Capire l’opera d’arte: si vede solo ciò che si conosce

La Rosa

Heinrich Wölfflin, Capire l’opera d’arte, Castelvecchi 2015, pp. 70, € 10

Sul finire del 2015 è stato ristampato il pamphlet di Heinrich Wölfflin Capire l’opera d’arte (prima ed. 1921, prima ed. it. 1948), in occasione, si potrebbe pensare, del centenario del suo testo più noto I concetti fondamentali della storia dell’arte (1915).

Questo piccolo libro, tutt’altro che agevole alla lettura del non specialista, ha come ambizione, come la lettera del titolo originale recita, lo spiegare delle opere d’arte (Das Erklären von Kunstwerken).

Il problema del rapporto tra il generale e il particolare, tra la possibilità della comprensione e l’evento singolare, è un filo rosso che attraversa il testo di Wölfflin. Per il quale, seppure “spiegare significa insegnare, ovunque, a sentire la generalità nel singolo e nell’unico”, il compito della storia dell’arte consiste nel decifrare l’opera singola, perché l’arte non si presenta mai sotto forma di generalità. Così, se, da un lato, il libretto presenta al lettore dei problemi tuttora attuali, dall’altro è legato al periodo della scienza dell’arte tedesca di cui è frutto.

Riguardo l’ultimo versante, e per accennare agli aspetti che saltano agli occhi anche al non addetto ai lavori, termini come “Spirito”, “organo”, “carattere della razza” segnalano ciò che lo stesso Wölfflin enuncia fin dall’introduzione, vale a dire come “il singolo prodotto artistico [sia] in un rapporto storico, in virtù del quale soltanto esso può diventare comprensibile”. A questa tesi, se ne lega un’altra, figlia di una storia più interna alla cultura tedesca. Per Wölfflin, che studia prima con Burckhardt, poi con Dilthey – e, con questi i numi tutelari, le tre parole summenzionate (Spirito, organo e razza) perdono molti dei tratti perturbanti della prima nominazione – comprendere un’opera d’arte esige che si impari la lingua straniera con la quale essa ci parla, assumendo la prospettiva del tempo e del luogo della sua origine. È necessario imparare a vedere con altri occhi, fermo restando che “ogni vedere è già di per sé un’interpretazione”.

Vive e penetranti restano le domande che il testo pone sullo statuto dell’arte e sull’arte del vedere. E Wölfflin incalza il lettore dalle prime righe, chiamandolo a pensare con lui e interrogando con questi il suo titolo: “davvero devono essere spiegate le opere d’arte? Non è forse una caratteristica dell’arte figurativa quella di spiegarsi da se stessa, cosicché chiunque possa leggerla?”. Di particolare interesse è la questione sulla storicità o evoluzione del vedere, perché se è credibile che al mutare della forma – come scrive Wölfflin nel Poscritto del 1940 – “non solo si vede in altro modo, ma si vede anche qualche cosa d’altro”, che cos’è che si trasforma? E come chiarire la storicità della percezione senza incorrere nel trito “gli stili cambiano nel tempo”?

Oltre al Poscritto del 1940, il volume è corredato di un’ampia introduzione del curatore (e revisore) del testo, A. Pinotti, capace di rendere più accessibile l’opera e il respiro dei problemi (e del tempo) con cui Wölfflin si confronta.

Per gli impavidi, qui è disponibile la versione tedesca del testo.

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