Considerazioni sparse sulla proposta di sgombero del CPA – Firenze Sud

Raffaele Nencini

Credo sia opportuna una premessa: questo da cui scrivo è un blog di recensioni di vario genere e quelli che seguono sono appunti che costituiscono, a tutti gli effetti, un off topic. Mi dovete scusare, ma il tema mi stava troppo a cuore.

I

A livello personale, poche cose come una manifestazione di zecche comuniste – coi fumogeni e quant’altro – riescono a sollevarmi il morale. Soprattutto nei momenti di maggiore fragilità, trovo che il dispositivo “protesta di piazza” sia molto confortante: un raro esempio di come una comunità possa conferire statuto a un singolo. Quando sono in piazza, tendenzialmente mi sento a casa. Ma è solo questo che dovrebbe essere un corteo? Con ogni probabilità, se non riusciamo a spingerci oltre l’auto-rappresentazione di un gruppo, stiamo facendo male la nostra parte.

II

Ad esser sincero, partecipando alla manifestazione fiorentina in difesa degli spazi sociali del 24 marzo, mi sarei aspettato un altro tipo di adesione. Certo, non le adunate oceaniche che serbo nella mia memoria di adolescente degli anni novanta, ma un centinaio di compagni posson bastare? Evidentemente sì, se nelle stesse ore il calendario dell’attivismo cittadino propone altre iniziative: la comunità di riferimento questa è, come teneva a specificare il mio amico Lazzerini. Ne possiamo momentaneamente dedurre che la necessità di difenderli, quegli spazi, non sia condivisa da tutte le componenti dell’area militante? La rimanente quota parte di fiducia nei confronti del futuro dovrebbe sconsigliarlo. Piuttosto, è forse possibile rilevare una certa presunzione da parte di alcuni, come se fosse ipotizzabile, nel contesto attuale, l’idea di difendersi da soli.

III

Nel frattempo, i media cittadini danno ampio risalto alle dichiarazioni della politica, che in coro chiama lo sgombero del più grande centro sociale di Firenze. L’accusa infamante è di aver ospitato una presentazione del romanzo dell’ex brigatista Barbara Balzerani nel giorno del quarantesimo anniversario del rapimento Moro. Ma cosa ha detto l’ospite demonizzata dalle istituzioni locali?

I termini della questione sono molto chiari: viviamo nell’epoca delle vittime. Ciò che è accaduto dopo ci ricorda solamente l’entità delle sconfitte che portiamo sulle spalle: se il Cpa non verrà sgomberato sarà solamente per la debolezza delle istituzioni, non per la forza dei compagni.

IV

Che non sia possibile organizzare un corteo unitario in difesa dei nostri spazi – nostri essenzialmente da un punto di vista antropologico, poiché non equiparabili agli altri luoghi della città – è l’ennesima conferma della nostra marginalità; ma si potrebbe rispondere lo stesso alle non poche persone, anche vicine, che hanno avvertito l’esigenza di sottolineare la scelta inopportuna di invitare una brigatista nel quarantesimo anniversario del rapimento di Moro. Forse si tratta di una mossa poco accorta, ma non ci si può certo aspettare che si avvii un processo di storicizzazione del conflitto sociale avvenuto nel decennio settanta, finché continueremo ad anteporre a tutto ciò considerazioni di ordine tattico.

V

E invece sarebbe fin troppo necessaria questa storicizzazione: rinnegare il binomio vittima/carnefice e avviare una riflessione pubblica su cosa sia stata l’esperienza della lotta armata in questo paese, e in generale, su cosa sia stata l’area vasta della sinistra di classe. Di questo bisognerebbe discutere, non di presunti reati d’opinione: della storia d’Italia, che non può corrispondere alla sacralizzazione monumentale della memoria di alcuni. Cosa era stata la stagione del centro sinistra dei primi anni sessanta? Chi stava pagando i costi dello sviluppo industriale del paese? Dove si erano radicate le formazioni armate? Cosa cercavano quegli spezzoni di società?

VI

A maggior ragione nella sconfitta, avremmo bisogno di una cultura della sconfitta, di una cultura viva, che si sappia interrogare sul suo passato e – attraverso di esso – sul suo presente; di una cultura che degli sconfitti tenga vivi l’esempio e la memoria, che ci sappia fornire gli strumenti per immaginare un regime di storicità diverso dall’attuale. Ciò che abbiamo, in molti casi, è a mio avviso la vocazione del collezionista di minerali.

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