Casa Savoia nella storia d’Italia: un pamphlet azionista

Raffaele Nencini

Luigi Salvatorelli, Casa Savoia nella storia d’Italia, Edizioni di Storia e Letteratura 2016, pp. 128, € 12,00

 

Lessi questo pamphlet circa un anno fa, quando fu ripubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura, con l’introduzione di Gabriele Turi. La sua prima pubblicazione risale al 1944, quando comparve in forma clandestina nel pieno della lotta antifascista, a ridosso della liberazione di Roma; fu poi proposto l’anno successivo come volume della «Biblioteca dello Stato Moderno»; e riedito da Einaudi con alcune modifiche nella raccolta Miti e storia, Casa_Savoia_copertinadel 1964. È un testo molto conosciuto, da generazioni che non sono la nostra. E forse è in questa distanza generazionale che dobbiamo ricercare il motivo per cui la sua quarta uscita, nel settimo decennale del referendum istituzionale, pare decisamente sfortunata: se si esclude la recensione apertamente polemica di Giuseppe Galasso apparsa sul Corriere della Sera, nel dibattito pubblico dell’anno passato non se ne conservano tracce. A una prima lettura, potrebbe sembrare un reperto archeologico, per la distanza dai temi che catalizzano la nostra attenzione più immediata. Difficilmente, se non si seguono i rotocalchi televisivi, non si coltivano strambe nostalgie, o non ci si dedica a specifici campi di studio, ci possiamo ormai imbattere nelle vicende del casato.

In Salvatorelli – storico, giornalista e membro del partito d’azione – era altresì viva la memoria del binomio monarchia-fascismo, da cui gli aspri toni polemici, ed era presente la consapevolezza del problema storiografico del ruolo dei Savoia nella storia italiana: primi attori di un percorso unitario di costruzione nazionale, come tanta parte della storiografia coeva voleva affermare, oppure interpreti di disegni di natura dinastica che potevano trovare terreno fertile solo negli equilibri instabili tra le potenze europee? L’autore propende per questa seconda interpretazione e, coerentemente a ciò, considera anche il ruolo svolto nel processo risorgimentale, assecondato per criterio di convenienza territoriale, addomesticato per logiche di necessità politica.

Eppure il merito principale del libro a mio avviso non consiste tanto nella ricognizione delle strategie sabaude rispetto alla storia d’Italia, quanto nella sua natura di documento che testimonia di un regime di storicità radicalmente differente rispetto al presentismo di cui è imbevuta la nostra società. L’idea di storia propugnata dallo storico azionista è militante: all’arena in cui Salvatorelli interroga il passato nazionale corrisponde l’orizzonte d’attesa di una società migliore, possibile e in costruzione. La disciplina storica è al centro di questo progetto: non sarà dunque un caso che allo spazio marginale cui è ormai relegata  corrisponda l’attuale debolezza delle ipotesi trasformative degli assetti sociali.

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