Bordelli nel ‘68

GIOVANNA DADDI

Marco Vichi, Nel più bel sogno, Guanda, 2017, pp 605 pagine, € 19,00

Il maggiolino del commissario sfreccia per Firenze, la chiesa di San Miniato e il Forte, Piazza San Marco, San Gallo, la Questura, il Duomo, le stradine e i vicoli, unici rimasugli del Medioevo che fu, sventrato dalla voglia di grandeur di Firenze Capitale, in cui sono custoditi i segreti del buon cibo, dentro osterie e bettole fumose dove ci sono sempre un vino rosso e un piatto di trippa, un salame, una pastasciutta al sugo. Ma soprattutto San Frediano. Il luogo dei poveri, i delinquenti, i diseredati, quei pochi che ce l’hanno fatta e distribuiscono aiuti e monete agli altri abitanti del quartiere, come in una grande famiglia dove tutti si conoscono e si prendono allegramente per il culo, dove ci si dà di bischero e ci si abbraccia, dove non si dimentica quella volta che “mi ha dato una mano e ha chiuso un occhio”.

Ma è anche il luogo dell’abiezione e della violenza, che affiora sotto la patina dell’arte rinascimentale e dello spirito tagliente, la brutalità e l’eco delle torture fasciste di Villa Triste e della banda Carità, che investono la serenità precaria di Franco Bordelli, vicino alla sessantina, stanco solo in apparenza, perennemente innamorato delle donne e dell’amore, che si volta ad ogni minigonna o spalla scoperta, che ama sognante i sorrisi e i capelli al vento e che è (quasi) riuscito a smettere di fumare.

Intorno a Bordelli ci sono giovani figli di nobiltà decadute, rampolli di ricchi industriali e bottegai, che lanciano molotov nelle piazze, si fanno crescere i capelli, disprezzano il mondo degli adulti, a suon di frasi fatte e di concetti manichei, che vedono il nemico in ogni genitore, in ogni poliziotto, in ogni convenzione, in ogni convinzione, non credono più a niente e non hanno più rispetto nemmeno per coloro che sono morti per dargli quella libertà, come Bordelli, che viene visitato in sogno dai compagni caduti del Battaglione San Marco, ma capisce che a quei giovani di loro non importa più: quella guerra che tormenta i sonni di Bordelli non la vogliono più sentir raccontare, non è la loro, i fascisti hanno i volti dei celerini, giovani meridionali ignoranti e poveri, che li fronteggiano nelle piazze e li guardano come fossero alieni, della stessa età ma di mondi diversi, quei giovani contestatori che poi corrono a rifugiarsi nei palazzi di famiglia, si innamorano delle servette e appendono poster dei Rolling Stones.

Bordelli che cerca pace, prima di tutto per sé stesso, li guarda con occhio paterno ma anche con sospetto, tra le riflessioni di Pasolini e quelle di Malaparte, e continua a pensare alla sua di giovinezza, in un continuo paragone, un flash back dell’anima scandito dalle poesie di sua madre e dalla compagnia di un teschio, Geremia, donato da un colonnello del SID, mentre l’eco del Maggio Parigino fa entrare il mondo dal finestrino sempre aperto e gli animi si scaldano per il comizio di Almirante.

Su questo sfondo il commissario fiorentino si trova a risolvere tre casi di omicidio che non hanno niente di eclatante, tre casi borghesi che hanno il solo merito di far affiorare la violenza dei sentimenti, nascosta in ogni dove, anche l’impensabile, e scuotono famiglie e segreti profondi. Bordelli cerca di salvare il salvabile, con un rispetto per gli umanissimi colpevoli che lo induce a perdonare, a volte a coprire colpevoli più vittime delle vittime, che vanno salvate dal passato della guerra. Li risolve, tutti, con l’aiuto del vicino Dante, filosofo ingegnere, del Botta, di Piras, il giovane ispettore sardo, intelligente e di poche parole, bastone della vecchiaia di Bordelli, figlio che non ha mai avuto, degno regalo di una guerra che fu. Fa collimare ogni piccolo pezzo, tra un gentiluomo da accompagnare alle Murate e un figlio di assassino che deve essere protetto dalla verità, tra ville fuori città, appartamenti in piazza Mentana e mansarde buie di vicoli, palazzi signorili abitati da sorelle shakespeariane, tra strozzini, puttane da accompagnare al concerto di Don Backy, giocatori d’azzardo coi soldi degli altri, stupratori comandati da un regolamento di conti, ladri colmi di gratitudine, donne amate e perdute, gatti, cani, passeggiate sul Monte Scalari, abbazie abitate da bionde scandinave.

Fino al colpo di scena. L’atrocità senza spiegazioni, l’irrazionalità del crimine seriale, che squarcia il mondo conosciuto in cui si muovono i personaggi e fa entrare anche nel crimine un mondo nuovo, lontanissimo, altro, come una follia d’oltre oceano.

Ma le storie raccontate davanti al camino, nell’ultimo giorno dell’inverno, riportano la vita alla realtà nota, al mondo che sta intorno, vicino, come il vecchio Calabrone che in punto di morte fa chiamare Bordelli per rivelargli che deve guardare nel pomello di legno del letto, per una storia importante di paperelle di settant’anni prima, un povero diavolo senza casa e senza dio, che si fida solo di Bordelli, figlio di San Frediano come lui, che sa fare quello che va fatto, quando e come va fatto. E che fuma l’unica sigaretta della giornata in compagnia di un romanzo di Saroyan.

Articoli recenti

Commenti recenti

Archivi

Categorie

Meta

ilmondoniente Written by:

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *