZANTI

Alexandre Laumonier, 6|5, Nero, 2018, pp 291, € 20,00

Esistono alcune sfere del sapere che sono precluse ai più a causa della loro supposta difficoltà. In realtà le principali cause della complessità risiedono nella pigrizia umana o nella volontà dei depositari del preteso sapere di mantenere un vantaggio su chi tale sapere non lo possiede. Spesso il linguaggio viene volutamente tradotto in un gergo specialistico noioso e di difficile interpretazione di modo che vi sia bisogno di uno sforzo inaccettabile per afferrare parti del discorso di lunga e ripetitiva inutilità, ma nonostante questo forma è contenuto.
Nella storia si sono presentati diversi rivoluzionari che hanno sentito l’esigenza di distruggere l’enorme edificio costruito a difesa dell’incomunicabilità delle conoscenze ai non eletti. Ipasso di Metaponto, per esempio, comunicò ai non eletti le difficoltà della Scuola Pitagorica di fronte l’incommensurabilità della diagonale con il lato del quadrato, ufficializzando così una crisi che veniva secretata per non determinare la fine della religione pitagorica. Gutenberg, invece, nel 1455 osò mandare in stampa la Bibbia, il libro sacro e inaccessibile ai più per eccellenza. Per taluni Gutenberg rappresentò l’inizio della fine, poiché permise a chiunque di scoprire quel sapere che ora poteva pure essere smascherato.
Senza dubbio oggi non esiste la possibilità di un gesto così rivoluzionario come quello di Ipasso di Metaponto o di Gutenberg, ma nel suo piccolo Alexandre Laumonier mina i pilastri della chiusura sapienziale della finanza e in particolare dell’high frequency trading. La maggioranza delle persone, quando gli confessi che stai leggendo un saggio su un tema così complicato, tende a ritrarsi e a sgranare gli occhi e a chiederti se con tua moglie vada tutto bene, ma in realtà l’importanza di un saggio come 6|5 consiste nel fatto che 6|5 non solo è accessibile, non solo è chiaro, non solo è illuminante, ma è anche divertente. Non esiste, credo io, niente di più rivoluzionario che rendere l’high frequency trading un qualcosa di piacevole e facile, senza diventare mai grossolano o superficiale. Un saggio del genere scardina una credenza ormai secolare su quanto sia complesso capire le leggi che governano la finanza, spostando enormi capitali da un portafoglio all’altro in microsecondi.
Il libro è diviso in due capitoli. Il primo, 6, si concentra sulla rivolta delle macchine, ovvero su quel processo che ha convinto una parte dell’umanità a costruire grandi cattedrali dove i trader e i brooker potevano riunirsi per gridare come dei pazzi al fine di vendere o comprare azioni di qualsiasi genere. Tuttavia i pionieri dell’informatica scoprirono che se le contrattazioni venivano eseguite da dei logaritmi, tutto poteva essere meccanicizzato aumentando la sfera di variabili prese in considerazione. Più l’evoluzione informatica progrediva e più le cattedrali della finanza si svuotavano, trasformandosi gradualmente in enormi, vasti edifici contententi server e logaritmi atti a calcolare. Oggi giorno la borsa corrisponde più o meno ad un anonimo edificio sui 10.000 metri quadri che consuma energia per raffreddare computer, più un po’ di persone che controllano che non ci siano intoppi senza mai parlare tra di loro, muovendosi coi pattini, in silenzio, solo il rumore bianco delle ventole di raffreddamento e dell’elettricità.
Il secondo capitolo, 5, invece racconta di come l’uomo abbia capito che la velocità dello scambio di informazioni possa determinare un vantaggio nel momento delle contrattazioni finanziarie. E così dai piccioni viaggiatori, attraverso il telegrafo, per finire ai cavi oceanici e alle microonde ci spiega la guerra delle multinazionali per ottenere un vantaggio di microsecondi, al fine di rendere il tutto sempre più automatizzato, incomprensibile, inaccessibile, vantaggioso per i pochi eletti.
Insomma, non abbiate paura di leggere un saggio sulla finanza, che se è strutturato attraverso le storie dei pirati geniali dell’informatica vi permetterà di capire un po’ meglio in che razza di cul de sac capitalista siamo finiti oggi giorno.

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