Atlante dei luoghi insoliti e curiosi come specchio dell’umanità

FERRUCCIO MAZZANTI

TRAVIS ELBOROUGH e ALAN HORSFIELD, ATLANTE DEI LUOGHI INSOLITI E CURIOSI città fantasma, edifici abbandonati, regioni remote, bizzarie architettoniche, terre sommerse, labirinti sotterranei, RIZZOLI, 2017, € 25.00, PP. 224

Che Aristotele dividesse in tre categorie la narratologia non è un mistero per nessuno, ma che il mondo contemporaneo fosse il definitivo ribaltamento del suo pensiero, questo ce lo dimostra senza troppi equivoci l’Atlante dei luoghi insoliti e curiosi.
Per lo stagirita la tragedia rappresentava lo stile alto e la commedia lo stile basso (non entreremo nei dettagli dello stile medio), ma l’umanità, attraverso le innumerevoli follie architettoniche ha dato prova che il grottesco e il ridicolo debbano collocarsi nella sfera dell’aristocrazia, mentre le tragedie o sono popolari, del volgo, della massa, oppure non sono.
Nell’Atlante sono descritti 51 luoghi realmente esistenti in tutto il mondo (prevalentemente nell’emisfero nord) caratterizzati dal loro essere insoliti o (appunto) curiosi. Si tratta di eventi per lo più dimenticati o marginali, che per vari motivi hanno trasceso la loro funzionalità d’uso, tramutandosi in anomalie dei tessuti urbani o industriali. Tale elenco, ovviamente, è manchevole, ma le mete scelte possiedono l’indiscutibile fascino della robaccia e della cinafrusaglia nascosta sotto il letto o del più buffonesco, ridicolo, dispendioso kitsch, senza trascurare veri e propri ecomostri che col tempo hanno acquisito il fascino decadente dell’apocalisse.
E come in Aristotele lo stile medio è trascurato, per non dire debitamente evitato, perché la classe media non ha nulla da raccontarci (se non la posa del non essere classe media), così qui, dove il normale e il consueto non compaiono neanche per errore. Faremo tre esempi che descrivano queste tre tipologie di luoghi che l’Atlante ci pone sotto esame e che definiremo: 1) libertà del desueto, 2) cialtroneria della depense, 3) desiderio della fine del mondo.

1) La libertà del desueto sarebbe quella categoria in cui ricade tutto ciò che è reliquia, sia da un punto di vista storico, sia da un punto di vista funzionale. Questa categoria non sarebbe altro che un enorme, doloroso, tragico ritorno del rimosso, vero e proprio specchio dietro a cui si cela tutto quello che vogliamo dimenticare, rimandandoci indietro un’immagine edulcorata dalle nostre proiezioni e quindi fasulla. La sua libertà si manifesterebbe proprio nella natura crittata delle pulsioni che il desueto in sè produce in noi. Il desueto è libero in quanto dimenticato e come tale fa a meno di noi, fintanto che qualcuno non ce lo mostri come paradigma arcaico della nostra psiche. Tutto questo avviene ad esempio con l’isola di Hashima, fascinoso insediamento minerario nell’arcipelago di Nagasaki. Quest’isola viene anche chiamata Gunkanjima (l’isola della nave da guerra) a causa del suo sinistro e decadente profilo costituito da enormi, vasti, fatiscenti edifici industriali: al di sotto del suo fondale marino si celavano enormi distese di carbone fossile e le miniere vennero sfruttate fino al 1974, quando venne abbandonata quasi fosse una Cernobyl tra vapori tossici. Vi si possono trovare, quindi, i giocattoli dei bambini, il cinema, appartamenti arredati, vettovaglie, il supermarket, l’ospedale, la palestra, la scuola, tutto quanto abbandonato al capricio degli elementi. Un luogo del genere ci ricorda costantemente chi eravamo, da dove veniamo, dove andremo. Vi è insita nell’oggeto d’uso la possibilità del suo superamento funzionale tale da rendere l’oggetto stesso una rimembranza. Spesso tali oggetti vengono rivitalizzati nel gioco per bambini (l’arco, le pistole dei cowboy, etc…), così per i luoghi abbandonati, ma se per un attimo li prendiamo sul serio ecco che vedremo finalmente il rimosso, cioè un evento doloroso che cerchiamo di metaforizzare per renderlo digeribile, ma che al di là dello sguardo estetico postmoderno ci rimarrà sullo stomaco per secoli, ovvero la condizione alienante del lavoro, qualsiasi lavoro stiate pensando, provvisto di intrattenimento, vita sociale, relax, oblio, il tutto cristallizzato in una forma permanente della città abbandonata.

2) Cialtroneria della depense. Che la ricchezza implichi spesso e volentieri una tensione verso la gloria e la luminosità non è un mistero, ma che la gloria sia seriosa e quindi per eccellenza sempre sul punto di trasformarsi in buffoneria (ammesso che si sia provvisti di speciali occhiali che la svelino), questo non ve lo spiegherà mai nessuno se non l’architettura. Infatti quando un individuo o una società si arricchisce talmente tanto da immagazzinare risorse oltre il loro possibile sfruttamento futuro, allora bisogna inventarsi un modo per dissiparle inutilmente. Quando un individuo possiederà beni che non riesce a quantificare, tenderà ad acquisire più del necessario in nome del potere che il fascino del surplus mercificato esercita sugli altri, così da collocare il proprio nome e la propria persona al culmine della desiderabilità. Tale culmine si chiama gloria ed ogni individuo ha il diritto di ricercarla fintanto che la sua ricerca non si ribalti in una ridicola mortificazione della luce. Randolph Hearst (già parodiato in Quarto potere) edificò un mostro kitsch a San Simeon in California col fine di esporre l’infinita accumulazione di una vita. La sua eccentrica smodatezza non fa altro che palesare come tutto questo ridicolo potlach sia la sindrome di un uomo che non è mai stato capace di affrancarsi dal grossolano tentativo infantile di non esser mai dimenticato, trasformarmandosi così in una barzelletta. O voi che vi credete superiori, fate attenzione alle risate alle vostre spalle.

3) Da dopo la seconda guerra mondiale ogni generazione è scesa a patti con l’imminente fine del mondo desiderandola. Prima lo scenario di un ordigno atomico, poi l’inquinamento e l’estinzione della biodiversità, infine la robotizzazione e computerizzazione di tutte le attività umane di modo che l’umanità in persona dovesse essere considerata obsoleta. Se non possiamo opporci alla fine, allora che noi si sia la fine. Purtroppo l’apocalisse si è dimostrata un processo più lungo del previsto e oggi ci troviamo di fronte alla presa di coscienza che forse non ci sarà alcuna fine del mondo. In questa morsa di terrore e desiderio, non ci rimane che contemplare le tracce che la nostra irrazionalità travestita da ingegno ha impresso a fuoco sulle natiche del pianeta. Tanto famoso quanto desolante il lago d’Aral ci testimonia come la distruzione, il deserto cosparso di sale che ci lasciamo alle nostre spalle sia al contempo orribile e magnifico, quasi come se il pensiero di Hegel si fosse dimostrato una profezia estetico-economica prima ancora che politico-sociale (come tutto l’ottocento e il novecento si erano illusi che fosse). E così come Stirner avrebbe voluto sedersi sul suo Golgota di teschi, noi non possiamo che accovacciarci di fronte a questo sterminato disastro ecologico e concederci due reazioni: la prima di rammarico per non aver fatto nulla, la seconda di gioia.

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